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Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Dedicare del tempo ai pregrafismi, con percorsi , attività di tratteggio e precisione grafica
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci, Logopedista


Il passaggio ad una nuova classe è sempre motivo di ansie, in particolare l’inizio della prima elementare è un passo importante. L’apprendimento della letto-scrittura è la prima chiave verso il “mondo dei grandi”: apprendere questo strumento può tuttavia non essere immediato, infatti alcuni bambini possono evidenziare maggiori difficoltà rispetto ad altri, è ormai noto che chi ha già avuto altri casi in famiglia con difficoltà di apprendimento o chi ha manifestato un anomalo sviluppo del linguaggio in fase evolutiva, con aree carenti su diversi fronti, ha maggiore possibilità di riscontrare difficoltà e/o disturbi dell’apprendimento . L’informazione generale negli ultimi periodi è decisamente aumentata e molti genitori pongono certamente più attenzione a questi aspetti. Vi sono in linea generale delle abilità che se stimolate in fase ancora prescolare possono ridurre il rischio di manifestare le difficoltà sovra descritte e possono divenire una base più solida per il futuro sviluppo delle abilità accademiche: stimolare le cosiddette “capacità meta fonologiche” quali sillabare o riconoscere una parola detta in sillabe, riconoscere le rime ed altre. Si possono costruire attività ludiche e piacevoli incentrate su queste abilità. In aggiunta anche canzoncine e filastrocche risultano un valido passatempo. Raccontare storie, per stimolare la capacità lessicale, morfosintattica e narrativa del bambino. Dedicare del tempo ai pregrafismi, con percorsi , attività di tratteggio e precisione grafica. Capacità di contare fino ad un minimo di 10 e supportare nel riconoscimento immediato del “tanto” o “poco”. Brevemente sono stati riportati degli spunti da poter sfruttare per stimolare al meglio il bambino prossimo all’ingresso alla scuola elementare. E’ doveroso sottolineare che se genitori o insegnanti dovessero notare evidenti difficoltà in questi compiti o uno sviluppo linguistico non ancora completo sarà opportuno rivolgersi ad uno specialista (logopedista,neuropsichiatra infantile) che possa meglio approfondire il profilo effettivo del bambino e quindi trattarlo con un training specifico e mirato qualora si evidenziasse la necessità.

Logopedista Chiara Marianecci
3497296063
Chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Può presentarsi sia nell'infanzia che nell'età adulta, il picco di incidenza lo raggiunge nella fascia d'età tra i 15 e i 25 anni
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Il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo d'ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni.
Può presentarsi sia nell'infanzia che nell'età adulta, il picco di incidenza lo raggiunge nella fascia d'età tra i 15 e i 25 anni, l'età di esordio è più precoce nei maschi che nelle femmine. È un disturbo che tende naturalmente verso la cronicizzazione anche se può alternare momenti di miglioramento a fasi invece di peggioramento tali da compromettere il funzionamento in diverse aree della vita.

 

A cura di Dott.ssa Catia Annarilli Psicologa - Psicoterapeuta

La persona che presenta un DOC non può non agire e pensare in modo sintomatico anche se tenta di opporvisi e resistere e nonostante il tentativo di opporsi a tutto ciò, lo sforzo non riesce e comunque ciò non lo aiuta a stare meglio.
Il sintomo caratteristico del disturbo sono le ossessioni e le compulsioni che occupano gran parte dei pensieri e delle azioni della giornata e interferiscono in maniera sostanziale con le attività quotidiane (lavoro, studio, vita sociale …) e ne compromettono la qualità.
L'attività ossessiva è caratterizzata da ripetitività, frequenza e persistenza.

Le ossessioni sono delle idee, dei pensieri o delle immagini che insorgono improvvisamente nella mente e vengono percepite come intrusive e fastidiose e talvolta prive di senso come la paura irrazionale di contagio quando si sale su un autobus e si toccano sedili o altro, o il controllare e ricontrollare che tutte le luci siano spente altrimenti qualcosa di brutto potrebbe accadere. Le ossessioni più frequenti sono appunto pensieri ripetitivi di contaminazione (ad es quando si stringe la mano a qualcuno) o dubbi ripetitivi (chiedersi se si è chiuso il gas), necessità di disporre le cose in un certo modo. Questo tipo di pensieri sono ricorrenti e si possono presentare più volte durante il giorno o persistere per più tempo durate la giornata senza lasciare altro spazio ad altri pensieri lasciando esausta la persona a fine giornata.

I pensieri ossessivi sono fonte di ansia perchè spesso riguardano la paura di contagio, il timore di essere sposti ad un pericolo o di rendersi in qualche modo colpevoli cagionando sofferenza ad altri;
le compulsioni o i rituali sono manifestazioni comportamentali in risposta alle ossessioni e ne rappresentano un tentativo di soluzione, solitamente sono seguite da una senso di sollievo – temporaneo - al disagio delle ossessioni. Sono comportamenti ripetitivi - lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (pregare, contare, ripetere mentalmente) il cui obiettivo è quello di ridurre l'ansia o il disagio. Le persone con ossessioni da contaminazione possono ridurre il proprio disagio mentale lavandosi le mani finché la pelle non diventa ruvida; le persone preoccupate di aver lasciato la porta aperta possono essere spinti a controllare la porta a intervalli di pochi minuti. Per loro natura le compulsioni sono eccessive e non connesse in modo realistico a ciò che sono designate a neutralizzare.

Le persone con Disturbo Ossessivo-Compulsivo in qualche momento hanno riconosciuto che le ossessioni e le compulsioni sono eccessive o irragionevoli e espressioni comuni in questo senso potrebbero essere: “Non capisco perché mi comporto in questo modo”, “Forse sto diventando matto!”

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo può essere:
• da controllo: controlli ripetuti correlati al dubbio di aver dimenticato qualcosa (gas acceso o luce);
• da contaminazione: paura esagerata che si possa essere contagiati da germi o altre sostanze, in questo caso si attuano rituali tesi a neutralizzare la contaminazione come lavaggio ripetuto delle amni, dei vestiti …;
• da accumulo: impulso ad accumulare e conservare oggetti – di qualunque tipo – con l'idea che un giorno potrebbero servire; lo spazio riservato alla collezione potrebbe progressivamente occupare gran parte dello spazio in casa compromettendo la qualità della vita;
• da ordine e simmetria: intolleranza all'asimmetria, gli oggetti devono essere perfettamente allineati e simmetrici nella disposizione;
• da superstizione eccessiva: l'esisto degli eventi è legato al compimento di specifici gesti o rituali. Per evitare un determinato effetto negativo si deve mettere in atto il rituale specifico (fare una preghiera per tre volte e ripetere una combinazione di numeri);

Il disturbo Ossessivo Compulsivo ha solitamente conseguenze importanti nella vita di chi ne è affetto: può essere compromesso il corso di studi, la vita effettiva o l'attività lavorativa.

Per quanto riguarda i fattori scatenanti e determinanti del disturbo sembrano essere importanti situazioni relazionali in cui vi è un esagerato senso di responsabilità o un investimento eccessivo su vissuti di colpa; rigidità morale e educazione rigida con punizioni e privazioni possono contribuire alla creazione di un quadro psicopatologico di questo tipo.

Il Disturbo Ossessivo compulsivo è compatibile con un trattamento psicoterapeutico, la Psicoterapia sistemica relazionale focalizzerà l'intervento sulle dinamiche relazionali in cui il soggetto sintomatico è inserito cercando di comprendere in che modo possono aver contribuito all'insorgenza e al mantenimento del disturbo.

Dott.ssa Catia Annarilli
Psicologa - Psicoterapeuta
Cell. 347.130714

catia.annarilli@gmail.com


www.centropsicologiacastelliromani.it
Piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale


Bibliografia
DSM-IV-TR Masson edizione 2002.

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Per recuperare uno buono stato di forma fisica, non basta sottoporsi ad un regime dietetico controllato da uno specialista, ma occorre un radicale cambiamento del nostro stile di vita
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A cura della Dottoressa Monia D’Amico - Biologa Nutrizionista

Iniziare una dieta controllando adeguatamente ciò che mangiamo ogni giorno è molto più difficile di quanto si possa immaginare. Il più delle volte si inizia per un piccolo periodo di tempo, due o tre settimane, ma poi non si è in grado di proseguire e molto spesso, questo poco tempo non è sufficiente per apprezzare i primi progressi.
Gli insuccessi possono presentarsi per le più svariate cause: iniziamo senza avere alla base una motivazione abbastanza forte oppure anche avendo una buona motivazione, non riusciamo a proseguire per raggiungere il nostro ideale o ancora raggiungiamo il nostro peso forma ma appena smettiamo di controllarci riprendiamo tutto il peso perso. La cosa importante da sapere è che per dimagrire o per recuperare uno buono stato di forma fisica, non basta sottoporsi ad un regime dietetico controllato da uno specialista, ma occorre un radicale cambiamento del nostro stile di vita. Per cambiamento dello stile di vita si intendono tantissime cose e per primo essere fisicamente attivi per tutta la vita e non solo per iniziare a dimagrire; E poi altrettanto importante è scegliere di mangiare in modo sano, imparando ad esempio ad apprezzare i sapori semplici dei piatti e ad integrare sempre nella nostra alimentazione frutta e verdura locale e di stagione. Quindi è necessario non solo controllare la quantità di ciò che mangiamo ma soprattutto la qualità del cibo che mangiamo, rispettando la stagionalità e utilizzando in cucina soprattutto le eccellenze del nostro territorio o prodotti locali della nostra zona. Sarebbe necessario poi trovare il giusto metodo preparazione o di cottura per i cibi cercando di preservare tutte le proprietà benefiche degli alimenti. Questo fa parte dell’educazione alimentare che ogni persona dovrebbe acquisire già da bambino.

Quale è il motivo per cui non riusciamo a dimagrire?


Nonostante vorremmo raggiungere il nostro obiettivo opponiamo resistenza al cambiamento.
Siamo degli abitudinari cioè trasformiamo molti dei nostri comportamenti in abitudini e quindi troveremo molti ostacoli da parte di noi stessi al cambiamento per raggiungere il risultato che ci siamo prefissi. Viviamo nella nostra routine e ci pesa molto cambiare le nostre abitudini perché cambiarle comporterebbe adattarsi a nuove situazioni. Una volta che acquisiamo un abitudine tendiamo a mantenerla e pensiamo che sia immodificabile. Il blocco psicologico è dentro di noi e fin quando non lo superiamo, esternando la nostra volontà di cambiare veramente, non riusciremo mai a raggiungere il nostro obiettivo.
Spesso aggiriamo il problema cercando il modo che ci appare più semplice per dimagrire, perché nonostante desideriamo vederci diversi, allo stesso tempo vorremmo che accadesse senza modificare troppo la nostra vita. Il nutrizionista dovrebbe essere in grado di farci dimagrire senza troppi sforzi oppure siamo alla ricerca di una dieta miracolosa che ha fatto raggiungere risultati incredibili a qualche persona di nostra conoscenza senza apparentemente fare troppa fatica.
Non si ottengono risultati senza fatica e non esistono diete durature facili.
Un regime alimentare non sempre è restrittivo dal punto di vista calorico ma è difficile seguirlo perché in qualche modo va a cambiare le nostre abitudini.
Se vuoi dimagrire comincia a pensare che dovrai impegnarti molto per riuscirci

Come superare questo ostacolo al cambiamento?

Se abbiamo capito che siamo pronti a metterci in discussione per ottenere il nostro traguardo allora cerchiamo di capire come facciamo a trovare il coraggio di iniziare e di proseguire con costanza fino ad avere la situazione sotto controllo.
L’inizio è senza dubbio il più difficile poiché specialmente se siamo reduci di molti fallimenti in diete precedenti siamo convinti che anche stavolta, come sempre, non riusciremo ad ottenere il fisico che vogliamo. Inoltre c’è da considerare che il risultato non arriva subito appena iniziato il nostro cambiamento ma bisogna essere pazienti e perseverare per un po’ di tempo e questo ci fa paura.
Superare questa resistenza è difficile ma ci si può riuscire prendendo coraggio e pensando positivo senza arrendersi prima di aver cominciato. Pensare positivo ci aiuta a affrontare il problema, ci convince di potercela fare e primi risultati arriveranno. E’ il tuo atteggiamento mentale positivo che determinerà il tuo successo e quindi dovrai cercare di mantenerlo sempre: cerca di non pensare in negativo ma se qualche pensiero negativo ti verrà cerca di bilanciarlo con almeno due positivi.
Trasformando la teoria in pratica: costringiti ad iniziare facendo qualcosa che possa aiutarti.
Ad esempio elimina dalla dispensa ciò che ti può tentare e a questo punto poniti i primi obiettivi:

1) Seguire la dieta


2) Fare movimento ogni giorno


3) Non pesarti spesso

Gli obiettivi possono essere anche più piccoli e pian piano trasformarsi in più grandi: ad esempio se abitudinariamente saltiamo la colazione, cominciare a fare colazione la mattina può essere un obiettivo più importante che seguire da subito tutta la dieta; Oppure se sappiamo di essere abitudinari sul mangiare dolci o quant’altro, dopo cena o fuori pasto, dovremo lavorare per eliminare questo vizio.
Se facciamo un lavoro sedentario dovremmo lentamente introdurre pochi minuti di movimento tutti i giorni fino ad un’attività più consistente.
Per convincerti dei tuoi progressi puoi annotare ogni giorno i tuoi traguardi trascrivendo anche i tuoi pensieri positivi collegati; e se ci sono dei giorni in cui non riesci a portare a termine il tuo programma non ti devi deprimere e pensare negativo perché hai la forza e volontà di ricominciare. E’ vietato sbagliare senza imparare dai propri sbagli.


Dott.ssa Monia D’Amico
Biologa Nutrizionista
Cell: 3476003990

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Guarire dalla gelosia patologica non corrisponde al curare la gelosia ossessiva come per una malattia causata da un agente patologico ma riguarda piuttosto un cambiare un proprio vissuto emoziona
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A cura della dottoressa Vanessa Tartaglia

Come geloso, io soffro quattro volte: perché sono geloso, perché mi rimprovero di esserlo, perché temo che la mia gelosia finisca col ferire l’altro, perché mi lascio soggiogare da una banalità: soffro di essere escluso, di essere aggressivo, di essere pazzo e di essere come tutti gli altri. (Barthes, Roland)

La gelosia è un sentimento universale e pochissimi ne sono immuni. Nasce dalla paura di perdere l’oggetto dei desideri (non riuscendo a vederlo come un soggetto) o perché qualcuno può portarlo via oppure perché l’oggetto stesso ricerca un suo spazio ove l'altro non è compreso, ogni persona, però, la vive in modo diverso.
Anche se è difficile stabilire quanti siano realmente i gelosi, in quanto è considerato un sentimento negativo e molti si vergognano ad ammetterlo, un sondaggio Abacus rileva che il 25% degli italiani è “molto geloso” e il 45% “un po’ geloso”. I più gelosi risultano essere i maschi soprattutto fino ai 45 anni.
Molti somatizzano la gelosia riferendo bruciori di stomaco, emicranie, coliti; altri la negano (o la minimizzano) e si ammalano: ciò vale per 8 italiani su 10 secondo un’indagine di “Riza Psicosomatica”. E’ come se il corpo parlasse, e dicesse quello che la persona non dichiarare…
La gelosia riguarda tutti e spesso un pizzico di sana gelosia non è da considerarsi patologica anzi può alimentare l’amore tra i partner.
Ciò che vorrei approfondire in questo articolo è quel tipo di gelosia amante degli eccessi, al punto tale che può tranquillamente sconfinare nel patologico.
I segnali che lasciano intuire una gelosia patologica sono:
• eccessivo controllo delle relazioni del partner verso persone dell’altro sesso;
• minimizzare, invidiare e aggredire tutti i possibili rivali;
• paura abbandoniche e tristezza per la possibile perdita;
• aggressività persecutoria verso il partner;
• poca autostima e senso di continua inadeguatezza;
• controllo di ogni comportamento dell’ “altro”.
La gelosia patologica si alimenta da tutto ciò che spesso non ha nessun fondamento: viene generata e alimentata da pensieri, quasi sempre irreali, che si basano su ipotesi inesistenti e continuamente sostenuti da pensieri negativi.
Questi pensieri producono degli scenari che portano a rappresentazioni mentali di situazioni e contesti che hanno come risultato il fatto che la realtà effettiva, banalmente, e a volte tragicamente, viene interpretata erroneamente. Questi pensieri, se non deviati o interrotti, possono in alcuni casi portare a veri e propri “deliri di gelosia” ed il risultato di questi "deliri" sono spesso all’origine dei fatti di cronaca che troppo spesso.....

È possibile guarire dalla gelosia?
Guarire dalla gelosia patologica non corrisponde al curare la gelosia ossessiva come per una malattia causata da un agente patologico ma riguarda piuttosto un cambiare un proprio vissuto emozionale a partire dalla analisi delle proprie fantasie su se stesso e sulla propria relazione con l’altro.

Willy Pasini, conclude il suo libro sulla gelosia con:
Dobbiamo però imparare a non avere paura di questa “malattia”, a non vergognarcene, a non essere imbarazzati. Questo è il primo passo. Il secondo consiste nel cercare di “educare” tale sentimento invece di negarlo, giocando sulle allusioni e le illusioni, sul potere straordinario (e dimenticato) del flirt, sulla leggerezza. Per rendere la gelosia positiva, anzi addirittura afrodisiaca
La maggioranza delle persone riesce a contenere questo sentimento: arriva a capire che le garanzie in amore non esistono, perché l'altro non ci appartiene e in qualsiasi momento può lasciarci. Si comprende che le esigenze dell'amore geloso possono essere soddisfatte in pieno solo da un partner immaginario e che gli interrogatori scoraggiano i legami.
Il geloso patologico, invece, il più delle volte non riesce a compiere questa elaborazione da solo: avrebbe bisogno di aiuto, ma non lo chiede. Non vede che il problema sono i suoi fantasmi, lui ha la certezza di essere nel giusto. Se però, in uno sprazzo di lucidità, cerca una terapia, può essere aiutato. In alcuni casi si dà anche un piccolo supporto farmacologico (qualche ansiolitico per riuscire a dormire la notte, momento in cui le paure peggiori si risvegliano, o piccole dosi di antidepressivo).
Però la strada della Psicoterapia non è l’unica percorribile per chi soffre di gelosia. Una persona che soffre di gelosia patologica potrebbe: decidere di lasciare il proprio partner; rivolgersi ad un investigatore privato; rivolgersi ad un avvocato matrimonialista per dirimere la questione in maniera legale; scegliere di farsi una vacanza per liberarsi dagli affanni amorosi; rivolgersi ad un amico/a…. Insomma la scelta per affrontare (e forse anche tenersi la gelosia) sono tante.
Il rivolgersi ad uno Psicologo o Psicoterapeuta per “guarire dalla gelosia patologica” è funzionale evidentemente al capire cosa significhi la propria gelosia, interrogandola e provando a mettersi in una posizione di comprensione dei propri vissuti emozionali. Si tratta di capire il motivo o i motivi per cui ho tanta difficoltà a vedermi dentro un rapporto di coppia. A partire da questo mettersi in discussione, la persona che vive la gelosia ossessiva, può cambiare il proprio assetto emozionale e promuovere lo sviluppo di se stesso e del proprio rapporto di coppia.
Ma il lavoro importante è accompagnarlo con una psicoterapia nell'elaborazione del lutto della fantasia di un amore perfetto, eterno, garantito, al riparo dai rischi.
In qualche caso è indicata una terapia di coppia: si consiglia quando la gelosia dell'uno è innescata da un comportamento, magari inconsapevole o quasi, dell'altro. Per esempio, esistono persone molto seduttive nei modi, sempre alla ricerca di conferme narcisistiche, che magari non tradiscono ma danno al partner mille occasioni di tormento. In questo caso, è meglio andare dal terapeuta in due: il problema da risolvere non è solo nel geloso, ma anche in chi innesca la gelosia.

Dott.ssa Vanessa Tartaglia
+393388558488
www.dimensionepsicologia.it


 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
I tic sono più frequenti nei maschi (tre volte di più che nelle femmine) e si presentano quasi sempre durante l'età della scuola, dai sei ai dieci anni
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A cura della dott.ssa Francesca Bertucci - Psicologa dell’età evolutiva – Mediatore familiare


I tic sono movimenti involontari, scosse muscolari, dette anche spasmi, classificabili in semplici se costituiti da movimenti brevi e stereotipati del volto, delle spalle e degli art, in complessi se costituiti da sequenze di movimenti.
I tic motori semplici comprendono: smorfie del viso, movimenti del collo, colpi di tosse, segnali di ammiccamento; mentre i tic vocali semplici includono: raschiarsi la gola, sbuffare, tirar su col naso, grugnire.
I tic motori complessi comprendono invece battere i piedi, effettuare movimenti mimici, saltare, toccare, odorare un oggetto; i tic vocali complessi riguardano, invece la ripetizione di parole fuori contesto. Nei casi più gravi, possiamo assistere alla coprolalia (usare parolacce) e l’ecolalia (ripetere come un’eco frasi, parole o suoni sentiti per ultimi).


I tic sono più frequenti nei maschi (tre volte di più che nelle femmine) e si presentano quasi sempre durante l'età della scuola, dai sei ai dieci anni. È il modo con cui il bambino sfoga una tensione emotiva, un’angoscia che non sa esprimere in altro modo. Di solito si verificano in soggetti normali, svegli, sensibili; sono più a rischio i bambini timidi e coscienziosi, anche se possono presentarsi anche in bambini instabili e turbolenti. Se diventano cronici e duraturi nel tempo, ad essi si associano sentimenti di vergogna, di frustrazione e di ansia. Emergendo frequentemente nella fase preadolescenziale e adolescenziale, possono portare al ritiro sociale, forte timidezza, umore depresso, difficoltà nella socializzazione col gruppo dei pari, per la paura di essere derisi, rifiutati, presi in giro.
Possono essere accentuati da genitori eccessivamente pretenziosi, che, per esempio, si mettono a fare paragoni tra il bambino e i suoi fratelli, o sulle sue abilità. Se i genitori non danno peso al difetto, i tic tendono a sparire nel giro di due o tre mesi, massimo in un anno.


Come aiutare un bambino coi tic?
Far finta di niente davanti ai tic quando si verificano: non concentrate l'attenzione su di lui; se gli fate notare il suo difetto tutte le volte, reagirà con maggior tensione e ansia, piuttosto che con l'accettazione del suo comportamento, creando un circolo vizioso. Non lasciate che fratelli o altri lo prendano in giro. Non dovete sgridarlo, non mostrate ansia o preoccupazione. Le conseguenze di tali comportamenti invogliano il piccolo a continuare o, peggio, a farlo di nascosto; in sostanza rinforzano il sintomo.
Creare un ambiente sereno, cercando di far rilassare il bambino a livello generale: assicuratevi che vostro figlio abbia del tempo libero, senza sovraccaricarlo di troppe attività organizzate. È importante rendere il bambino autonomo per tutti i piccoli compiti che può e sa fare alla sua età: mangiare, dormire, lavarsi, vestirsi da solo, collaborare e aiutare la mamma in casa, riordinare i propri giocattoli, preparare l’occorrente per la scuola. Non fare mai le cose al posto suo: il messaggio è “sei piccolo” e “non sei capace”. Inoltre, non va iperprotetto ne svalutato, è importante lasciarlo libero di sperimentare ed esplorare il mondo senza ansia , in modo da essere in grado di affrontare difficoltà e paure, incoraggiandolo sempre a superare ciò che teme. Premiare con le parole i suoi sforzi e le sue conquiste; spiegare le regole e i divieti in modo chiaro, semplice e mai esagerato. Infine, gestire in maniera costruttiva i momenti di rabbia (non urlare, sbattere oggetti, picchiare) ascoltando e dimostrando che volete aiutarlo ad affrontare la sua irritazione, aiutatelo ad attenuare la rabbia proponendo un’attività, insegnategli che quando è arrabbiato deve esprimere ciò che prova. Evitate qualsiasi punizione per i tic.
Sarebbe importante dedicare più attenzione di qualità al bambino, mezz’ora al giorno per giocare con lui, proponendo attività divertenti, perché spesso è proprio attraverso il gioco che rivela le sue ansie, le sue difficoltà ed è lì che potrete rassicurarlo e facendogli sentire che ce la farà.
Non caricare il bambino di pretese o aspettative. Bisogna accettare il bambino per come è, senza disapprovarlo se non si comporta come vorreste, se non è bravo come avreste immaginato, se non riesce in qualcosa. Diminuite la pressione rispetto alle performance scolastiche, sportive… ecc.
Non parlate dei tic, quando non si verificano. Se il bambino ha dei periodi senza tic, non sollevate il problema. Solo se il discorso parte dal bambino che vi chiede informazioni in merito, siate disponibili a parlarne; spesso il bambino se ne vergogna. Rassicuratelo che tutto finirà presto e che riprenderà il controllo di questi spasmi involontari.
Tenere un diario dei tic, quando compaiono, in che modo, in relazione a che cosa e i fatti accaduti prima degli spasmi abituali, in modo da identificare e rimuovere i fattori determinanti tensione.
I consigli su elencati possono essere utili ai genitori per aiutare il proprio bambino, ma quando i tic compromettono i rapporti coi coetanei a scuola o in gruppo; si associano ad altri disturbi, come parole, versacci, imprecazioni; si presentano insieme a tosse; coinvolgono parti del corpo diverse dalla testa, spalle, faccia; diventano frequenti, più di 10 al giorno, è importante rivolgersi a uno psicologo infantile che possa aiutare il bambino ad esprimere tramite altre vie, il conflitto e l’ansia che sta alla base del tic e i genitori a trovare strategie efficaci per sostenere il piccolo nel superamento delle sue difficoltà.

Dott.ssa Francesca Bertucci
Psicologa dell’età evolutiva – Mediatore familiare
Cell 3345909764-dott.francescabertucci@cpcr.it
www.centropsicologiacastelliromani.it
piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 ALBANO LAZIALE

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
In aggiunta o isolatamente si può riscontare anche una difficoltà o un disturbo della comprensione del testo scritto, quindi lo studente mostra problematicità nel comprendere ciò che legge
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci, Logopedista

È ormai comune sentir parlare di DSA, ovvero disturbi specifici dell’apprendimento: la maggior parte degli insegnanti e dei genitori pongono certamente più attenzione a queste tematiche rispetto a qualche tempo fa, il livello di informazione è più elevato e in molte scuole si effettuano screening che possano evidenziarli tempestivamente, tuttavia i passi in avanti da fare per una vera tutela dei bambini dsa sono ancora tanti. Per disturbi specifici dell’apprendimento si fa riferimento ad una difficoltà nelle abilità accademiche di scrittura e/o calcolo e/o lettura in assenza di alterazioni neurologiche, cognitive, sensoriali o ambientali che possano giustificarle.

Le varie tipologie di disturbi acquisiscono delle proprie etichette diagnostiche, spesso confuse, anche agli addetti ai lavori. Di fatto quando si parla di dislessia si fa riferimento ad un disturbo specifico della lettura: un genitore o un insegnante può riscontrare eccessiva lentezza nel leggere o la presenza di numerosi errori, qualora fosse è necessario intervenire con valutazioni specialistiche, neuropsichiatrica e logopedica, in aggiunta ad ulteriori approfondimenti che saranno quest’ultimi ad indicare ove necessario. La diagnosi può essere fatta a metà/fine seconda elementare, anche se prima possono essere comunque raccolti preziosi “campanelli di allarme”.

In aggiunta o isolatamente si può riscontare anche una difficoltà o un disturbo della comprensione del testo scritto, quindi lo studente mostra problematicità nel comprendere ciò che legge, le gravi conseguenze nello studio e nel quotidiano sono facilmente intuibili. Si parla di disortografia quando si riscontrano difficoltà di scrittura per ciò che concerne la correttezza: un insegnante o un genitore rintraccia la presenza di numerosi errori ortografici che possono essere di varie tipologie e che saranno gli specialisti poi ad individuare e classificare. Discorso diverso è quando lo studente mostra difficoltà in scrittura per ciò che concerne l’aspetto grafico: c’è una distanza eccessiva tra i grafemi, esagerata lentezza, piuttosto che alterazioni di dimensioni delle lettere, difficoltà nella gestione del foglio, ed altro: in questo caso si parla di disgrafia e la problematica è di carattere prettamente motorio; tale difficoltà può essere lieve o grave a tal punto da impedire la rilettura. Nel caso della disortografia e della disgrafia, come per la dislessia, è necessario aspettare la seconda elementare per effettuare diagnosi.

Infine ritroviamo la discalculia, ovvero si può individuare un’ elevata difficoltà o/e lentezza nel fare i calcoli scritti, o a mente, difficoltà di conteggio e/o conoscenza dei numeri. Nel caso della discalculia è opportuno attendere la metà/fine terza elementare per fare una diagnosi, fase in cui determinate abilità dovrebbero ormai essere acquisite. Tali disturbi possono essere riscontrati isolati o in comorbilità. È assolutamente necessario potenziare la sensibilità rispetto a tutto ciò in modo che attraverso specifiche valutazioni e diagnosi vengano applicate delle terapie di potenziamento e sostegno delle difficoltà, possono essere utilizzati strumenti che le compensino e possono essere effettuati dei piani didattici personalizzati in cui il bambino, o il ragazzo, nonostante la problematicità possa al meglio esprimersi e raggiungere i propri traguardi, in autonomia.

Logopedista Chiara Marianecci: 3497296063, chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Sintomi e suggerimenti di intervento in un approccio sistemico relazionale
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Acura della Dott.ssa Catia Annarilli, Psicologa – Psicoterapeuta

L'ansia è generalmenre frutto di un conflitto interno , è una forma di paura che deve essere individuata, compresa ed elaborata.
Un attacco di panico è definibile come un breve periodo in cui la persona viene improvvisamente travolta da uno stato di terrore. I sintomi dell'attacco di panico come: palpitazioni, tremori, dolore al petto, sudore raggiungono il picco in non più di dieci minuti.
Nella storia della persona sono spesso rintracciabili eveti stressanti o separazioni importanti. La sintomatologia di un attacco può ricordare quella di un infarto con sbalzi di pressione, capogiri e senso di morte e per questo spesso lo si può confondere con un infarto.

L'Agorafobia (dal greco “paura della piazza”) si ha quando la persona prova una forte ansia in situazioni dalle quali sembra difficile uscirne o allontanarsi, teme di non poter ricevere aiuto se colto da un atacco, che tende a manifestarsi soprattutto qaundo ci si trova soli lontani da punti di riferimento.
Si registrano episodi di attacco in luoghi affollati come lunghe code, gli autobus o i treni e questo accade al punta tale che al che poi la persona decide di evitare l'evento stressante limitando al massimo gli spostamenti e quando deve uscire chiede sempre di essere accompagnato, determinando una situazione di forte limitazione della libertà personale.

In queste persone sembra essere molto forte la paura dell'abbandono, lo spazio esterno e la folla possono rimandare all'assenza o alla fragilità dei confini interni.

L'agorafobia può essere anche con o senza attacco di panico, in questo secondo caso si è ugualmente vincolata e condizionati negli spostamenti - perché pur non avendo un attacco di panico si ha sempre la paura che possa sopraggiungere.

Agorafobia e claustrofobia sono individuabili lungo un continum: il claustrofobico soffre se si trova chiuso e riferisce di provare disagio senza via di fuga; l'agorafobico riesce beno o male ad affrontare gli spazi aperti se accompagnato, il claustrofobico invece non affronterebbe mai un ascensore chiuso.
Sia l'agorafobico - con la paura di perdersi all'esterno - che il claustrofobico - con la paura di intrusione - mostrano entrambi una forte debolezza di confini interni.

Una terapia sistemico relazionale cercherà di modificare l'equilibrio disfunzionale della situazione, analizzando tutte le relazioni di dipendenza che si sono create cercando di comprenderne il valore anche all'interno del più ampio sistema di appartenenza, favorirà lo svincolo e l'individuazione della persona dai membri del sistema con l'obiettivo di raggiungere un maggiore senso di benessere ed autonomia.

Dott.ssa Catia Annarilli
Psicologa – Psicoterapeuta
cell. 3471302714 catia.annarilli@gmail.com
www.centropsicologiacastelliromani.it
Piazza Salvatore Fagiolo n.9 – 00041 Albano Laziale

 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Scopriamo quali aliemti è meglio scegliere
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a cura della Dott.ssa Monia D’Amico - Biologa Nutrizionista

Gli zuccheri o carboidrati rappresentano uno dei principali componenti presenti nella nostra alimentazione insieme ai grassi e alle proteine. Dovrebbero essere assunti con la dieta nella giusta quantità (in tutte le diete rappresentano il 55-60 % dell’apporto calorico giornaliero)perché hanno funzioni fondamentali nel nostro organismo come il ruolo energetico e strutturale; e rappresentano il nutrimento d’elezione di molti organi come ad esempio per il cervello.
E’ chiaro quindi che alla base di una dieta sana c’è anche l’assunzione dei carboidrati.
I carboidrati non sono tutti uguali e in modo semplice vorrei spiegare quali sono più importanti per una corretta alimentazione e quali è possibile invece evitare perché reputati addirittura dannosi.
La prima grande distinzione è dovuta alla loro struttura chimica che li distingue in monosaccaridi presenti nel miele e nella frutta con assorbimento digestivo molto rapido; disaccaridi come lo zucchero, la birra scura e il latte con assorbimento rapido e polisaccaridi presenti nella pasta, riso, patate, cereali e legumi. Questi ultimi hanno un assorbimento digestivo molto variabile: l’amido di alcuni farinacei come ad esempio quello del pane bianco e delle patate viene assorbito molto rapidamente ed influenza la glicemia quasi come lo zucchero; la pasta e il riso invece sono assorbiti più lentamente mentre i legumi essendo ricchi di fibre non digeribili rallentano molto l’assorbimento dell’amido in essi contenuto.
Gli zuccheri semplici come monosaccaridi e disaccaridi sono molecole che vengono velocemente metabolizzate nel nostro organismo poiché sono già pronte all’utilizzo per cui vanno immediatamente ad innalzare i livelli di zuccheri nel sangue (glicemia)provocando l'aumento dell'insulina che viene prodotta dal nostro organismo per evitare che gli zuccheri nel sangue raggiungano livelli di tossicità pericolosi. Quindi con l'assunzione degli zuccheri semplici che innalzano velocemente i livelli di zuccheri nel sangue , si verifica un immediato picco nella quantità di insulina prodotta dal pancreas che abbassa repentinamente la glicemia, per cui compare di nuovo lo stimolo della fame e inizia un circolo vizioso di continua richiesta di cibo da parte dell'organismo, soprattutto di carboidrati e dolci.
Gli zuccheri complessi che sono rappresentati dai polisaccaridi, la cui struttura chimica è più complessa hanno un assorbimento più lento e un graduale aumento della glicemia. Comprendono pasta, riso, pane, pane integrali, cereali, cereali integrali, legumi, patate, verdura e frutta.
Quando mangiamo un alimento ricco di zuccheri, i livelli di glucosio nel sangue aumentano progressivamente man mano che si vanno digerendo e assimilando gli amidi e gli zuccheri in esso contenuti. La velocità con cui il cibo viene digerito o assimilato cambia a seconda dell’alimento e del tipo di nutrienti che lo compongono, dalla quantità di fibra che contiene, dalla composizione degli altri alimenti già presenti nello stomaco e nell’intestino durante la digestione.
Particolarmente benefiche sono le fibre alimentari contenute in tutti gli alimenti di origine vegetale come verdure, ortaggi e in quantità elevate in tutti i cereali integrali.
Legumi e cereali integrali come frumento integrale, riso integrale, orzo, farro, avena ecc contengono molti carboidrati ma molti sono costituiti da fibra per cui innalzano la glicemia in quantità minore rispetto alla stessa quantità di pasta o pane.
Sarebbe opportuno assumere zuccheri o carboidrati che alzino la glicemia progressivamente nell’arco di tutta la giornata e che quindi ci permettano di controllare la fame e non ci predispongono ad un aumento di peso che è responsabile al lungo andare dello sviluppo di molte patologie legate all’alimentazione come ad esempio il diabete.


Ecco alcune regole da seguire per mangiare zuccheri in modo corretto:


1) Evitare il consumo di saccarosio e dolciumi
Secondo quanto appena detto è bene evitare o per lo meno limitare nella nostra dieta il consumo di saccarosio e di dolciumi poichè questi alimenti provocano un elevato rialzo degli zuccheri nel sangue, seguito da una repentina caduta che dopo pochissimo ci fa avere ancora fame.
Ad esempio sostituire i dolci, merendine, paste ecc con una torta o biscotti fatti in casa a base di farine integrali riducendo la quantità di zucchero da inserire tra gli ingredienti ed eventualmente sostituire lo zucchero bianco con zucchero di canna integrale.
Lo zucchero di canna integrale è più genuino poiché non riceve la lunga trasformazione industriale che impoverisce e sottrae le sostanze vitali e le vitamine naturalmente presenti nella barbabietola o nella canna da zucchero.

2) Gli zuccheri semplici della Frutta sono buoni
La frutta pur contenendo zuccheri semplici ha un buon contenuto di fibra che come abbiamo visto rallenta l’assorbimento di alcuni carboidrati è quindi preferibile il consumo di frutta fresca rispetto alle bevande a base di frutta che contengono sempre zuccheri aggiunti, o a frutta conservata in sciroppi a base di zuccheri.
Per le confetture è bene preferire quelle prive di zuccheri aggiunti o comunque quelle a ridotto contenuto di zucchero ma mai quelle aggiunte con dolcificanti.

3) Meglio i cereali integrali che quelli raffinati
Un cereale integrale conservando tutta la fibra presente naturalmente non provoca rialzi repentini della glicemia nel sangue ma i carboidrati che contiene sono metabolizzati più lentamente. Farine di grano molto raffinate invece non si comportano tanto differentemente dal saccarosio.
Vi consiglio quindi di alternare la pasta di grano duro con pasta di frumento integrale e altri cereali come orzo, farro, avena ecc, anche associati ai legumi in modo di ottenere dei piatti che oltre ad un apporto di carboidrati contengano anche proteine di alta qualità.
Potete provare a fare in casa il pane, pizza e pasta fresca usando farine integrali biologiche.

4) Legumi e Verdure sono i più ricchi di fibre. La fibra contenuta in legumi e verdure è particolarmente utile per regolarizzare le funzioni intestinali avendo la capacità di inglobare acqua al suo interno e conseguente aumento del peso e del volume della massa fecale (fibra insolubile).
Molti legumi, insieme ai fiochi d’avena e alla frutta posseggono anche quel tipo di fibra detta solubile che formando una massa vischiosa e morbida è responsabile del rallentamento dell’assorbimento dei carboidrati tendendo a ridurre la glicemia.
Grazie a questi benefici apportati alla nostra salute questi alimenti dovrebbero essere quotidianamente presenti nella nostra dieta.

Dott.ssa Monia D’Amico
Biologa Nutrizionista
Cell: 3476003990

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
La persona assertiva non fa o dice le cose per seguire o accontentare chi ha di fronte, ma è capace di dire: "Grazie ma non mi va"
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A cura della Dottoressa Vanessa Tartaglia - Psicologa e Psicoterapeuta


La parola Assertività significa sostenere la propria opinione come vera. Indica la capacità di esprimere le proprie idee e sensazioni in modo trasparente ed efficace.
E' la capacità di un soggetto di utilizzare, in ogni contesto relazionale, modalità di comunicazione che rendano altamente probabili reazioni positive dell'ambiente e riducano o annullino la possibilità di risposte negative.
L'assertività è anche un atteggiamento mentale ed emotivo positivo nei confronti di se stessi e della vita. Il comportamento assertivo è quel comportamento attraverso il quale si affermano le proprie opinioni, senza prevaricare né essere prevaricati. Si esprime attraverso la capacità di utilizzare in ogni contesto relazionale la modalità di comunicazione più adeguata.
La persona assertiva non fa o dice le cose per seguire o accontentare chi ha di fronte, ma è capace di dire: "Grazie ma non mi va", "Non vengo, oggi proprio non posso", o ancora "Posso capire il tuo punto di vista, ma io la penso diversamente", senza timore, ripensamenti o sensi di colpa.
Sa quello che vuole, riconosce ciò che la fa stare bene e ciò che la fa stare male, ha idee chiare su quali sono i suoi diritti e non permette che vengano calpestati.
Questo atteggiamento non è da confondere con l'egoismo.

L'assertivo può essere sinceramente interessato alle opinioni degli altri e le rispetta, ma non per questo gli dà un valore maggiore rispetto alle proprie.

Esempio di comportamento non assertivo
Sono in fila alla cassa di un supermercato quando una signora arriva e mi passa avanti, la lascio passare senza protestare, in apparenza resto calma ma in realtà sono arrabbiata con la signora e con me stessa, mi sento frustrata perché non ha detto nulla, non sono stata capace di farmi rispettare. Ha sacrificato il mio diritto di precedenza non rispettando, per prima, le mie esigenze.
Non solo non sono stata coerente con quello che stavo vivendo interiormente ma, in qualche modo, è come se avessi "tradito se stessa" e i miei sentimenti.

Vediamo ora nello stesso esempio come potrebbe essere la mia comunicazione se fosse assertiva
Sono in fila alla cassa di un supermercato quando una signora arriva e mi passa avanti, mi rivolgo alla donna e le dico: "Signora, forse non mi aveva visto? Ora è il mio turno".
In questo caso ho fatto valere il mio diritto di precedenza: mi sono rivolto alla signora in modo educato, ma molto fermo. Ho utilizzato una comunicazione assertiva.
O ancora, sono in fila alla cassa con un carrello pieno di prodotti quando arriva una signora con un solo articolo e le dico "signora prego passi pure", decido io di farla passare perché sono una persona di animo gentile, in questo caso la signora mi è passata avanti ma è stato per mia scelta, sono stata coerente con me stessa e con ciò che desideravo.
Come essere assertivo: gli ingredienti dell’assertività
Per essere rispettati e far si che le nostre idee vengano ascoltate devo innanzi tutto lavorare su me stesso e sulla mia assertività. Vediamo insieme gli elementi base dell'assertività.
1. Avere una buona autostima. Senza autostima non può esserci assertività: chi pensa di non valere nulla, inevitabilmente adotta un atteggiamento passivo o aggressivo. Solo nel momento in cui impariamo a rispettare noi stessi, riusciamo a farci rispettare dagli altri. Smettila di ricercare in modo ossessivo l’approvazione altrui: questa è solo una conseguenza di una maggiore autostima.
2. Saper ascoltare: spesso ci lamentiamo che gli altri non ci ascoltano, è importante chiedersi se noi sappiamo ascoltare gli altri e se la risposta è no dobbiamo esercitarci ed imparare.
3. Comunicare Efficacemente. Spesso non riusciamo a far valere le nostre posizioni perché abbiamo scarse abilità comunicative. Se vuoi aumentare la tua assertività, questa è un’area su cui iniziare a lavorare, alcuni e esempi pratici: parla lentamente e con un tono di voce che possa essere facilmente udito; usa pronomi personali e verbi incisivi (evita parole come “dovrei”, “forse”, “cioè”, etc.); esprimi le tue idee in modo chiaro e conciso: soggetto, verbo, complemento oggetto.
4. Esprimersi senza remore e saper assumere rischi. Esprimersi in modo libero, senza indugi, è un altro dei tratti peculiari di un persona assertiva. Quando credi in te stesso e nelle tue idee, non hai paura di esprimerle, di fronte a nessuno. Affermare le proprie convinzioni e comunicare le proprie aspettative.
5. Saper dire di no. E' di fondamentale importanza saper dire di no senza sentirsi in colpa; non è piacevole dire di no ma diventa essenziale quando: dire di si non aiuta nè noi nè l'altro; dire di no aiuta direttamente o indirettamente l'altro; non sono presenti elementi obiettivi per dire di si. Il nostro no va motivato, spiegato, espresso in modo non aggressivo suggerendo delle alternative.
6. Saper accettare le critiche ed ammettere i propri sbagli. Le critiche possono rappresentare degli strumenti di crescita personale eccezionali, eppure pochi di noi riescono davvero ad accettarle. La nostra insicurezza ci costringe a vedere una critica come un attacco al nostro io e non come un’osservazione ad un nostro comportamento. Le persone passive subiscono le critiche, mettendo in discussione la loro già fragile autostima. Le persone aggressive semplicemente non accettano le critiche, rispedendole al mittente. Se vuoi diventare assertivo devi sviluppare una capacità d’ascolto fuori dal comune, mantenendo sempre un atteggiamento oggettivo e distaccato quando ti vengono mosse delle critiche e ammettendo i tuoi errori.
7. Riconoscere i pregi altrui. Fare un complimento sincero agli altri è forse ancor più difficile dell’accettare una critica. Alcuni di noi proprio non ci riescono. Temiamo sempre di essere fraintesi o, ancor peggio, di essere sminuiti nel confronto. La verità è che un complimento, tempestivo, preciso e sincero è uno degli strumenti più potenti per rafforzare le nostre abilità relazionali e guadagnare il rispetto altrui.
8. Gestire i conflitti. Di fronte ad un conflitto, la stragrande maggioranza delle persone, o si fa controllare (individuo passivo), o perde il controllo (individuo aggressivo). L’individuo assertivo, al contrario, ha nervi d’acciaio ed è sempre padrone di sé stesso e della situazione. Egli è infatti consapevole che ogni conflitto, se opportunamente gestito, può rappresentare un’ottima occasione di crescita.
L'Assertività si può "imparare" e sviluppare. Non è facile, è richiesto un costante esercizio al fine di ottenere risultati soddisfacenti, ma con il tempo, la perseveranza e l'allenamento possiamo migliorare le nostre capacità assertive. Esistono percorsi di Crescita Personale condotti da Professionisti, che possono aiutarci a sviluppare quelle competenze che contribuiscono a renderci persone assertive, questi percorsi ci consentono di diventare partecipi e aperti verso gli altri, onesti verso noi stessi e rispettosi nelle relazioni; ci aiutano a sviluppare un atteggiamento propositivo, responsabile e autorevole.
Mi auguro che questo articolo sull’assertività e la comunicazione assertiva ti sia piaciuto. Troppo spesso ci facciamo mettere i piedi in testa, ed altrettanto spesso, per reagire, rispondiamo con aggressività. Possiamo essere molto meglio di questo: possiamo essere sicuri di noi stessi, forti delle nostre idee e determinati nel raggiungere i nostri obiettivi.

Contatti: 

Dott.ssa Vanessa Tartaglia

Psicologa-Psicoterapeuta

Cell.3388558488 email: dott.vanessatartaglia@cpcr.it

www.centropsicologiacastelliromani.it

p.zza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale







 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Cercare di gestire tali comportamenti è difficile e spesso fonte di stanchezza, rabbia, frustrazione.
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A cura della Dott.ssa Francesca Bertucci, Psicologa – Mediatore familiare

Troppo spesso ci troviamo di fronte a bambini che presentano difficoltà comportamentali a causa di un atteggiamento oppositivo e/o sfidante che mette a dura prova i genitori quotidianamente. Bambini che sfidano l’autorità, che sembrano provare piacere nel far del male agli altri o nel provocare reazioni esasperate. Bambini che infrangono deliberatamente le regole e che spesso sono esclusi dai compagni e dai giochi, ma questo non sembra scalfirli per niente.

Al contrario di quanto si possa pensare ad uno sguardo superficiale, tali bambini non sono affatto felici di essere isolati dagli altri e di essere considerati dei “bulli”. In realtà, sono i primi ad essere infelici e poco sereni per i loro comportamenti. Hanno una bassa autostima e si relazionano agli altri a partire da un pregiudizio profondamente radicato su se stessi e sul mondo “Tanto nessuno mi può soffrire, tanto vale attaccare per primo”.

Cercare di gestire tali comportamenti è difficile e spesso fonte di stanchezza, rabbia, frustrazione. Per cercare di aiutarlo e ottenere un controllo efficace sul comportamento inappropriato, le conseguenze per tale comportamento, siano esse positive o negative, devono essere mostrate al bambino immediatamente (entro 5-10 secondi).

Il messaggio da trasmettere al bambino è che “se ti comporti male c’è una conseguenza a quel comportamento, ma soprattutto, se ti comporti bene ce n’è un’altra”

Purtroppo a volte lo stile di vita di molte famiglie porta a ritardare la conseguenza specialmente se il comportamento è positivo o appropriato. I genitori sono spesso più veloci nell’intervenire sui comportamenti intrusivi e non desiderabili.

Per questo è importante, porre attenzione sul vissuto emotivo da genitore o educatore. Emozioni come rabbia, frustrazione, senso di impotenza, possono essere frequenti e possono porre il genitore, o l’insegnante, in un atteggiamento di ostilità, spesso inconsapevole. Questo può portare a cogliere sempre come sfida personale i comportamenti del bambino, in realtà ciò che il bambino in qualche modo vuole, non è tanto sfidare, quanto “testare” l’affetto dell’altro, come se dicesse “Vediamo se mi ami davvero, vediamo se mi vuoi ancora bene anche se sono così odioso e insopportabile, “vediamo se mi resti accanto anche se ti faccio i dispetti!”.

Cosa fare?

Per prima cosa è importante che il genitore ripeta a se stesso che il comportamento del bambino non è una sfida personale, ma che sta disperatamente cercando di capire se può fidarsi realmente del fatto che non verrà abbandonato. È lui per primo a non sopportarsi e a pagare le conseguenze del suo comportamento.

Inoltre, è importante non cadere nelle provocazioni, semplicemente si applicano le conseguenze, concordate con l’altro genitore, per un dato comportamento negativo o positivo. Evitare assolutamente di promettere un premio o una punizione che poi non si è in grado di far rispettare.

La comunicazione verbale e non verbale deve essere chiara. La lode e la critica dovrebbero riferirsi a quel comportamento in questione, senza essere vaghe, generiche, o indistinte o riferite ai bambini e al loro comportamento in generale e alla loro integrità personale.  La punizione dovrebbe essere adatta alla trasgressione e non basata sul livello di impazienza e frustrazione del genitore.

È opportuno che i genitori rispondano al comportamento sempre allo stesso modo in diversi contesti in cui si verifica.  Molti tendono ad affrontare un problema a casa in un modo e in un posto pubblico in un altro, perché osservati. Il bambino in questo modo crederà che in alcune situazioni il suo comportamento sia lecito.

La punizione va applicata comunicandola con dispiacere e MAI CON RABBIA, il bambino deve sentire che il genitore è realmente dispiaciuto di doverlo punire e non soddisfatto. Inoltre, la punizione perde la sua efficacia nelle famiglie dove non sono previsti incentivi positivi per le condotte appropriate.

Può capitare anche che i genitori abbiano una visione unilaterale delle cause del comportamento del bambino. Le interazioni all’interno della famiglia in realtà sono molto più complesse.

Il comportamento dei genitori nei riguardi del figlio è sicuramente in funzione del comportamento del figlio, del suo temperamento, delle caratteristiche fisiche e delle sue abilità. Allo stesso modo il comportamento del figlio è in funzione di come i genitori si comportano con lui.

Se i genitori, reagiscono in modo diverso al comportamento del figlio, o tendono a squalificarsi a vicenda di fronte ai suoi occhi, il bambino da una parte, non sentirà di avere una base sicura a cui appoggiarsi, dall’altra, andrà in confusione rispetto a ciò che si può fare o non fare.

Infatti, è estremamente importante che i genitori abbiano degli spazi propri di confronto sul comportamento da tenere con i figli, in modo da formare una SQUADRA, con un modello educativo comune, in grado di gestire le situazioni problematiche.

 Naturalmente questo non vuol dire che è colpa dei genitori, ma che spesso, a volte anche per stanchezza o difficoltà ad essere obiettivi nella situazione, si fa fatica a guardare le cose da più punti di vista, per cui fermarsi un attimo a riflettere sul proprio comportamento, oltre che su quello del bambino, può aiutare a prevenire certe situazioni spiacevoli.

Dott.ssa Francesca Bertucci

Psicologa – Mediatore familiare

Cell 3345909764-dott.francescabertucci@cpcr.it

www.centropsicologiacastelliromani.it

piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 ALBANO LAZIALE

 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
In caso di difficoltà da parte del paziente nello staccare il corpo linguale dal pavimento buccale, un intervento risolutivo risulta indispensabile.
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci - Logopedista

Per frenulo linguale s’intende quel “filetto” che si trova sotto la lingua e che si tende con l’innalzamento di quest’ultima verso il palato. Quando il frenulo risulta limitato nella sua estensione si parla di  “anchiloglossia”: anomalia questa che si manifesta sin dalla nascita e che viene stimata oggi, tra i bambini, intorno al 5%.

Gli aspetti che ci consentono di riconoscere un frenulo poco esteso sono molteplici: la forma “a cuore” della lingua quando viene tirata fuori, l’incapacità da parte del bambino di innalzarla e la difficoltà di suzione. Inoltre, basta chiedere al soggetto interessato di effettuare il cosiddetto “schiocco del cavallo” o di  toccare,  subito dietro gli incisivi, il palato con la punta linguale e visivamente si può notare l’eventuale anomalia.

Detto questo, un frenulo corto può avere una gravità diversa: se è vero infatti che quando è di lieve entità non inficia in nessun modo sulla funzionalità linguale; è altrettanto vero come, in caso di difficoltà da parte del paziente nello staccare il corpo linguale dal pavimento buccale, un intervento risolutivo risulta indispensabile.

Se l’intervento viene realizzato immediatamente dopo la nascita del bambino, esso risulta veloce e senza anestesia; al contrario, invece, nei casi in cui viene effettuato più tardi, diviene a tutti gli effetti un piccolo intervento chirurgico, generalmente con anestesia, che può essere realizzato in ambulatorio sia dal dentista che dall’ otorinolaringoiatra.

Prima dell’intervento, è comunque altamente consigliabile effettuare una attenta valutazione logopedica atta a verificare l’effettiva necessità dell’incisione.

Quando infatti il frenulo è solo moderatamente poco esteso, è possibile evitare l’intervento chirurgico attraverso specifici esercizi di logopedia e piccole manipolazioni . Anche in caso di operazione, tuttavia, al fine di garantire sia maggiore elasticità che soprattutto un’anomala cicatrizzazione dopo l’intervento, è necessario comunque rivolgersi a delle sedute di logopedia.

Ma cosa può comportare una lunghezza del frenulo anomala?  Problemi di suzione e deglutizione, un’errata respirazione orale, una scorretta articolazione di suoni come “r”, “l”, “t”, “d” , mal occlusioni e alterazioni dello sviluppo oro facciale,  alterazioni posturali di vario genere su tutto il corpo.

Tenere sotto osservazione, dunque, sin dal momento della nascita, possibili anomalie risulta indispensabile.

 

Logopedista Chiara Marianecci

3497296063

chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Che cosa è l’attaccamento e perché è così importante
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A cura della dott.ssa Catia Annarilli Psicologa Psicoterapeuta – Centro Psicologia Castelli Romani

Gli esseri umani hanno una predisposizione innata a formare relazioni di attaccamento con le figure genitoriali perché queste relazioni hanno la funzione di protezione e di accudimento per garantire la sopravvivenza dei piccoli.

L’attaccamento caratterizza l’essere umano dalla culla alla tomba! diceva J. Bowlby

Sostenere che un bambino ha un attaccamento sta a significare che egli avverte il bisogno di avere la vicinanza ed il contatto fisico con una persona di riferimento  soprattutto in situazioni particolari come quelle di disagio.
L’attaccamento non è solo un comportamento, non è solo un legame di affetto ma è un sistema motivazionale, un’attività mentale complessa che organizza sia l’esperienza emozionale che i comportamenti interpersonali ed elabora la rappresentazione mentale che si ha di se stessi nel rapporto con l’altro.
Ha una base innata ma è influenzabile dall’esperienza, non è però influenzabile da situazioni momentanee, perdura nel tempo dopo essersi strutturato nei primi mesi di vita intorno ad una unica figura di riferimento che solitamente coincide con la madre, ma non è escluso che anche un padre o una nonna possano diventare figure di attaccamento significative e valide.
La presenza rassicurante della madre permette al bambino di esplorare il mondo circostante. La vicinanza protettiva della madre con comportamenti come il tenere in braccio, rispondere prontamente al pianto, coccolarlo, accarezzarlo permette al bambino di integrare gli aspetti positivi e negativi delle esperienze vissute, di sviluppare una capacità comunicativa, di definire i confini corporei del proprio Sé.
Le relazioni di attaccamento si stabiliscono verso più persone oltre alla madre in una gerarchia di importanza comprendendo anche il papà o i nonni o altre figure di accudimento significative.
La qualità dell’esperienza definisce la sicurezza dell’attaccamento in base alla sensibilità ed empatia della madre o di chi ha il compito di prendersi cura del piccolo e contribuisce alla creazione di modelli operativi interni che caratterizzano i comportamenti relazionali futuri.
Con la crescita l’attaccamento si modifica: da un investimento iniziale unico ed esclusivo sulla madre comincerà a coinvolgere e ad interessare anche altre figure prima interne e poi esterne alla famiglia, fino a ridursi. Nell’adolescenza prima e poi nell’età adulta la persona avrà maturato la capacità di separazione dalle prime figure di accudimento e sperimenterà la bellezza di legarsi a nuove figure di attaccamento come un amico o una fidanzata.

Le Fasi dell’attaccamento

J. Bowlby riteneva che l’attaccamento si sviluppasse attraverso alcune fasi, e che potesse essere di tipo "sicuro" o "insicuro". Un attaccamento di tipo sicuro si ha se il bambino sente di avere dalla figura di riferimento protezione, senso di sicurezza, affetto; in un attaccamento di tipo insicuro invece il bambino riversa sulla figura di riferimento comportamenti e sentimenti come instabilità, prudenza, eccessiva dipendenza, paura dell’abbandono.
Si identificano quattro fasi attraverso le quali si sviluppa il legame di attaccamento:
-    dalla nascita fino alle otto-dodici settimane: il neonato non è in grado di discriminare le persone che lo circondano anche se può riuscire a riconoscere, attraverso l’odore e la voce, la propria madre. Superate le dodici settimane il piccolo comincia a dare maggiori risposte agli stimoli sociali. In un secondo momento il bambino, pur mantenendo comportamenti generalmente cordiali con chi lo circonda, metterà in atto modi di fare sempre più selettivi, soprattutto con la figura materna;
-    sesto /settimo mese, il neonato diviene maggiormente discriminante nei confronti della persone con le quali entra in contatto;
-    dal nono mese l’attaccamento con la figura di accudimento si fa stabile e visibile: il neonato richiama l’attenzione della figura di riferimento, la saluta, la usa come base per esplorare l’ambiente, ricerca in lei protezione in particolare se si trova a cospetto di un estraneo;
-    il comportamento di attaccamento è stabile e profondo fino a circa tre anni, età in cui il bambino acquisisce la capacità di mantenere tranquillità e sicurezza in un ambiente sconosciuto; deve però essere in compagnia di figure di riferimento secondarie, ed avere la certezza che la mamma faccia faccia presto ritorno.

I tipi di attaccamento


-    stile "sicuro": il bambino esplora l'ambiente e gioca sotto lo sguardo vigile della madre con cui interagisce; quando la madre esce e rimane con lo sconosciuto il bambino è visibilmente turbato. Al ritorno della madre si tranquillizza e si lascia consolare.
-    stile "insicuro-evitante": il bambino esplora l'ambiente ignorando la madre, è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.
-    stile "insicuro-ambivalente": il bambino ha comportamenti contraddittori nei confronti della madre, a tratti la ignora, a tratti cerca il contatto. Quando la madre se ne va e poi ritorna risulta inconsolabile.
-    stile "disorganizzato": il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando la madre si allontana.

Attraverso una serie di sperimentazioni (strange situation , M. Ainsworth e J. Bowlby) si è potuto notare come il comportamento di attaccamento, osservato tra la madre e il suo bambino, oltre a fornire protezione al piccolo, serviva a costituire una "base sicura" a cui il bambino potesse ritornare nelle fasi di esplorazione dell'ambiente circostante. Questa "base sicura" permette così di promuovere nel bambino un senso di fiducia in se stesso, favorendone progressivamente l'autonomia.

E’ importante che il legame di attaccamento si sviluppi in maniera adeguata in quanto da esso dipende un buon sviluppo della persona. La qualità della precoce esperienza con la figura di attaccamento caratterizzerà poi tutte le successive relazioni divenendo una aspetto della personalità dell’individuo e un modello relazionale per i rapporti futuri

Dott.ssa Catia Annarilli
Psicologa - psicoterapeuta

Cell. 347.130714  dott.catia.annarilli@cpcr.it 
www.centropsicologiacastelliromani.it
Piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale

 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
L’autosvezzamento è una pratica indubbiamente valida e gradita dai bambini e dai genitori che elimina molti dei problemi
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A cura della Dottoressa Monia D’Amico -  Biologa Nutrizionista

Lo svezzamento è quel delicato momento della vita di un bambino nel quale il latte materno o artificiale inizia ad essere sostituito con le prime pappe liquide. E’ un evento di cui si parla molto per le problematiche che emergono durante questa fase poiché spesso il bambino non accetta immediatamente il cambiamento.

Poche notizie si hanno invece su un particolare tipo di svezzamento chiamato Autosvezzamento o svezzamento guidato dal bambino, tecnica molto innovativa emersa piuttosto recentemente, che consiste nel far alimentare da solo il proprio bambino con alimenti tagliuzzati o interi utilizzando le sue mani senza dover necessariamente passare prima per le pappe. 

Questa pratica nasce nel Regno Unito e negli Stati Uniti, con il nome di baby led weaning, rispondendo all’esigenza di molti genitori di risolvere problemi legati alla scarsa voglia dei loro bambini di passare da un’alimentazione esclusivamente lattea, alle prime pappe.

In Italia la tecnica è poco conosciuta e poco praticata ma sembra essere accettata positivamente dai bambini là dove è applicata.

Molte informazioni derivano dal web ma recentemente si trova qualcosa anche in letteratura (articoli scientifici, libri, manuali ecc). Molto conosciuto è un libro pubblicato recentemente da un famoso pediatra italiano, Lucio Piermarini, intitolato “Io mi svezzo da solo” che riporta dei consigli utili su come praticare semplicemente l’autosvezzamento per non complicare troppo la vita dei genitori che si accingono a praticarlo.

 

Come praticare l’Autosvezzamento

L’autosvezzamento non segue delle vere e proprie regole per essere facilmente praticato dai genitori e risultare poco stressante per il bambino stesso.

Il bambino ha un ruolo attivo nella richiesta del cibo, piuttosto che limitarsi a riceverlo passivamente:  lo svezzamento è guidato dal bambino che inizia a mangiare il cibo solido per gioco da solo con le mani.  In natura i piccoli di animale, passano in maniera indipendente dall’allattamento al seno all’esplorazione dei cibi alternativi, presenti nel loro habitat, così dovrebbe avvenire per il bambino.

Il bambino non riceve le pappe con cui normalmente si inizia a svezzarlo, ma dei pezzetti di cibo opportunamente tagliati che a poco a poco porterà da solo alla bocca. Questa sembrerebbe la naturale prosecuzione dell'allattamento al seno poichè come nell'allattamento, è il bambino che guida i genitori nell’esplorazione del cibo.

Il metodo fondamentalmente si basa su tre principi: in primo luogo, il cibo è offerto al bambino nella sua forma naturale, piuttosto che ridotto in pappa liquida; al contrario dello svezzamento tradizionale, dove il cibo è opportunamente scelto evitando inizialmente alcuni prodotti con rischio allergizzante, in questa pratica non si segue una particolare selezione degli alimenti proposti. Secondariamente, il neonato è del tutto indipendente, si riesce a nutrire da solo, selezionando e afferrando l’alimento, fino a portarlo alla bocca con una soddisfazione più grande, di quella che avrebbe avuto dal cibo portato alla bocca dal genitore, con un cucchiaino. In terzo luogo, il bambino consuma alimenti quasi identici a quelli degli adulti, insieme al resto della famiglia, durante l’ora del pranzo per cui a poco a poco, gli diventano familiari: il piccolo può chiedere e ottenere piccoli assaggi di tutte le portate. Non c’è in questo caso una vera e propria selezione degli alimenti da far provare al bambino come accade nel metodo tradizionale.

In questo modo, senza forzature, il bambino si adeguerà alla dieta e agli orari della famiglia, anticipando quello che inevitabilmente avverrebbe più tardi nella sua vita: il bambino mangerà, prima o poi quello che si mangia in famiglia, e con quelle abitudini alimentari passerà attraverso l’adolescenza e la vita adulta.

E’ fondamentale quindi che i genitori dall’inizio diano il buon esempio al bambino seguendo una corretta alimentazione.

E’ necessario aspettare i sei mesi circa prima di cominciare gli assaggi dei primi cibi solidi poiché in questo momento il fisico è pronto e non rischierà allergie, intolleranze, diarree, inalazione di corpi estranei. Tutti i lattanti, proprio intorno ai sei mesi, oltre a maturare le varie competenze motorie necessarie alla deglutizione dei cibi solidi, e quelle digestive, cominciano a presentare un’insaziabile curiosità e un comportamento imitativo sempre più vivace. Il momento opportuno per iniziare è al primo segnale d’interesse da parte del bambino al pasto dei grandi: gli si offre un piccolo assaggio di ciò che si sta mangiando e si smette quando il bambino non farà più richieste. Lo stesso si fa ai successivi pasti. Mentre iniziano gli assaggi, il bambino continua a prendere tranquillamente il suo latte, naturale o in formula. I primi assaggi cominciano senza una vera programmazione, potendo capitare anche in stretta vicinanza della poppata, sia prima che dopo. Nei primi tempi non cambierà nulla, ma pian piano che aumenta il cibo assunto da solo, le poppate vicino al pranzo e alla cena diventeranno sempre meno consistenti, fino a scomparire. In questo modo, ognuno con un proprio ritmo, i bambini si adeguano alle abitudini alimentari delle loro famiglie e anche se la famiglia si pranza e cena ad orari estremi non sarà necessario cambiare i ritmi e la durata dei pasti.

Aspetti positivi dell’Autosvezzamento

L’autoalimentazione:

  • si propone come un metodo che naturalmente stimola il bimbo nel suo cammino verso l’autonomia senza rendere traumatico il cambiamento. Si fa in modo di rispettare sempre la volontà del bambino che decide se mangiare o meno e la quantità di cibo che vuole assumere.
  • sembra predisporre il bambino ad accettare più facilmente diversi sapori dei cibi che gli vengono proposti
  • è associato anche con una maggiore durata dell’allattamento materno poichè ritarda l’introduzione degli alimenti complementari fino ad almeno sei mesi, quando il bambino appare più pronto a ricevere il nuovo cibo
  • introduce un modello sociale di pasto in contrasto con le pappe che di norma richiedono un pasto separato e cibi diversi dal resto della famiglia e inoltre la partecipazione del piccolo ai pasti in famiglia gratifica molto il bambino
  • fornisce alimenti come sono integralmente, molto nutrienti e densi rispetto alle pappe contenenti bassissima densità di nutrienti e le piccole quantità assunte nelle prime settimane contribuiscono relativamente poco a soddisfare le esigenze di un bambino

 

Aspetti negativi dell’Autosvezzamento

La funzione dello svezzamento è quella di integrare i fabbisogni nutrizionali del lattante nel secondo semestre di vita poiché il solo latte materno non è più sufficiente a soddisfare adeguatamente alcuni fabbisogni nutrizionali del bambino come ad esempio l’apporto di ferro, zinco, proteine e vitamine.

L’autoalimentazione

  • non permette di soddisfare i bisogni nutrizionali del bambino, perché seguendo la volontà del bambino il processo può richiedere molto tempo e il bambino crescendo aumenta i suoi fabbisogni
  • non fornisce necessariamente i nutrienti di cui il bambino ha bisogno (anche se la famiglia fornisce un pasto adeguato nutrizionalmente, il bambino sceglie in base alle sue preferenze)
  • non è sufficientemente supportato dal punto di vista scientifico che ne esamina a fondo la sicurezza e la completezza nutrizionale del metodo
  • può facilmente portare il genitore a commettere errori alimentari determinando un inadeguato apporto di nutrienti e quindi una alterazione della crescita del bambino stesso specialmente se si protrae per tempi relativamente lunghi
  • è sconsigliata nei bambini nati pretermine, oppure per quei bambini per cui è noto un ritardo nello sviluppo

L’autosvezzamento è una pratica indubbiamente valida e gradita dai bambini e dai genitori che elimina molti dei problemi che possono incontrare al momento dello svezzamento ma in mancanza di dati più certi sulla reale efficacia consiglierei di integrarlo con un approccio tradizionale non troppo incalzante.

 

La politica di promuovere l’autoalimentazione e pasti in famiglia in parallelo all’alimentazione che prevede uno svezzamento tradizionale potrebbe essere più realistica.

 

Dott.ssa Monia D’Amico Biologa Nutrizionista 3476003990

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piazza Salvatore Fagiolo n. 9

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Si calcola che circa il 10% delle donne adulte non abbia mai provato un orgasmo e circa il 20% lo abbia provato solo di rado.
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A cura della Dott.ssa Vanessa Tartaglia, Psicologa-Psicoterapeuta

L’incapacità di raggiungere l’orgasmo è la più diffusa fra le difficoltà sessuali che riguardano la donna.

Con la denominazione "disturbi dell'orgasmo femminile" o "anorgasmia" si intende quella condizione clinica che impedisce al soggetto di arrivare al piacere durante l'atto sessuale, nonostante siano state effettuate adeguate manovre di eccitazione. 

Si calcola che circa il 10% delle donne adulte non abbia mai provato un orgasmo e circa il 20% lo abbia provato solo di rado. Shere Hite ha riferito che solo il 30% delle donne raggiunge l’orgasmo, senza stimolazioni aggiuntive, durante il rapporto sessuale. Non solo la donna perde una quota di piacere, ma può percepire questa difficoltà come una minaccia alla propria autostima, può chiedersi “cosa c’è di sbagliato in me?” e durante il rapporto si irrigidirsi domandandosi, ancora, “cosa succederà adesso?” o “riuscirò a venire questa volta?”. Questa tensione inibisce ulteriormente la naturale scarica orgasmica e complica il problema.

Nonostante si pensi che per una donna l’appagamento in un rapporto è un’esperienza più completa e che non si riduce solo al fatto di raggiungere l’orgasmo, l’anorgasmia è un problema molto comune e da non sottovalutare.

Spesso il problema si ripercuote anche sull’uomo che vede il raggiungimento dell’orgasmo della donna come una conferma della sua “mascolinità”, come un obiettivo da raggiungere assolutamente e come una possibile causa di ansia da prestazione se non arriva nei tempi previsti.

Attenzione a non confondere questo disturbo con la frigidità, ossia con l’assenza di piacere, che potrebbe essere invece una conseguenza dell’anorgasmia. Infatti una donna che non riesce a raggiungere l’orgasmo si può scoraggiare nella ricerca del piacere fino a diventare frigida. 

Si possono distingue diverse tipologie di anorgasmia femminile: la donna soffre di disfunzione orgasmica primaria se non ha mai sperimentato un orgasmo (anorgasmia primaria); se viceversa il disturbo si è sviluppato dopo un periodo durante il quale la donna raggiungeva l’orgasmo normalmente, la disfunzione orgasmica si dice secondaria. Tale disfunzione può essere assoluta (la donna non è in grado di raggiungere l’orgasmo né coitale né clitorideo in nessuna circostanza) o situazionale (la donna potrà raggiungere un orgasmo, ma solo in circostanze particolari e/o con particolari tipi di stimolazione non coitale). Chi soffre di disfunzione orgasmica (ex frigidità) ha, generalmente, una normale spinta sessuale, una normale lubrificazione, prova piacere nei preliminari sessuali e la penetrazione è connotata da sensazioni erotiche gradevoli, anche se insufficienti a far scattare il riflesso.

Le cause di questa sfera di disturbi possono essere innanzitutto divise in due branche: quella psicologica e quella biologica. Di rado, può essere responsabile un problema fisico, neurologico, ginecologico o ormonale, molto più spesso la causa è da ritenersi in uno o nella associazione di più di uno di questi fattori psicologici:

 paura di fallimento e conseguente rifiuto;

 paura di perdita di controllo razionale dei propri sentimenti;

 paura della possibile intensità dell’orgasmo;

 senso di colpa nel godere del sesso;

 ostilità nei confronti del partner;

 ignoranza dei modi in cui il corpo risponde alle stimolazioni;

 scarsa comunicazione con il partner;

 atteggiamento da spettatrice in attesa dell’arrivo dell’orgasmo;

 sperimentazione di una esperienza sessuale traumatica (ad es. uno stupro);

 precoce condizionamento negativo riguardo al sesso.

Come si cura l’anorgasmia femminile?

Come tutti i problemi che interessano la sfera sessuale, anche l’anorgasmia può essere risolta se si lavora sulle cause che l’hanno prodotta e si presta attenzione al proprio corpo e ai propri bisogni sessuali. Quindi difficilmente sarà risolvibile con una sveltina o con l’utilizzo di un preservativo stimolante.

IL SEGRETO E' RILASSARSI 

Per una donna il rapporto sessuale è un’esperienza globale e che, per goderne fino in fondo, è necessario rilassarsi e connettere tra di loro tutti i sensi per amplificarli verso uno scopo comune.

Non è facile, ma il segreto è non pensare all’orgasmo, abbandonarsi completamente alle attenzioni del partner, godere fino in fondo di quello che si riceve, prestare attenzione alle risposte del proprio corpo senza giudicarle ma apprezzandole per quello che sono.

 

Contatti: 

Dott.ssa Vanessa Tartaglia

Psicologa-Psicoterapeuta

Cell.3388558488 email: dott.vanessatartaglia@cpcr.it

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p.zza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale

 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e motorio, denominato nervo mediano.
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A cura della Dottoressa Dott.ssa Marta Romagnoli, Fisioterapista

La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita.
La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze.
Il tunnel carpale è una struttura osteo-legamentosa, fatta ad arco e situata tra la parte interna del polso e il palmo della mano.
Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e  motorio, denominato nervo mediano.
Lateralmente e posteriormente al tunnel carpale, ci sono le ossa della mano, dette anche ossa carpali.
Il nervo mediano origina circa a livello dell'ascella, scorre lungo tutto il braccio e, passando attraverso il polso, raggiunge il palmo e le dita della mano (escluso il mignolo).
Esso ha sia una funzione sensitiva, in quanto provvede alle capacità tattili del palmo della mano, sia una funzione motoria, in quanto permette di muovere il pollice, l'indice, il medio e una parte dell'anulare.
La sindrome del tunnel carpale può colpire chiunque. Tuttavia, secondo diversi studi statistici, insorge prevalentemente in età medio-avanzata, attorno cioè ai 45-60 anni, e colpisce più donne che uomini (il rapporto, infatti, è di 3 a 1 per il sesso femminile).
Oltre a formicolio, intorpidimento e dolore, la sindrome del tunnel carpale può dar luogo ad altre manifestazioni sintomatologiche, come:

  • Dolore sordo all'avambraccio e al braccio
  • Parestesia dell'arto coinvolto (senso di generale formicolio associato a senso di bruciore)
  • Pelle secca, gonfiore, e alterazioni del colore della pelle
  • Ipoestesia, ovvero riduzione della sensibilità
  • Difficoltà a piegare il pollice
  • Indebolimento dei muscoli (atrofia) che governano il movimento del pollice
  • Difficoltà a impugnare gli oggetti e a compiere determinate azioni manuali, come scrivere, digitare un testo al computer ecc.

Allo stesso modo dei tre sintomi principali, anche tali manifestazioni peggiorano se le articolazioni di polso e mani vengono continuamente piegate e sottoposte a tensione.

 Nella maggior parte dei casi, il medico diagnostica la sindrome del tunnel carpale con un esame obiettivo accurato e con una valutazione meticolosa della storia clinica e delle abitudini del paziente.
Tuttavia, in alcune rare circostanze, deve ricorrere a degli esami più specifici - come per esempio l'elettromiografia - per assicurarsi che i disturbi non siano dovuti a cause diverse. Durante l'esame obiettivo, il medico analizza, per prima cosa, il polso e la mano del paziente; dopodiché, chiede a quest'ultimo di descrivere i sintomi avvertiti, quali dita sono dolenti e di compiere determinati movimenti, per farsi descrivere cosa prova e per vedere la funzionalità della mano.
Infine, interroga il paziente sulla sua storia clinica (patologie sofferte in passato, stato di salute attuale, interventi chirurgici subiti ecc), sul suo lavoro e sui suoi hobby, alla ricerca di una circostanza favorente la sindrome del tunnel carpale.
Il trattamento terapeutico per la sindrome del tunnel carpale dipende dalla gravità e dalla durata dei sintomi.
Infatti, la terapia è conservativa (cioè non chirurgica) quando i disturbi al nervo mediano sono moderati, sopportabili e presenti da pochi mesi; è invece chirurgica quando la sintomatologia è intensa, tale da condizionare la vita quotidiana, e in atto da almeno 6 mesi.

Centro Psicologia Castelli Romani

Dott.ssa Marta Romagnoli

Fisioterapista

 

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Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Il contratto di Mediazione rappresenta un momento di riflessione e di impegno che i genitori assumono, reciprocamente e innanzi al mediatore
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A cura della Dottoressa Francesca Bertucci, Psicologa – Mediatore familiare

La Mediazione è un percorso in cui un terzo imparziale aiuta i genitori a gestire le difficoltà emotive ed organizzative legate alla frattura del legame coniugale. Il tutto avviene in un ambiente neutrale, nel quale la coppia ha la possibilità di negoziare le questioni relative alla propria separazione, sia negli aspetti relazionali, sia in quelli economici. I genitori sono incoraggiati dal mediatore ad elaborare in prima persona gli accordi che meglio rispondano ai bisogni di tutti i membri della famiglia, con particolare riguardo all’interesse dei figli. Gli accordi presi in Mediazione risultano più condivisi, più soddisfacenti per sé e per i bambini, e quindi più rispettati nel tempo.

L'obiettivo è di rendere la coppia protagonista e responsabile nella gestione del conflitto in un'ottica di continuità genitoriale.

A chi si rivolge?

1)      Coppie in crisi: uno dei due partner è deciso per la separazione e l’altro non l’accetta; la decisione di separarsi è chiara per entrambi.

2)     Coppie separate di fatto: coppie con attive aree di conflitto sui termini di affidamento dei figli e/o sul versante economico.

3)     Coppie separate legalmente: le condizioni di separazione risultano di difficile attuazione o non vengono rispettate.

4)     Coppie separate da tempo o divorziate: gli accordi presi in Tribunale, ormai inadeguati alle mutate condizioni di vita, devono essere aggiornati o modificati.

Il percorso

Il percorso di Mediazione Familiare ha diverse fasi, il cui sviluppo varia in base alle diverse esigenze espresse dalla coppia in separazione.

 La pre-mediazione  è finalizzata a creare le condizioni emotive migliori affinché i partner siano disponibili a negoziare la posta in gioco della loro separazione.

Questa fase, è utile allo scopo che entrambi i partner, con l'ausilio del mediatore, facciano un bilancio personale, coniugale e genitoriale degli anni vissuti insieme, riconoscendo ed elaborando le motivazioni che hanno condotto alla separazione e le implicazioni emotivo-affettive  connesse alla frattura della relazione.

Durante questi primi incontri viene quindi verificato se la scelta della separazione appare o meno definitiva  e, in quest'ultimo caso, la Mediazione verrà proposta e illustrata quale risorsa utile per affrontare al meglio la difficile situazione presente e prefigurare positive prospettive di futuro per tutti i membri della famiglia.

Il contratto di Mediazione rappresenta un momento di riflessione e di impegno che i genitori assumono, reciprocamente e innanzi al mediatore, ad intraprendere un percorso, rispettandone le regole e condividendone gli obiettivi.

La negoziazione in Mediazione, invece, facilita l'esplorazione dei bisogni reali delle parti in conflitto al di là delle rigide posizioni assunte, creando una relazione soddisfacente che permette alla coppia genitoriale di trovare soluzioni condivise e di gestire in autonomia probabili negoziazioni future.

Per ogni tema di discussione, il mediatore stimola il singolo partner ad identificare oggettivamente il problema e a definirne la personale soluzione dopo averne evidenziato i punti di disaccordo o di accordo già raggiunti.

Ampliare il numero delle opzioni e delle alternative di scelta consente ai partner di valutare vantaggi e punti di debolezza di ciascuna soluzione proposta, facilitando così la presa di decisione che verosimilmente coinciderà con la soluzione che soddisfa al meglio i bisogni di genitori e figli. Ciò permette di sperimentare gli accordi via via raggiunti e di prendere graduale coscienza che è possibile essere protagonisti della nuova situazione senza necessariamente subirla per delega al partner più forte, all'avvocato o, in terza istanza, al giudice.

Gli accordi. Al termine degli incontri, negoziati tutti i punti in conflitto, il mediatore stende gli accordi raggiunti in un documento di intesa che consegna ad entrambi i partner, ognuno dei quali è libero di seguirne le indicazioni per riorganizzare in modo responsabile la propria vita e quella dei figli o di formalizzarlo ai fini di una procedura legale di separazione personale congiunta.

 

Dott.ssa Francesca Bertucci
Psicologa – Mediatore familiare
Cell 3345909764-dott.francescabertucci@cpcr.it
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piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 ALBANO LAZIALE 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
A tre anni si ritiene che il linguaggio si sia sviluppato al punto che il bambino riesca a comunicare chiaramente senza troppe difficoltà.
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci, Logopedista

Consigli semplici per potenziare lo sviluppo linguistico del bambino

Il bambino piccolo inizia a sperimentare il linguaggio precocemente con la “lallazione”, in genere dai tre mesi di vita, con suoni per lo più vocalici. Verso i sette/otto mesi il repertorio si  arricchisce sempre più, di suoni anche consonantici: è questa la fase in cui molti genitori credono che il proprio figlio abbia detto”mamma” o “papà” ma in realtà nella maggior parte dei casi sono ripetizioni di sillabe che il bambino sperimenta, è solo verso i dodici mesi che inizia ad usare gli stessi suoni intenzionalmente, associandoli  alla persona. Dai diciotto mesi inizia un grande sviluppo lessicale, il bambino arricchisce il suo bagaglio di “parole” e da questa fase in poi è probabile che inizi a combinarle, creando le sue prime “piccole frasi”. A tre anni si ritiene che il linguaggio si sia sviluppato al punto che il bambino riesca a comunicare chiaramente senza troppe difficoltà. In molti casi queste fasi così sintetizzate possono non essere rispettate, ci può essere una grande variabilità, è oggi comune sentir parlare di ritardo o disturbo di linguaggio. In questi casi è bene consultarsi col proprio pediatra per cogliere eventuali “campanelli d’allarme” e valutare al meglio se procedere tempestivamente con una valutazione neuropsichiatra ed eventualmente intervenire con una terapia logopedica, tenendo presenti anche altri controlli necessari, come quello uditivo, che sarà il medico stesso ad indicare. In qualsiasi caso il genitore è il punto di riferimento essenziale per lo sviluppo anche linguistico del bambino, a tal proposito si riportano consigli ed indicazioni utili da poter sfruttare per stimolarlo nel modo più costruttivo in tutto questo percorso di crescita:

-  rispondere sempre positivamente alle sue emissioni sonore, sin dalla lallazione, con sguardi, espressioni facciali e verbali che dimostrino contentezza;

- parlare col bambino in modo scandito, chiaro, senza sillabare, ma sfruttando un ritmo che consenta al piccolo di elaborare correttamente ciò che gli viene detto;

- denominare tutto ciò che lo circonda;

- verbalizzare quello che accade nell’ambiente con frasi semplici che il bambino possa apprendere ed eventualmente riutilizzare;

- stimolarlo con suoni: versi degli animali, suoni onomatopeici del quotidiano, utilizzare canzoncine con contenuti e ritmi semplici;

- sfruttare attività di gioco come costruzioni in cui si possa potenziare l’alternanza del turno, il contatto oculare, la gestualità, il riconoscimento dei colori ed altro. E’ bene non avere uno stile troppo direttivo ma equilibrato nel giocare;

- fondamentale è il gioco di ruolo, di finzione, come ad esempio la cucina con le pentole giocattolo o pupazzi e animali, in cui ricreare contesti all’interno dei quali il bambino possa imitare, esprimersi e sperimentare.

Logopedista Chiara Marianecci

Tel: 3497296063, e-mail: chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
La reazione psicologica successiva alla nascita di un figlio è imprevedibile ed estremamente variabile.
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A cura della Dott.ssa Catia Annarilli, psicologa psicoterapeuta

La gravidanza e il parto nella vita di una donna sono momenti molto importanti, ci si trova a vivere profondi ed intensi cambiamenti emotivi e corporei che la obbligano ad una riorganizzazione profonda del proprio essere donna; il vissuto generale in queste circostanze, spesso, è di profonda vulnerabilità. È pensiero comune quello per cui ogni donna in gravidanza viva una felicità intensa per la formazione della nuova vita e per la famiglia che si allarga e, per tali ragioni, sentimenti depressivi o aspetti di ansia e preoccupazione potrebbero non essere riconosciuti. Gravidanza e parto, in realtà, possono anche essere intense fonti di stress tali da scatenare nelle neo mamme alcuni disturbi caratteristici come quelli dell’umore: da forme più lievi fino a stati più patologici.

La reazione psicologica successiva alla nascita di un figlio è imprevedibile ed estremamente variabile. È legata e condizionata dalle aspettative più profonde della donna e della famiglia, dalle modalità e dalla dinamica del parto, dall’allattamento, dallo stato di salute della donna dopo il parto, dalla presenza di una solida e consolidata relazione con il partner. La discrepanza fra le aspettative e la reale situazione può alimentare sentimenti e vissuti di profonda inadeguatezza tali da indebolire la donna e rendere incerta la relazione di accudimento primario; è proprio in questo momento che è opportuno sondare la presenza di sintomi specifici della depressione o di pensieri infanticidi.

Alcune donne possono avere difficoltà ad accettare il nuovo stato provando sentimenti contrastanti, oscillando tra felicità e paura. Anche se questo tipo di reazioni sono molto comuni, non vengono quasi mai espresse dalle donne per timore di essere giudicate inadeguate nella funzione materna; la mancanza di ascolto di queste parti di Sé può determinare un passaggio in cui sentimenti di tristezza e ansia si trasformano in  veri e propri sintomi depressivi.

La depressione post-partum è un disturbo dell’umore, può colpire le donne nel periodo immediatamente successivo al parto. È una condizione diversa sia da quella definita baby-blues, che dalla psicosi puerperale; la prima caratterizza le primissime settimane dopo il parto, è una sindrome benigna transitoria abbastanza diffusa, che non necessariamente si trasforma in uno stato patologico depressivo vero e proprio, e che solitamente ha una risoluzione spontanea in breve tempo; la seconda, la psicosi puerperale, è invece uno stato psicopatologico grave caratterizzato da sintomi psicotici veri e propri, che richiede l’immediato intervento di uno specialista.

Fattori di rischio nell’insorgenza della depressione post-partum.

Sembrerebbe che i fattori di rischio per la DPP non siano diversi da quelli per la depressione nella popolazione generale: questi aumentano solo la probabilità che una depressione si possa manifestare ma non sono fattori causali necessari. Alcuni ritengono che l’improvvisa variazione ormonale - calo del livello degli estrogeni e del progesterone - possa essere un fattore scatenante, ma appaiono decisamente più significativi gli aspetti di carattere psicologico, come:

storia personale di depressione; timore per le nuove responsabilità; cambiamento del proprio aspetto fisico; depressione durante la gravidanza; mancanza di sostegno sociale e/o familiare; gravidanza non pianificata; avere già due o più figli; disoccupazione; la fatica fisica del post-partum e le alterazioni del sonno possono essere un potente induttore di stress che agendo sul sistema immunitario materno può ridurre la capacità di difesa e di reazione, rendendo la donna più vulnerabile alla depressione;

Soprattutto per il primo figlio, la donna deve affrontare alcuni importanti compiti evolutivi di riorganizzazione psichica:

cambiamento di ruolo nelle relazioni sociali; costruzione di una nuova identità femminile; nuovo equilibro di coppia; confronto con la propria relazione materna; perdita dello stato simbiotico con il bambino; confronto fra il bambino immaginato e quello reale; relazione di dipendenza con il figlio;

Molte pazienti tendono a non riconoscere il proprio stato depressivo, può  esserci riluttanza a confessare questi vissuti per vergogna, senso di fallimento o timore di essere giudicate inadeguate alla cura del proprio bambino. Alcune attribuiscono ai repentini cambiamenti di umore, alla stanchezza e alle difficoltà di relazione la causa del disagio piuttosto che ammettere di essere depresse.

La depressione materna non trattata può interferire negativamente con lo sviluppo cognitivo, emotivo e comportamentale del bambino.

Il riconoscimento precoce dei sintomi depressivi e dello stato di profonda sofferenza della donna permette di attuare tempestive azioni psicoterapeutiche e farmacologiche (se necessarie), utili alla positiva risoluzione della situazione.

Cosa fare? Come chiedere aiuto?

L’intervento deve essere sempre tempestivo per contenere il più possibile gli effetti dannosi per la mamma e il neonato. È importante rivolgersi a uno psicoterapeuta in quanto il sostegno psicologico e la psicoterapia risultano essere gli interventi più efficaci nella cura e gestione del momento depressivo post parto. 

La psicoterapia

La donna che soffre di depressione post parto deve essere aiutata a riconoscere i segnali del malessere, e a formulare una richiesta di aiuto. Ha bisogno di ritrovare fiducia in sé stessa, nelle proprie capacità di madre e di donna, deve essere sostenuta nella costruzione della relazione di attaccamento con il proprio bambino. Ha bisogno di essere accolta, ascoltata e compresa nei vissuti di colpa e di vergogna che la sofferenza ha determinato, compromettendo a livello profondo la sua autostima e la costruzione della nuova identità materna. Per tutti questi motivi un percorso di psicoterapia e di accompagnamento alla maternità sembra essere il trattamento elettivo nell’incontro terapeutico, dove la donna può trovare uno spazio di ascolto neutro e poter depositare ed elaborare i sentimenti più inconfessabili senza sentirsi giudicata, potendo ritrovare il senso della propria storia alla luce della nascita di un figlio, e all’ombra della rivisitazione del rapporto con la propria madre. La maternità riporta la donna a rivivere emozioni legate al rapporto con le proprie figure di attaccamento, e talvolta ciò può essere fonte di conflitto e di disagio interiore; nello spazio di ascolto terapeutico anche questi aspetti possono trovare un contenimento rassicurante in un processo evoluto di crescita del ciclo vitale. 

Il trattamento farmacologico quando è necessario ?

I farmaci psicotropi possono essere dannosi per il feto e per il neonato, e possono compromettere l’allattamento al seno. È quindi necessario considerare gli effetti patogeni e la tossicità perinatale;  di conseguenza, l’uso di farmaci deve avvenire solo dopo attenta valutazione da parte di uno psichiatra e dietro sua diretta prescrizione. Qualora fosse necessario un trattamento farmacologico questi dovrebbe possedere il più basso profilo di rischio per la mamma e per il neonato, dovrebbe prevedere un dosaggio minimo efficace a permetterne l’allattamento. È consigliabile comunque affiancare sempre l’assunzione di farmaci ad un trattamento psicoterapeutico.

Dott.ssa Catia Annarilli

Psicologa - psicoterapeuta

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Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Il modello dietetico che meglio rispecchia le esigenze nutrizionali della donna in attesa e del suo feto prevede una ripartizione in 5 pasti al giorno
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A cura della Dottoressa Monia D’Amico -  Biologa Nutrizionista

La gravidanza è uno stato fisiologico in cui madre e figlio sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro: l’alimentazione della futura mamma incide molto sulla salute del feto che ha in grembo.

Quando si programma una gravidanza è necessario prestare più attenzione alla propria alimentazione, migliorandola se necessario, badando  alla qualità e alla quantità di ciò che ingeriamo. Un’alimentazione adeguata è fondamentale per assicurare il corretto andamento della gravidanza, lo sviluppo e la crescita del feto e il buon esito della gravidanza stessa.

Il modello dietetico che meglio rispecchia le esigenze nutrizionali della donna in attesa e del suo feto prevede una ripartizione in 5 pasti al giorno prestando attenzione a non saltare nessun pasto specialmente gli spuntini che pur essendo piccoli come quantità permettono di aspettare i pasti principali senza arrivare troppo affamati. Questa ripartizione evita alla gestante di mangiare in modo continuo oppure di rimanere molto tempo a digiuno e inoltre assicura la giusta quantità di nutrienti ed energia al feto.

In termini di qualità la dieta dovrebbe essere il più possibile varia e racchiudere tutti i principi nutritivi.

E’ Preferibile un’alimentazione più naturale possibile in alternativa ai prodotti industriali raffinati, cibi pronti e troppo manipolati prima di essere ingeriti. I prodotti integrali ad esempio conservano meglio tutte le loro componenti anche quelle presenti in quantità minime come oligoelementi e vitamine.

I cereali integrali possibilmente biologici e coltivati senza utilizzo di prodotti chimici, come riso, orzo, frumento, avena, mais, miglio, segale dovrebbero far parte dell’alimentazione quotidiana come sostituti di pasta e pane bianchi che ancora detengono il primato. I cereali integrali possono essere consumati in chicchi oppure in fiocchi o farine dalle quali si può ricavare dell’ottimo pane.

Le Verdure di stagione, crude o cotte e dovrebbero essere presenti ogni giorno ad ogni pasto. Se consumate crude vanno lavate molto bene per evitare rischio di contaminazioni batteriche pericolose in gravidanza.

La Frutta fresca di stagione e la frutta secca come noci, mandorle, nocciole lontane dai pasti soprattutto per spuntini e colazione.

I Legumi che rappresentano una buona fonte di proteine già da soli ma assunti insieme ai cereali contengono  proteine di alta qualità come carne e pesce.

La Carne soprattutto magra come pollo e coniglio da consumare ben cotte. Evitare carni crude o poco cotte, salumi poco stagionati. Alcuni alimenti possono veicolare agenti patogeni come Listeria monocytogenes e Toxoplasma gondii, (carni crude, salumi,pesce, verdure) responsabili di patologie a carico del feto, altri alimenti possono veicolare germi responsabili di infezioni o tossinfezioni alimentari. E’ molto importante l’igiene delle mani dopo aver toccato alimenti crudi.

Il Pesce come sogliola, merluzzo, nasello, trota, palombo, dentice, orata e pesce azzurro.  Evitare pesce crudo, marinato e frutti di mare. Il tonno in scatola va bene ma non si deve eccedere nell’uso. Il pesce è importante perché oltre ad essere fonte di proteine di alta qualità che in gravidanza dovrebbero essere aumentate, è fonte di gli acidi grassi monoinsaturi e gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena, in particolare della serie Omega-3, tra cui il più il più importante è il DHA presente nel pesce, soprattutto quello “azzurro”. Gli acidi grassi essenziali sono molto importanti sia per la madre che per la crescita e lo sviluppo del sistema nervoso centrale del neonato e servono, in particolare, alle strutture cerebrali e retiniche.

Il Latte, lo yogurt e i formaggi soprattutto freschi come mozzarella, ricotta, crescenza, robiola, caprino.

Uova ben cotte con moderazione.

Olio extravergine d’oliva da utilizzare a crudo.

 

Alcuni alimenti dovrebbero essere accuratamente evitati:

Zucchero bianco e dolci con grande quantità di zuccheri a causa dell’azione decalcificante sulla donna e sul feto.

Alcool che facilmente attraversa la placenta e rimane nel feto a concentrazioni elevate e per molto tempo a causa dell’incapacità del feto di metabolizzarlo. Questo accumulo può produrre malformazioni e ritardo mentale  del bambino.

Caffeina presente nel caffè, nel tè e nelle bevande a base di cola. La caffeina è una sostanza molto attiva farmacologicamente sul sistema nervoso e sui reni e facilmente può attraversare la placenta per arrivare nel circolo fetale  viene metabolizzata molto più lentamente nella donna gravida. Si può prendere caffè decaffeinato ottenuto solo con metodi naturali perché il decaffeinato normalmente contiene residui tossici derivati dai processi chimici di sottrazione della caffeina.

Dal punto di vista quantitativo è bene precisare che non sono previste modificazioni dell’apporto calorico della madre nel primo trimestre di gravidanza poichè la necessità di nutrimento dell’embrione è bassa. Dal secondo trimestre è previsto un minimo aumento delle calorie ingerite dalla madre giornalmente che non comporta un’imposizione assoluta ma piuttosto un assecondare il cambiamento dei propri bisogni. È bene ricordare che il fabbisogno aggiuntivo di energia in gravidanza e l’aumento auspicabile di peso va comunque stabilito individualmente e varia a seconda del peso pregravitico. Alcune persone potrebbero aver bisogno di incrementare più di altre l’apporto calorico giornaliero.

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Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
La paura della morte può manifestarsi come paura della propria morte o come paura di perdere una persona cara
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a cura della dott.ssa Vanessa Tartaglia, Psicologa e Psicoterapeuta 

"Non ho paura di morire. E' solo che non vorrei essere li quando questo succede"  Woody Allen  

La paura della morte affligge milioni di persone in tutto il mondo soprattutto in certi paesi industrializzati in cui l'aspettativa di vita è molto elevata sia in termini di qualità che di durata.

La tanatofobia è la paura della morte, delle cose morte o di qualsiasi altra cosa ad essa associata. Questo disturbo è spesso associato con altre problematiche quali l'ansia, gli attacchi di panico, la depressione e l'ipocondria.

Tutte le paure originano da una fondamentale che è la paura della morte, dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l'elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Se pensiamo a cosa ci spaventa effettivamente della morte, probabilmente vedremo che è il nulla, l’ignoto, il vuoto, l’idea che di noi non resti niente, la fine di tutto, la perdita degli affetti, dell’amore, delle emozioni che la vita ci regala, ma soprattutto la sua ineluttabilità e il fatto che sfugge ad ogni controllo razionale. Pur essendo naturale, proprio per queste sue caratteristiche, può diventare una patologia nel momento in cui il pensiero della morte è così intenso e invadente da condizionare la vita del soggetto impedendo a chi la vive di agire, di scegliere, di cambiare, di vivere.

La paura della morte sopraggiunge, spesso, prima di andare a dormire, perché legata a quella “morte temporanea”, intesa come assenza di sé, che è il sonno. 

La paura della morte può manifestarsi come paura della propria morte o come paura di perdere una persona cara, pur trattandosi dello stesso disturbo può cambiare il modo in cui si manifesta.

 

Quando si manifesta la paura di morire?

La paura della morte è comune alla maggior parte delle culture e varia a seconda dell’età di un individuo, i bambini pensano di non morire, che muoiano gli altri e parlano della morte praticamente senza timore, anzi spesso la esorcizzano nel gioco, la paura subentra con la crescita quando il ragazzo prende consapevolezza dei propri limiti e sente di perdere la, rassicurante, protezione dei genitori;  nella pre-adolescenza iniziano i primi timori legati alla morte…si prende consapevolezza che la morte è inevitabile per tutti. Queste paure aumentano sempre più finché nell’età adulta si arriva a considerare la morte un vero e proprio tabù, la si esorcizza al punto di evitare di parlarne può però diventare una fobia in seguito ad trauma. Si può avere paura della morte provocata dalle malattie più comuni come l'infarto, il cancro e che la morte li colga all'improvviso senza che ricevano soccorso.

Ci sono condizioni particolari durante le quali si può sviluppare la tanatofobia come ad esempio durante la gravidanze la gestante può essere colpita da attacchi d'ansia associati alla paura di morire durante il parto o alla paura di perdere il bambino.

In vecchiaia, quando l'individuo diventa cosciente del proprio decadimento fisico, la paura della morte, può diventare patologica e spesso si presenta associata ad ipocondria.

 

Come superare la paura di morire

I bambini ed i ragazzi, in assenza di condizioni familiari difficili e di fobie patologiche, superano la paura della morte senza difficoltà.

Se la tanatofobia si sviluppa all'inizio della gravidanza spesso si risolve spontaneamente con il parto, se invece, si sviluppa verso la fine della gravidanza può protrarsi anche dopo la nascita del bambino.

Nell'anziano lo svilupparsi della tanatofobia è dovuto ad un reale avvicinarsi della fine, alla consapevolezza del fatto che la nostra vita ha una durata e che gran parte di essa l’abbia già vissuta, in questo caso ha bisogno, più di prima, di attenzioni ed affetto.

Per quanto riguarda la tanatofobia in età adulta la psicoterapia è la cura più efficace. Scopo della terapia psicologica è comprendere quali siano le cause dell'insorgenza della fobia innanzitutto cercando di capire se quella del soggetto è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico, oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. In quest’ultimo caso dietro a quella paura c'è un'insicurezza di fondo, una mancanza di autostima e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi. La psicoterapia può essere affiancata, in alcuni casi, dalla terapia farmacologica che aiuta a controllare i sintomi.

La terapia farmacologica consiste nell'assunzione di antidepressivi quali il Nefazodone o le Benzodiazepine, hanno un effetto più immediato ma effetti collaterali quali vomito, sonnolenza e dipendenza.

 

Contatti: 

Dott.ssa Vanessa Tartaglia

Psicologa-Psicoterapeuta

Cell.3388558488 email: dott.vanessatartaglia@cpcr.it

www.centropsicologiacastelliromani.it

p.zza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale

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