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Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci, Logopedista


Il lessico, cioè la ricchezza dei vocaboli, è uno degli aspetti più importanti del linguaggio che non riguarda solamente i più piccoli ma anche gli adulti. Questa, tuttavia, è una capacità che va coltivata sin dall’età evolutiva, in quanto un bagaglio lessicale ampio è importante non solo affinchè il bambino possa avere una comprensione e produzione del linguaggio più elevata e completa, ma anche per l’apprendimento della letto-scrittura, per le capacità di narrazione e per l’abilità di creazione del testo scritto. Si riportano di seguito delle strategie che insegnanti e genitori possono sfruttare per stimolare il più possibile il bambino in età pre-scolare: 1) arricchire le fasi di gioco focalizzando l’attenzione sulla denominazione degli oggetti e delle attività che si stanno svolgendo, in maniera tale che il piccolo possa comprendere le varie correlazioni in questione. A tale proposito, nel caso di un bambino più grande è possibile organizzare giochi un pochino più complessi, come dei “memory” con immagini di oggetti, che i “giocatori” devono ricordare e denominare. Ciò avviene inizialmente soprattutto con i sostantivi ma è opportuno ricordarsi di arricchire il più possibile anche la categoria dei verbi; 2) stimolare il bambino per categorie semantiche: ad esempio, categoria degli alimenti, di indumenti, di cibi, frutta etc. Un’idea può essere organizzare attività in cui il bambino deve mettere tutti i cibi nel carrello o i vestiti nei cassetti: il tutto può essere fatto con gli oggetti, o in modo più astratto, per i più grandi, anche con le figure. Naturalmente in tutte queste attività la denominazione deve essere sempre presente; 3) utilizzare storie con immagini, di complessità crescente a seconda dell’età del bambino, in cui il piccolo inizialmente ascolta soltanto, e in un secondo momento viene coinvolto gradualmente nel completamento di frasi con parole mancanti. Questo stimola sia la memoria che l’attenzione uditiva: aspetti fondamentali per l’ampliamento del lessico. 4) utilizzare delle filastrocche, meglio se con supporto visivo in sequenza o tramite cd con libro. 5) verbalizzare coppie di parole oppositive: ovvero i contrari. Su questo esistono attività facilmente reperibili già pronte. 6) svolgere attività più complesse ma che permettono uno sviluppo delle abilità lessicali decisamente più elevato: sono quelle in cui si stimola il bambino a fare un’analisi di tutte le caratteristiche di un oggetto (colore, forma, dimensione, uso etc). A tal proposito si possono fare giochi in cui il bambino toccando solamente una cosa cerca di riconoscerla per poi denominarla. Successivamente è possibile fare anche ulteriori attività in cui il bambino individua le caratteristiche che un oggetto condivide con altri; ad esempio: “la mela è un frutto tondo e liscio, ma quale altro oggetto ha le stesse caratteristiche?”. L’adulto può chiedere anche al bambino di dividere gli oggetti per categorie e portarlo a delle conclusioni per caratteristiche comuni: ”tutti i frutti possono essere tagliati”.
Detto questo, tuttavia, nei casi in cui il lessico del bambino risulti estremamente ridotto, e si rilevino in aggiunta difficoltà narrative, di costruzione frasale o di comprensione, allora sarà necessario intervenire con valutazioni più specifiche come quella logopedica. Questo permetterà di rintracciare carenze linguistiche ben precise , e procedere eventualmente, mediante trattamenti specifici, in maniera che il bambino possa completare le tappe di sviluppo e approdare all’età scolare con difficoltà quanto più limitate possibili.

LOGOPEDISTA CHIARA MARIANECCI
Tel. 3497296063
e-mail: chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Gli oggetti che si comprano sono inutili o eccessivi – come l'acquisto di scarpe in eccesso o dell'ennesimo vestito – nonostante ciò l'acquisto non può non essere evitato o ricercato
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A cura della Dottoressa Dott.ssa Catia Annarilli, psicologa – psicoterapeuta



Il disturbo da shopping compulsivo rientra nella più ampia categoria del disturbo del controllo degli impulsi che così come definiti dal DSM-IV, sono disturbi di natura psichica caratterizzati dall'irrefrenabile impulso di compiere un gesto o un azione, sono sovente preceduti da uno stato di forte attivazione ansiosa ma nonostante ciò, dopo il compimento dell'azione spesso il vissuto è quello del senso di colpa, frustrazione e vergogna.

Si avverte la sensazione di eccitamento nel momento prima di compiere l'azione che determina piacere e gratificazione ma la cui durata è spesso breve ed effimera.

Gli oggetti che si comprano sono inutili o eccessivi – come l'acquisto di scarpe in eccesso o dell'ennesimo vestito – nonostante ciò l'acquisto non può non essere evitato o ricercato. Gli episodi di acquisto compulsivo possono ripetersi più volte anche in un solo giorno e possono determinare uno stato di profondo disagio per la persona proprio perché la stessa si rende conto dell'inutilità del gesto e dell'oggetto, e del danno sul piano finanziario, relazionale e lavorativo.

Nello shopping compulsivo si possono identificare dei prodromi tipici caratterizzati tutti dal senso di urgenza nel dovere acquistare qualcosa a volte qualcosa di specifico altre volte solamente un semplice acquisto. Quando ci si prepara all'acquisto le emozioni tipiche sono sgradevoli come la tristezza, la rabbia o la noia, emozioni però che non possono essere riconosciute dalla persona che vive solo un senso di insoddisfazione e inadeguatezza profonde e che vede nell'acquisto la risoluzione di tale malessere.

La necessità dell'acquisto ripetuto e compulsivo determina anche l'acquisizione di strategie economiche per la soddisfazione: spesso queste persone si trovano ad avere più carte di credito, ad utilizzarle in maniera disordinata, a chiedere prestiti e comunque a compromettere in maniera consistente l'aspetto economico personale e familiare.
Si acquistano oggetti dai quali si è ammaliati, talvolta gli si attribuisce quasi un potere magico, salvifico: l'acquisto di quello specifico oggetto, o di quel determinato paio di scarpe potrebbe rendere la persona migliore e finalmente serena, potrebbe risolverle tutti i problemi!
In realtà quello che accade immediatamente dopo è un senso di frustrazione profondo nonché un vissuto di colpa per l'acquisto fatto e tutta l'euforia che aveva preceduto l'acquisto immediatamente scompare per lasciare spazio ad un senso di sconforto, di vergogna e delusione.

Un episodio di acquisto compulsivo sembrerebbe organizzarsi intorno a specifiche emozioni e non su reali bisogni.
Gli oggetti acquistati non solo non sono realmente necessari, ma spesso sono solo delle copie di cose che già si posseggono e comunque una volta acquistati perdono subito la loro importanza per essere dimenticati nell'armadio, regalati o nascosti.
Le persone che soffrono di questo disturbo spesso riconoscono di avere un problema, la categoria più a rischio è quella femminile tra i 20 e i 30 anni di età.

L'acquisto compulsivo sembrerebbe essere a tutti gli effetti un processo di compensazione interno che ha l'azione di determinare un senso di pace interiore momentanea e fittizia rispetto a qualcosa che manca e di cui si ha un forte bisogno ma che chiaramente non è nulla di materiale. Lo shopping avrebbe il compito di alleviare la persona da uno doloroso stato emotivo sottostante, spesso di natura depressiva, di cui però non si è completamente consapevoli.

Il percorso di psicoterapia può aiutare la persona a distingue i reali bisogni emotivi, a controllare gli aspetti compulsivi per arrivare a comprendere la vera natura del disagio.


Dott.ssa Catia Annarilli
psicologa – psicoterapeuta

cell. 3471302714
www.centropsicologiacastelliromani.it
www.psicologacastelliromani.it



bibliografia
DSM-IV-TR Masson edizione 2002.

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Tra i cibi che contengono quantità elevate di cloruro di sodio ci sono: formaggi, salumi, pesce in scatola e carni conservate, snack salati come patatine
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A cura della Dottoressa Monia D’Amico Biologa Nutrizionista

Il sale ha un ruolo antichissimo nella storia dell’alimentazione poiché veniva utilizzato già dall’uomo del neolitico, circa 10.000 anni fa, come conservante del cibo che andava incontro a deperimento come carne e pesce.
Per anni tutti i popoli del mondo, hanno dovuto procurarsi adeguate riserve di sale, per garantire la loro sopravvivenza, con la sola esclusione degli eschimesi che potevano utilizzare il ghiaccio, per mantenere le loro derrate alimentari.
Oggi si assiste ad un abuso del sale da cucina (cloruro di sodio) che si ritiene responsabile dell’ipertensione arteriosa e dell’eccessiva ritenzione di liquidi che si presenta nel corso di malattie renali, epatiche o cardiache.
Secondo le linee guida internazionali, l’uso del sale andrebbe contenuto consumando non più di 5-6 grammi di sale da cucina al giorno poiché la nostra alimentazione è già molto ricca di cloruro di sodio ed arrivare all’eccesso è molto semplice.
Tra i cibi che contengono quantità elevate di cloruro di sodio ci sono: formaggi, salumi, pesce in scatola e carni conservate, snack salati come patatine, noccioline ecc. Inoltre tutti i cibi preparati industrialmente, per motivi di gusto o per ragioni tecnologiche hanno un contenuto di cloruro di sodio molto elevato. Il sodio è contenuto un po’ dappertutto anche nel glutammato monosodico del dato da cucina, nel bicarbonato di sodio o negli altri sali presenti nelle acque minerali e in alcuni conservati ed integratori alimentari.
Solo attraverso il consumo di cibi che contengono sodio, ogni adulto ingerisce in media 10 grammi di sale da cucina al giorno che corrisponde a 4 grammi di sodio. Più si mangiano alimenti salati e più si sviluppa una preferenza per il cibo saporito e quindi si tende ad aggiungere sale in eccesso.
Alcune persone grazie alla loro patrimonio genetico sono protette e possono consumare sale senza presentare alcun problema cardiovascolare.
L’eccesso di sodio può essere pericoloso per molte persone che risultano particolarmente sensibili anche a piccole quantità e hanno maggiore rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e patologie cardiovascolari. L’ipertensione arteriosa può portare ad ispessimento delle pareti del cuore con conseguenze a carico del cuore stesso (angina, infarto) e anche di altri organi come il cervello (ictus), il rene (insufficienza renale) e la retina.


Quale è il sale migliore da utilizzare in cucina?
Il più comune è il sale bianco estratto dall’acqua di mare. In questo sale il contenuto di cloruro di sodio è massimo e spesso presenta anche antiagglomeranti aggiunti durante la lavorazione chimica per evitare che si indurisca assorbendo umidità. Anche se ancora è il più utilizzato è il meno naturale.
Molto comune in commercio è anche il sale iodato: si tratta di sale marino che subisce i normali processi industriali di raffinazione ma al quale in più viene aggiunto iodio. Lo iodio è particolarmente adatto alla prevenzione di alcune patologie tiroidee tipiche delle zone lontane dal mare.
Questo sale può contenere un eccesso di iodio per cui non è indicato in persone che abitano in vicinanza del mare.
Un eccesso di iodio può causare patologie tiroidee anche in persone sane e aggravare persone che soffrono di tiroidite autoimmune.
Il migliore da utilizzare è il sale marino integrale ottenuto per evaporazione dell'acqua di mare e poi sottoposto ad una serie di trattamenti superficiali di lavaggio e purificazione.
Il mancato utilizzo di metodiche di raffinazione chimica, permette al sale integrale di conservare intatto il patrimonio naturale di oligoelementi.
Questo sale oltre a contenere naturalmente cloruro di sodio contiene anche altri sali tra cui lo iodio , il magnesio, il potassio ed altri microelementi.
Esistono anche altri Sali marini integrali più pregiati e più rari da trovare con proprietà particolari come ad esempio il sale rosa dell’Himalaya, totalmente privo di sostanze inquinanti, il sale rosso delle Hawaii, il cui colore è dovuto all’elevato contenuto di ossido di ferro e il sale blu di Persia, che contiene al suo interno la silvinite (variante nel reticolo cristallino del sodio) che impartisce il caratteristico colore blu.
Senza imbatterci nella ricerca dei Sali marini più rari, il più adatto all’utilizzo domestico rimane il sale marino integrale più facile da trovare e più economico.

Esiste poi un sale dietetico consigliato dal medico a chi ha seri problemi di ipertensione e ha difficolta ad eliminare il sale da cucina: si tratta di un sale in cui è diminuito il contenuto di sodio e aumentato quello di potassio.
Come si può diminuire il consumo di sale? alcuni consigli pratici

1) Diminuire il consumo di alimenti ad elevato contenuto di sale: prosciutto e altri affettati, insaccati e formaggi salati. Evitare il consumo di patatine, snack, cibi industriali confezionati, dato da cucina e cibi precotti. Il sale si trova anche nel pane, nei biscotti, nei cereali da colazione.
2) Utilizzare in sostituzione del sale, il gomasio composto da sale marino integrale e semi di sesamo tostati in proporzione 1 a 20, spesso insaporito anche con erbe aromatiche. Utilizzando il gomasio si diminuisce molto l’apporto di sodio nella dieta e si aumenta invece l’apporto di calcio per cui è particolarmente indicato nella donna che nel periodo della menopausa necessita di uno supplemento di questo oligoelemento. Inoltre ha una azione fortificante sul sistema nervoso, e contiene oli essenziali che abbassano il colesterolo.
3) Salare l’alimento solo a cottura ultimata evitando di versare troppo sale durante la bollitura.
4) Il cibo può essere insaporito anche con erbe aromatiche e peperoncino.
Molte verdure o altri alimenti se cotti al vapore mantengono sali minerali e vitamine assumendo un sapore naturale più buono e quasi non serve l’aggiunta di sale o dato per insaporirli.
Comunque se si vuole diminuire l’apporto di sodio nella dieta basta diminuire gradualmente l’apporto di sale in modo da abituarsi pian piano ad un sapore più naturali dei cibi.


Dott.ssa Monia D’Amico Biologa Nutrizionista 3476003990

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro, oggetto d’amore, una importanza tale da annullare se stessi
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A cura della D.ssa Vanessa Tartaglia, Psicologa-Psicoterapeuta

 

La dipendenza affettiva o "love addiction" è uno stato patologico nel quale la relazione di coppia è vissuta come condizione unica, indispensabile e necessaria, per la propria esistenza; uno dei partner mostra la difficoltà a porre un confine psichico tra se stessa e l'altro ed a conservare la propria individualità all'interno di un rapporto sentimentale. Chi vive questo tipo di dipendenza attribuisce all’altro, oggetto d’amore, una importanza tale da annullare se stessi, non ascoltando i propri bisogni e le proprie necessità. L'altro diventa la linfa vitale di cui quotidianamente nutrirsi, condizione indispensabile alla sopravvivenza.
Non sempre la differenza tra amore e dipendenza affettiva è netta. Può addirittura accadere che i due fenomeni si confondano. La chiave di distinzione sta nel grado di autonomia dell'individuo e nella sua capacità di trovare un senso in se stesso. Diversamente da quanto comunemente si crede, l'amore nasce dall'incontro di due unità, non di due metà. Solo per si percepisce nella sua completezza è possibile donarsi senza annullarsi, senza perdersi nell'altro. Chi è affetto da dipendenza affettiva, non essendo autonomo, non riesce a vivere l'amore nella sua profondità e intimità. La presenza dell'altro non è più una libera scelta ma è vissuta come una questione di vita o di morte: senza l'altro non si ha la percezione di esistere. I propri bisogni e desideri individuali vengono negati e annullati in una relazione simbiotica. Tutto questo per evitare di affrontare la paura più grande: la rottura della relazione!
I sintomi della dipendenza affettiva sono i seguenti:
 terrore dell’abbandono e della separazione
 evidente mancanza di interesse per sé e per la propria vita
 paura di perdere la persona amata
 devozione estrema
 gelosia morbosa
 isolamento
 incapacità di tollerare la solitudine
 stato di allarme e di panico davanti alla minima contrarietà
 assenza totale di confini con il partner: la relazione è simbiosi e fusione
 paura di essere se stessi
 senso di colpa e rabbia

Le relazioni che instaurano queste persone non sono casuali, ma soddisfano il bisogno di avere a tutti i costi una relazione, quindi le false lusinghe mosse dall’altro fungono da trappola che li induce ad intraprendere una nuova relazione. L’altro, persona forte e sicura di sé, tronfio del suo enorme ego, funziona da specchietto per le allodole. La dipendente affettiva pensa al brillante futuro di protezione che potrebbe avere con questa persona che, a sua volta, si ingaggia in una relazione affettiva con questa tipologia di soggetto solo perché ha bisogno di sottomettere qualcuno su cui esercitare la propria superiorità.
Sono dunque atteggiamenti e comportamenti che si incastrano perfettamente: il manipolatore sceglierà una compagna sottomessa e insicura nella quale saprà trovare a poco a poco la zona vulnerabile che consentirà l’instaurarsi di un rapporto di dipendenza; l’area di vulnerabilità funge da gancio di traino, meglio lo aggancio più sottometto l’altro che, a sua volta, soffre e per paura di sganciarsi si lascia tirare sempre di più (spesse volte fino al punto di ricevere danni fisici).

Dove affonda le radici la dipendenza affettiva?
Le cause della dipendenza affettiva vanno ricercate in particolari dinamiche familiari che hanno portato la persona dipendente a costruirsi un’immagine di se come di persona inadeguata, indegna, dove la misura della propria autostima è nella capacità di sacrificarsi per la persona amata.
Tra le peculiarità della storia personale e familiare condivise da chi è coinvolto in un problema di “love addiction” ci sono:
• la provenienza da una famiglia in cui sono stati trascurati, soprattutto nell’età evolutiva, i bisogni emotivi della persona in virtù dei bisogni materiali;
• una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stessi;
• una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori che si è tentato a lungo di cambiare affettivamente, riprovare per ottenere un cambiamento nelle rispetto al passato;
• l’assenza nell’infanzia della possibilità di sperimentare una sensazione di sicurezza genera un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner, che viene nascosto dietro un’apparente tendenza all’aiuto dell’altro.
Per questo, la dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell’umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo, riuscendo a farsi amare da chi ama solo se stesso. Amare un partner realmente affettuoso e gentile porta ad annoiarsi, invece lo stare sulla corda, il rifiuto, la mancanza di certezza muove il desiderio. Naturalmente, si tratta di valutazioni errate che alimentano e mantengono il disturbo.

Come guarire dalla dipendenza affettiva?
Il principale problema nella risoluzione delle dipendenze affettive è l’ammissione di avere un problema. Esistono infatti dei confini estremamente sottili tra ciò che in una coppia è normale e ciò che diviene dipendenza. La difficoltà nell’individuazione del problema risiede anche nei modelli distorti di amore che possono far ritenere determinati abusi e sacrifici di sé come “normali”. Spesso, paradossalmente, è la “speranza” che fa sopravvivere il problema e che tende a cronicizzarlo: la speranza in un cambiamento impossibile, soprattutto in un contesto relazionale in cui si sono consolidati dei copioni da cui è difficile uscire. Così, paradossalmente, l’inizio del cambiamento arriva quando si raggiunge il fondo e si sperimenta la disperazione, che rappresenta la possibilità di sotterrare le illusioni che hanno nutrito a lungo il rapporto patologico. E' questo il momento in cui si è più disposti a chiedere aiuto e può essere l'occasione per iniziare un percorso psicologico di cambiamento, finalizzato alla costruzione di legami sentimentali più appaganti.
Nel momento in cui il disagio e la sofferenza diventano troppo pesanti, tanto da compromettere seriamente la vita quotidiana, è bene rivolgersi ad uno psicologo. Indicazioni psicologiche importanti possono giungere tramite l'analisi delle relazioni interpersonali passate e presenti attraverso un fiducioso e rispettoso percorso psicologico, una persona dipendente affettivamente può acquisire importanti indicazioni per ricollocare finalmente se stessa al centro della propria vita per concedersi la possibilità di farsi amare in modo sano e diventare sereni.
L’obiettivo del processo terapeutico è rappresentato dall’acquisizione di consapevolezza: scoprire la propria fragilità può trasformarsi in una forza che permetterà di avere una più chiara visione della realtà e di conseguenza darà alla persona che soffre di dipendenza affettiva la capacità di migliorare la propria vita.

Contatti:
Dott.ssa Vanessa Tartaglia
Psicologa-Psicoterapeuta
Cell.3388558488 email: vanessatartaglia@yahoo.it
www.centropsicologiacastelliromani.it
p.zza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale

Rubrica Psicologia - Centro Psicologia Castelli Romani
In età evolutiva lo sport può essere assimilato al gioco che può avere anche finalità agonistiche, ma che rappresenta un evento molto importante
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Lo sport in età evolutiva: come scegliere?

A cura della Dottoressa Francesca Bertucci, Psicologa dell’età evolutiva– Mediatore familiare


Tale articolo nasce dall’esigenza di definire delle linee guida per l’utilizzo dello sport in età evolutiva, sperimentato nel mio vissuto lavorativo e formativo, in contesti sia terapeutici (cura del sintomo) sia non terapeutici (integrazione sociale e prevenzione della devianza giovanile).
Nelle situazioni di disabilità fisica e psicologica, momentanea dovuta ad un trauma o permanente, lo sport può avere un valore terapeutico, in quanto è un motore di crescita e di maturazione personale. In altri contesti invece, attraverso la relazione educativa, facilita la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che avviene, delle sensazioni corporee e delle emozioni. Ciò contribuisce in modo sostanziale allo sviluppo psico-fisico, alla formazione di una personalità armonica e non da ultimo, allo sviluppo della socialità.


In età evolutiva lo sport può essere assimilato al gioco che può avere anche finalità agonistiche, ma che rappresenta un evento molto importante, in special modo se visto come fonte di divertimento, educazione e benessere psicofisico.
Nel gioco il livello motorio, emotivo-affettivo e cognitivo sono strettamente collegati, avendo un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento, sviluppo ed adattamento. L'attività sportiva riveste una notevole influenza nello sviluppo del bambino e dell'adolescente ed è caratterizzata da forti finalità educative e formative, anche perché il corpo ed il movimento sono fonte e mezzo di apprendimento (Piaget, 1936) Inoltre, lo sport come attività ludica, come ho già accennato, può avere una funzione terapeutica, in alcuni casi facilitando l'espressione dei propri vissuti ed esperienze quotidiane, nei casi invece in cui processi di sviluppo sono turbati modificati ed alterati da difficoltà o da handicap, un’attività motoria ben condotta e consapevole può costituire un grosso motore di crescita e di maturazione personale proprio perché può favorire il recupero sensomotorio dello schema corporeo .


Le finalità di un’attività sportiva in età evolutiva sono diverse:

1. Costruire uno sviluppo armonico dell’individuo attraverso l’espressione delle competenze personali sia fisiche che psichiche, anche attraverso meccanismi compensatori di carenze e di disagi.
2. Disciplina: saper ascoltare e conoscere i propri ritmi, diventando consapevole delle proprie capacità e favorendo abitudini positive quali il sentirsi in forma e rispettare impegni e tempi.
3. Saper soffrire resistendo per il raggiungimento di un obiettivo, non fermandosi al primo ostacolo. Capacità di tollerare la frustrazione che può essere trasferita anche in altri contesti della propria vita.
4. Finalizzare in modo sano la competitività in un rapporto di complementarietà con la cooperazione e la condivisione.
5. Sviluppo del senso di appartenenza in un contesto sano.
6. Aumentare l’autostima come elemento basilare della sicurezza personale partendo dalla concretezza dell'io corporeo coinvolto e costruito nelle dinamiche di attaccamento.
7. Contenere l’aggressività e finalizzarla in modo relazionale costruttivo.
8. Attivare la capacità di porre, capire, rispettare le regole, in quanto insindagabili, perché per inserirsi nel gioco bisogna conoscere ciò che si può fare e ciò che non si può fare.
9. Sviluppo dell’autoefficacia attraverso il perfezionamento del gesto sportivo.
10. Integrazione sociale.
11. Attenzione alla salute divenendo più sensibile ai segnali del proprio corpo.

Quando si parla di attività sportiva in età evolutiva è importante fare una distinzione tra il bambino e l’adolescente.
Il bambino è per sua natura un essere psicosomatico ed il corpo è la base ed il luogo dell'esperienza di vita in un vissuto totale ed indifferenziato tra sensazioni ed emozioni che è difficilmente concepibile dall’adulto.
Nella fase dello sviluppo prima dell’adolescenza, lo sport soddisfa un bisogno fondamentale che è quello di giocare ed è una delle principali motivazioni per cui i bambini intraprendono un’ attività sportiva. Ed è per questo che un bravo allenatore o istruttore deve essere in grado di trasformare l’attività in gioco, in quanto facilita la comprensione del bambino.


Il gioco è ricerca di un piacere e uno sfogo di vitalità, ma anche uno strumento adatto alle necessità dello sviluppo.
Nella mia esperienza professionale mi è capitato di lavorare con bambini in contesti sportivi, osservando grandi risultati su diversi piani, sulla capacità relazionale, sul superamento di un trauma, sull’esplicitazione di un vissuto, sulla capacità di collaborare e condividere, sulla capacità di credere in se stessi, ma soprattutto sulla possibilità di credere e vivere contesti positivi molto distanti dal proprio vissuto.
Nella fase evolutiva dell’infanzia e della fanciullezza, diverse sono le attività sportive che si possono proporre. Prima fra tutti l’attività psicomotoria in quanto consente di mettere in moto contemporaneamente corpo, emozioni e pensieri in maniera fluida. Il bambino è posto nella condizione di sviluppare una consapevolezza del proprio corpo in relazione all’altro e all’uso degli oggetti. L’obiettivo è di permettergli di esplorare, sperimentare e approfondire la propria relazione con il mondo che lo circonda nella direzione di uno sviluppo psicofisico armonioso. Questa attività può agire in modo positivo anche sui bambini che hanno subito maltrattamenti o abusi, i quali hanno vissuti di corpo violato e ferito e di deprezzamento, rischiando una deformazione dello schema corporeo e quindi conseguenze allo sviluppo psicofisico, oltre ad evitare l’isolamento sociale. Inoltre, questo l’attività psicomotoria, può agire preventivamente sui soggetti che per particolari condizioni ambientali, familiari e sociali potrebbero presentare disturbi del comportamento.
L’altro sport che può avere effetti positivi sulla capacità di gestire e percepire il proprio corpo è il nuoto, che se utilizzato anche nei casi di abuso e maltrattamento può far vincere al bambino la paura di essere controllato dall’esterno attraverso il superamento della paura dell’acqua.
Un’attività sportiva che mi è capitato di sperimentare soprattutto con i bambini anche molto piccoli e che voglio prendere in considerazione è l’equitazione e il volteggio. Queste pratiche si sviluppano su diverse aree tra loro interagenti: quella dell’educazione fisica, rivolta all’acquisizione e allo sviluppo degli schemi motori di base; l’area pedagogica, che vede il gruppo come elemento cardine per lo sviluppo di capacità relazionali che presuppongono la collaborazione, il rispetto dell’altro, l’accettazione di regole e la condivisione; l’area della prevenzione sociale, che come per la psicomotricità agisce sui disturbi del comportamento. Nei casi di disabilità psichica o fisica, l’equitazione ha una funzione terapeutica attraverso la riabilitazione con il cavallo (ippoterapia) e da la possibilità a questi soggetti di uscire dalla dimensione dell’eterno assistito, emarginato in luoghi di cura chiusi e di recuperare il rapporto con l’ambiente naturale. Molti risultati si ottengono anche sull’autismo, in quanto questi bambini possono sperimentare attraverso il contatto e la relazione con il cavallo, vissuti specifici dell’infanzia e la possibilità di avere un tramite nella comunicazione con il mondo esterno, migliorando la capacità relazionale.
In adolescenza, lo sport assume anche la valenza del comunicare, come mezzo per sviluppare caratteristiche positive: la capacità di superare le difficoltà, la consapevolezza delle proprie possibilità e dei propri limiti, l’autonomia, la motivazione e la capacità di collaborare con gli altri.
È per questo che in tale momento evolutivo ritengo siano molto efficaci gli sport di squadra, non solo per l’importanza di sentirsi parte di un gruppo ma anche per le molteplici funzioni che svolgono. Si sviluppa la responsabilità, attraverso la coscienza degli effetti diretti e indiretti delle proprie azioni; l’autonomia, attraverso la presa di coscienza di sé e delle proprie caratteristiche personali; innalzamento dell’autostima, attraverso l’accettazione realistica dei propri limiti e la scoperta delle proprie potenzialità; la conoscenza e la fiducia negli altri; il rispetto degli avversari, fare risultato è meno importante dell’integrità fisica propria e degli altri; la capacità di cooperare, prendendo coscienza che il successo dipende dal fatto che ognuno svolga i suoi compiti; l’empatia; la condivisione, in quanto il raggiungimento delle mete personali è legato alla possibilità per gli altri di raggiungere le proprie mete; il rispetto delle norme e delle regole; la coordinazione e la mobilità.
Infine, è soprattutto in questa fase evolutiva che lo sport può essere utilizzato a fini preventivi, rispetto alla devianza e al disagio giovanile. Numerose sono le variabili che contribuiscono allo sviluppo della devianza: il legame debole con la società e la famiglia, i bisogni non appagati d’amicizia, di sicurezza affettiva e di rapporti gratificanti. Tra i fattori protettivi invece troviamo la partecipazione ad attività organizzate, oltre alla buona socializzazione e al buon rendimento scolastico.

Dott.ssa Francesca Bertucci
Psicologa dell’età evolutiva– Mediatore familiare

Cell 3345909764-dott.francescabertucci@cpcr.it
www.centropsicologiacastelliromani.it
piazza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 ALBANO LAZIALE
 

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Per un caso di rotacismo si può intervenire con una valutazione e trattamento logopedico che possa mettere in luce le caratteristiche della persona
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A cura della Dottoressa Chiara Marianecci, Logopedista

Il rotacismo comunemente viene definito e conosciuto come “r moscia”, è una lieve difficoltà linguistica molto comune in cui la persona non riuscendo a produrre questo suono lo omette, oppure può sostituirlo con “l” o con la “j” o magari emerge un suono gutturale tipico della lingua francese, con vibrazione posteriore. Per molti il rotacismo non è causa di disagi di alcun genere, anzi è caratteristica propria della persona e di conseguenza non si cerca la risoluzione. In altri casi invece può divenire un problema, soprattutto per bambini e adolescenti, che nel loro percorso evolutivo, didattico e di confronto con i coetanei possono riscontrare in questo aspetto fonte di disagio. È interessante sottolineare inoltre che molti, pur non vivendo negativamente questa piccola difficoltà, si trovano costretti ad intervenire per partecipare a concorsi per lavori o accademie, come alcune militari. Il suono “r” è certamente tra i più complessi della lingua italiana, si caratterizza per un'elevazione dell'apice linguale verso la parte anteriore del palato con vibrazione della stessa grazie al passaggio dell'aria. Conseguentemente alla complessità d'articolazione, tale suono per molti bambini è l'ultimo ad essere acquisito, in alcuni casi lo sviluppo dello stesso può manifestarsi perfino intorno ai sei/sette anni.

Le cause del mancato sviluppo della “r” vanno sempre ricercate nella complessità del suono stesso: può esserci una causa organica, fisica in cui ad esempio il frenulo linguale non appare lungo e sviluppato abbastanza e di conseguenza è compromessa l'elevazione dell'apice linguale, o un'ipotonia e scarsa agilità della muscolatura della lingua, con scarsa coordinazione per la corretta articolazione del suono, si può riscontrare in contemporanea deglutizione atipica con postura linguale alterata e aspetti ad essi correlati. Le conseguenze possono essere prettamente linguistiche e in alcuni casi, in età evolutiva, il bambino nell'approcciare alla scrittura, può manifestare difficoltà nel riconoscerlo e discriminarlo, in questi casi è bene intervenire precocemente con il supporto di un logopedista. Per un caso di rotacismo si può intervenire con una valutazione e trattamento logopedico che possa mettere in luce le caratteristiche della persona, individuando le probabili cause per poi procedere con esercizi mirati; è bene diffidare delle terapie con esercizi trovati su siti o per passaparola perchè nella maggior parte dei casi è necessario un approccio ed un supporto specialistico adeguato affinchè si raggiunga l'obiettivo.



Logopedista Chiara Marianecci

3497296063

Chiara.marianecci@hotmail.it

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Cambia il modo in cui si percepiscono le persone che ci stanno intorno, le nuove mamme saranno più orientare al confronto e la dialogo con le altre mamme
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A cura della Dottoressa Catia Annarilli, psicologa – psicoterapeuta

Diventare madre è il risultato del lavoro che ogni donna compie sul paesaggio della propria mente, l’assetto materno non nasce nell’istante in cui il neonato viene al mondo ma emerge gradualmente dall’inizio della gravidanza fino a dopo la nascita del bambino. Quello che cambia è l’assetto mentale stesso della donna, la sua vita psichica cambia in modo sostanziale con l’arrivo del bambino.
Ogni mamma svilupperà, in base alla propria storia e alla propria esperienza, un suo particolarissimo assetto mentale, diverso da quello che aveva in precedenza, unico nella sua organizzazione e fondamentalmente sconosciuto alle non madri. Avere un figlio cambierà il modo in cui una donna guarderà il modo, cambierà le sue preferenze abituali, le sue priorità e il modo di impostare le relazioni, la nuova condizione influenzerà in modo sorprendete tutte le nuove relazioni e la porterà a valutare con occhi nuovi le relazioni affettive fino ad arrivare a ridefinire il ruolo che occupa nella storia della propria famiglia.
Questo nuovo equilibrio, per un certo periodo di tempo guiderà i suoi passi, questa nuova organizzazione mentale sarà parallela alla precedente e con essa coesisterà e se in un primo momento avrà il sopravvento sull’altra, nel tempo si tenderà ad un bilanciamento per riemergere in modo predominante ogni qual volta sarà necessario. La precedente organizzazione è spinta sullo sfondo è in ombra e in questo luogo vi resterà per un tempo che varia da madre a madre. Il nuovo equilibrio si raggiungerà in un processo silenzioso e sotterraneo, in modo non consapevole si radicherà internamente, il tutto mentre la donna sarà chiamata a rispondere a compiti importanti e nuovi come l’allattamento, il prendersi cura del neonato e di Sé stessa.
Tanto le necessità pratiche della madre cominceranno a richiedere attenzione, tanto più l’assetto mentale materno retrocederà sullo sfondo per fare spazio alle altre richieste (lavorative, di coppia, amicali) immaginando che tra madre e figlio si sia già strutturata una relazione sufficientemente buona tanto da permettere di allentare l’attenzione perché il bambino avrà cominciato a relazionarsi anche con altre figure significative, avrà cominciato a nutrirsi anche di altri cibi oltre al latte materno e avrà cominciato a passare più tempo dedicato al gioco e quindi in autonomia.
Questi cambiamenti nuovi e importanti hanno risvolti emotivi carichi di significato, a seguito di questa trasformazione radicale, che avviene in un tempo relativamente breve, è possibile avvertire un profondo senso smarrimento, di perdita o al contrario di una straordinaria conquista ed è in questo spostamento di identità che si spiega come mai ci si senta al tempo stesso tristi e felici.
Cambia il modo in cui si percepiscono le persone che ci stanno intorno, le nuove mamme saranno più orientare al confronto e la dialogo con le altre mamme, saranno più vicine alla propria madre e saranno incuriosite e desiderose di conoscere quell’esperienza di maternità. Il marito sarà maggiormente oggetto di interesse sotto il profilo della paternità, della genitorialità in taluni casi a discapito dell’aspetto di coppia. I mariti infatti, spesso trovano di difficile comprensione questo momento che per le donne si accompagna anche ad un minore desiderio sessuale anche a causa dell'alto livello di prolattina, naturalmente presente durante l'allattamento, che inibisce fisiologicamente in parte il desiderio sessuale.
Il nuovo triangolo relazionale che si viene a formare madre, padre e bambino ha un ruolo centrale nella formazione della personalità del bambino infatti, ciascuno di noi è il prodotto di questo triangolo primario e con la nascita di un figlio il proprio triangolo si sposta in avanti di una generazione e si riattiva in parte quello precedente che vede coinvolti la neo-mamma, il proprio bambino e la propria madre.
Il compito più importante a cui la madre deve rispondere in questo momento è quello di assicurare la sopravvivenza e la protezione del proprio bambino; la sicurezza in voi stesse come madri, la fiducia nelle vostre competenze sarà un acquisizione lenta che maturerà con la crescita del bambino e nella definizione di questa maturazione la donna attingerà alle figure materne di riferimento come fonti di supporto e di sostegno. Questo processo continuo di confronto e relazione legittimerà il vostro senso di sicurezza e di capacità nell’affrontare questo arduo. Il modo in cui accudirete il vostro bambino è strettamente legato al modo in cui siete state accudite e si manifesterà sia nelle modalità ma anche come azione riparatoria e porrà le basi per il modo in cui egli stesso amerà e sarà riamato a sua volta.
Le reazioni emotive cambieranno, farete più spesso ricorso all’istinto e se prima lo sforzo era attivo e teso ad una risposta che fosse la più razionale possibile, mediata e prevedibile, ora la parte istintuale a tutela del bambino sarà più presente, passerete gran parte del tempo in attività spontanee che vi vedranno coinvolte con vostro figlio. Anche in questo passaggio può essere insidioso, per alcune donne muoversi in questo nuovo stile di vita più spontaneo e meno mediato può richiedere di allentare il controllo per cominciare a muoversi in un mondo in cui le regole cambiano continuamente.
Cambia il vostro ruolo nelle relazioni significative, cambia il modo in cui venite considerate all’interno della famiglia d’origine, cambia il modo in cui vi rapportate al vostro compagno.
Poca attenzione è stata rivolta a questa intima e sostanziale esperienza psicologica. Si parla tranquillamente di nausee, smagliature di capezzoli e di ragadi ma non ci si preoccupa minimamente del contraccolpo emotivo che vive la madre a seguito della nascita del proprio figlio, si resta muti rispetto al mondo interno e agli stravolgimenti che affronta la nuova madre alle prese con gli sbalzi d’umore, la solitudine, la gioia infinita e la tristezza, la ricerca di sostegno, di approvazione e il desiderio di ritrovare la tranquillità diventano il sottofondo emotivo di ogni momento.
È importante sostenere gli straordinari cambiamenti che avvengono dentro la madre, anche se i processi interiori, a cui va incontro una donna che diventa madre, sembrano essere universali e ma al tempo stesso sono rivestiti di mistero e restano celati da una pudica ombra.
La nuova identità di madre può sbocciare in ogni momento: all’inizio della gravidanza come al compimento di qualche mese fino a richiedere anni e anni prima di riconoscersela. La donna deve essere positivamente disposta a questo nuovo e radicale cambiamento.
Diventare mamma può essere un processo in tre fasi:
1. prepararsi a diventare mamma ha inizio nei nove mesi di gravidanza, durante i quali avviene gran parte del lavoro mentale; il corpo provvede alla gestazione del feto, la mente è attivamente impegnata ad elaborare la nuova identità. La nascita effettiva del bambino però può non coincidere con la nascita della nuova identità, sembra invece che l’esperienza del parto faccia ancora parte della fase preparatoria, i nove mesi precedenti occupano la mente della madre con fantasie su come sarà il bambino, si fanno su un area ancora tutta da scoprire;


2. mesi successivi alla nascita del bambino in cui la madre ha il compito di nutrire e accudire il neonato. La relazione intima con il bambino è una cosa che mette in gioco l’ intera storia relazionale nonché la capacità di vivere l’intimità;


3. bisogno di conferme e di incoraggiamento da parte delle altre madri, la necessità di confrontarsi con la relazione esistente con la propria madre anche per decidere se riviverla , respingerla o rielaborarla in tutto o in parte nella relazione che state costruendo con il vostro bambino.
Quello che le donne non dicono … è che il mondo interno di una madre è un sistema complesso di emozioni e stati d’animo spesso contrastanti tra loro e comunque rivoluzionari rispetto alla situazione precedete in cui si alterna il bisogno di appartenenza e di autonomia, di nascita e di rinnovo ed è importante l’azione di riscoperta di aspetti emotivi nuovi e al tempo stesso antichi della propria storia personale.


Questo sguardo sull’assetto mentale materno vuole mettere in luce il mondo interno delle madri facendolo venire allo scoperto perchè si possa avviare un processo di convalida dell’esperienza materna e dare voce a quello che già sentono intuitivamente, ad attenuare l’isolamento e il senso di solitudine sperimentati da tante mamme che, di fronte ai drammatici cambiamenti del loro paesaggio interiore si chiedono se questo succeda solo a loro.
Questa vuole essere una lettura di prevenzione tesa all'ascolto ascolto.
La vita quotidiana del bambino è basata su interazioni ricorrenti: quando lo mettete a letto, quando gli preparate da mangiare, quando lo accudite,quando lo allattate, quando lo cambiate concorrete a regolare il suo livello di attività, gli ponete dei limiti e gli insegnate qualcosa del mondo. Nei primi anni la maternità è fatta in gran parte di queste interazioni a volte armoniche altre volte conflittuali ma è proprio in queste attività che cominciano a manifestarsi le speranze, le paure e le fantasie della mamma, accompagnate dai suoi ricordi di infanzia e tutti insieme questi elementi influenzano lo sviluppo del bambino e definisco concorrono alla definizione dell’identità materna.
La familiarità con il proprio mondo interiore e la consapevolezza su i possibili effetti sul bambino possono aiutare la neomadre a riconoscere un area problematica quando la incontra e le permette di trovare una modalità adatta per affrontarla.
Una migliore comprensione dell’assetto mentale materno e delle fasi che attraversa nel suo sviluppo serve a demistificare un po’ il nuovo mondo in cui siete entrate, vi potrebbe dare maggiore fiducia e vi permettere di ricavare un piacere più intenso della nuova identità a cui avete dato luce sotto il profilo psicologico.
Questo processo, questa nascita può non essere così armonica e le cause possono essere diverse come la solitudine, una depressione, senso di smarrimento è utile e importante per la donna avere la possibilità di poterne discutere con un professionista che sappia cogliere e accogliere il significato e la sofferenza profonda.

Dott.ssa Catia Annarilli
psicologa – psicoterapeuta

cell- 3471302714
catia.annarilli@gmail.com
www.centropsicologiacastelliromani.it

Bibliografia
The Bird of Mother .D. Stern e N. Brushweiler-Stern 1999

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
Secondo alcuni ricercatori dell’Inran (in base ad un loro studio del 2003) e altri studi successivi, il latte sarebbe responsabile della diminuzione degli effetti benefici del cioccolato fondente
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A cura della Dottoressa Monia D’Amico, Biologa Nutrizionista 

Gli effetti benefici del cioccolato fondente sono noti da tempo ma il motivo per cui il cioccolato ha queste proprietà positive è emerso solo recentemente grazie ad un gruppo di ricercatori della Louisiana State University (American Chemical Society) che hanno reso noti i loro studi.

Sembra che il cioccolato fondente abbia proprietà benefiche sul cuore e sul sistema cardiovascolare grazie al contenuto di sostanze con proprietà antiossidanti, i polifenoli. Nella polvere di cacao, l’ingrediente principale del cioccolato fondente sono contenuti due polifenoli la catechina e la epicatechina che sembrano essere responsabili di questi effetti.
Un consumo modesto di cioccolato fondente ha effetto di aumentare il livello di antiossidanti nel sangue ma lo stesso non si può dire per il cioccolato al latte che non ha alcun effetto benefico come pure il cioccolato fondente assunto insieme ad un bicchiere di latte che perde ogni suo effetto.
Oltre ai polifenoli, il cacao contiene una piccola quantità di fibra alimentare. Tutti questi componenti sono mal digeriti dallo stomaco, ma quando raggiungono il colon la fibra viene fermentata e i grandi polifenoli vengono metabolizzati in molecole più piccole, che sono più facilmente assorbite dall’organismo. Proprio questi polimeri dei polifenoli più piccoli presentano attività antinfiammatoria.
Secondo alcuni ricercatori dell’Inran (in base ad un loro studio del 2003) e altri studi successivi, il latte sarebbe responsabile della diminuzione degli effetti benefici del cioccolato fondente perché catturerebbe i polifenoli con attività antiossidante presenti nel cacao, impedendo il loro assorbimento da parte dell’intestino.
Inoltre sembra che la combinazione della fibra di cacao con i prebiotici (carboidrati presenti in alcuni alimenti) aumenti i benefici intestinali. Pare infatti che il cioccolato fondente aiuti a sfruttare al meglio le proprietà dei prebiotici, neutralizzando i problemi intestinali.
Mangiare con moderazione cioccolato fondente ha effetti benefici sulla nostra salute ma quale cioccolato dobbiamo scegliere? Il cioccolato non è tutto uguale.
Quale è il prodotto più valido dal punto di vista nutrizionale?
Sappiamo che esistono tanti tipi di cioccolato quindi è lecito chiedersi quale è il migliore o il più indicato perché conservi le proprietà terapeutiche di cui abbiamo parlato.
Un cioccolato è buono se è alta la qualità della materia prima, se è selezionata la zona di provenienza delle piante e se viene prodotto in modo accurato in tutte le sue fasi di preparazione, dalla lavorazione dalle fave fino ad ottenere la tavoletta di cioccolato.
Vediamo come deve essere preparato un cioccolato fondente per essere veramente buono.
Il cioccolato è preparato a partite dai semi della pianta di cacao: al burro di cacao ricavato dai semi viene aggiunta la polvere dei semi e in più a seconda delle preparazioni sono addizionati zucchero, latte, mandorle, nocciole aromi ecc.
Il cioccolato migliore contiene cacao, zucchero di canna e burro di cacao.

Per scegliere un buon prodotto si dovrà partire sapendo leggere attentamente l’etichetta: per il cioccolato fondente compare la percentuale di cacao minima presente, e più è alta tale percentuale, minore è il contenuto in zucchero e burro di cacao e migliore è il cioccolato.
Esiste cioccolato fondente al 99% di cacao, il migliore dal punto di vista nutrizionale, ma purtroppo con un sapore che risulta troppo amaro mentre il cioccolato fondente al 85% risulta essere la giusta via di mezzo per l’elevata percentuale di cacao e bassa quantità degli altri ingredienti.

E’ bene precisare che il prodotto ha una buona qualità se la percentuale di cacao non scende al di sotto del 70 %.
In etichetta non devono mai comparire grassi vegetali differenti dal burro di cacao.
Anche la certificazione biologica in aggiunta a tutte le altre caratteristiche ne garantisce la qualità.
Un cioccolato che rispecchia tutte queste caratteristiche è sicuramente buono e sicuro ma la mia raccomandazione è ancora quella di consumarlo con moderazione dato che ha un elevato potere calorico: 100 g di fondente hanno circa 500 kcal.
Inoltre il consumo frequente di cioccolato fondente può portare a dipendenza a causa del fatto che libera a livello del sistema nervoso il rilascio di endorfine delle molecole che hanno proprietà analgesiche simili a quelle dell’oppio e della morfina in grado di aumentare il buonumore.
Il cioccolato contiene anche una sostanza chiamata teobromina con proprietà eccitanti simili alla caffeina.
Per quanto riguarda poi gli altri tipi di cioccolato (cioccolato al latte, cioccolato bianco ecc) il loro consumo non è consigliato poiché nonostante l’aspetto gradevole al palato non presentano nessun tipo di azione utile al nostro organismo.

Al contrario rappresentano un concentrato di zuccheri e grassi che consumati costantemente predispongono al sovrappeso e all’obesità. Per chi è goloso invece di creme spalmabili al cioccolato è bene sapere che normalmente sono composte da un alta percentuale di zuccheri circa il 50 %, e da grassi circa il 20% ( spesso idrogenati) e solo il 10% di cacao e il 13-15 % di nocciole insieme additivi vari. L’elenco di questi ingredienti in etichetta ci dovrebbe far riflettere dal consumare troppo spesso questi prodotti se vogliamo controllare il nostro peso.
Come sostituti di queste creme di cacao si possono trovare prodotti biologici che non contengono zuccheri e additivi come ad esempio la crema di mandorle 100% che è un buon prodotto dal punto di vista nutrizionale.

Dott.ssa Monia D’Amico
Biologa Nutrizionista

Cell: 3476003990

www.centropsicologiacastelliromani.it
piazza Salvatore Fagiolo n. 9, ALBANO LAZIALE

Rubrica Centro Psicologia Castelli Romani
"In Forma Insieme" una equipe a tua disposizione
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A cura della Dott.ssa Vanessa Tartaglia Psicologa-Psicoterapeuta


Hai già provato a perder peso senza successo e ti sei chiesto…. Perché le diete miracolose, come le diete iperproteiche (come la dieta Dukan o la dieta del sondino), la dieta del minestrone, la dieta del pompelmo o le diete delle star, non risolvono il problema?
Perché dopo tanti sacrifici per perdere i chili in eccesso li riprendiamo in pochissimo tempo e spesso con gli interessi?
Perché la diete spesso non è sufficiente a raggiungere il risultato tanto desiderato?
Alcune ricerche dimostrano che lo stress fa ingrassare ed essendo la dieta ferrea causa di stress per l’organismo quando l’abbandoniamo, perché ci impone sacrifici troppo grandi, ricominciamo a mangiare come e più di prima e ingrassiamo.
Oltre l’alimentazione vera e propria c’è da considerare l’aspetto emotivo, per questo, la dieta da sola, per molte persone, non è sufficiente.
E’ importante comprendere che dimagrire non significa solo liberarsi del grasso in eccesso perché in questo modo non cambiamo il nostro rapporto con il cibo, se vogliamo che i risultati raggiunti rimangano costanti nel tempo dobbiamo cambiare qualcosa dentro di noi, dobbiamo modificare il nostro rapporto con il cibo che non deve essere una compensazione di altro, dobbiamo smettere di mangiare perché siamo nervosi o perché siamo tristi. Le abitudini alimentari, in tal senso, sono schemi mentali che legano il cibo alla soddisfazione di bisogni emotivi. Quindi se cambiamo questo meccanismo disfunzionale, se impariamo cioè a trovare soddisfazione ai nostri bisogni nel giusto ambito, se impariamo a dare ascolto alle nostre emozioni e ad incanalarle correttamente possiamo raggiungere obiettivi costanti nel tempo, possiamo cioè perder peso e tornare in forma in maniera definitiva.
Molte persone, quando decidono di mettersi, a dieta si sentono sole. I motivi possono essere diversi: prima di tutto chi ti sta vicino, se a volte ti ha fatto sentire inadeguata per via del peso, quando decidi di rimediare, mettendoti a dieta, critica i tuoi sforzi e crede che sia un capriccio, poi dopo un po' la motivazione cala, ti rendi conto che la forza di volontà non basta e se anche vuoi parlare con qualcuno dei tuoi problemi non riesci a farlo perché non ti senti capita.
Prendendo spunto dall'abitudine che alcune amiche con lo stesso problema, di riunirsi in gruppo per scambiarsi informazioni e sostegno psicologico, opinioni e rimedi, per combattere insieme la quotidiana battaglia contro i chili in eccesso (come ad esempio nel film "Il patto di Cenerentola")…nasce il nostro progetto professionale.


Si tratta di un metodo rivolto non solo al dimagrimento ma anche al mantenimento del peso, piuttosto che un modello alimentare con un insieme di regole per perdere un certo numero di chili in un determinato numero di giorni. La dieta di gruppo prevede: una dieta personalizzata, una serie di strategie comportamentali ed emotive e attività fisica.


La nutrizionista ti aiuta a capire quanto il cibo possa essere un alleato per il tuo benessere e non il nemico da combattere, lo psicologo ti accompagna nel superare le tue barriere emotive e comportamentali, il personal trainer ti aiuta nell’esercizio fisico dandoti il valore aggiunto con i circuiti studiati, la professionalità e gli attrezzi messi a disposizione.
Un’equipe al tuo fianco che non ti lascerà mai solo/a, per accompagnarti e sostenerti nel tuo percorso.


E poi…il gruppo! Assume particolare importanza l'impegno di trovarsi settimanalmente in gruppi di persone per verificare i progressi e raccontare le difficoltà, secondo una logica di sostegno psicologico reciproco molto simile a quella dei gruppi di ascolto, o di auto-aiuto (support groups) diffusi negli Stati Uniti per affrontare problemi comuni a certi gruppi di persone, come alcool, droga, scarso controllo degli impulsi, ecc.


La forza del gruppo sta nell’ottenere strumenti e strategie da parte di persone che affrontano le stesse sfide e di incoraggiamento; il gruppo è fondamentale, per andare avanti, condividere la tua esperienza, emozioni, pensieri, convinzioni, dubbi, successi e insuccessi. La condivisione ti rende libero e forte e In forma "Insieme" è nato e fondato sull'idea di gruppo e condivisione.


L'entusiasmo è uno degli elementi fondamentali del gruppo: ''l'entusiasmo fra tutti i sentimenti è il più bello perché è il più generoso. E' un moto d'animo, contagioso, che crea gioia e non chiede niente. Chi riesce a entusiasmarsi ha un passaporto che lo porterà ovunque.'' (Cit.)
A volte capita che chi non ha un problema come il tuo, non riesca ad ascoltare senza giudicare, per questo abbiamo deciso di creare un programma che possa accogliere chi ha questo tipo di problema e non si sente capito. Ricorda sempre che noi siamo qui per te, puoi rivolgerti a noi in qualsiasi momento e per qualsiasi cosa legata al tuo percorso: vedrai che partendo dal migliorare te stessa nella forma fisica, imparerai a raggiungere obiettivi importanti in ogni campo.

Contatti:
Dott.ssa Vanessa Tartaglia
Psicologa-Psicoterapeuta

Cell.3388558488 email: vanessatartaglia@yahoo.it
www.centropsicologiacastelliromani.it
p.zza Salvatore Fagiolo n. 9 00041 Albano laziale

Rubrica "Il mondo dei suoni"
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di Michele Di Filippo

Come  anticipato la puntata scorsa, (20 aprile 2015) la rubrica “Il mondo dei suoni” si prefigge lo scopo e l’interesse di confrontare esperienze, attività ed eventi, ma anche di aprire delle discussioni riguardo alcune tematiche  estetiche, inerenti la nostra materia. Quest’oggi l’argomento di cui tratteremo riguarda il rapporto tra musica e tecnologia e la sua continua mutazione.  E’ innegabile oggi giorno la presenza e l’importanza della tecnologia nella nostra società.

Partendo quindi dalla creazione, passando per l’esecuzione sino alla riproduzione e condivisione del materiale sonoro , tutta la musica di oggi è dominata dalla tecnologia. Tutto questo potrebbe sembrare frutto di una recente condizione storica, in realtà il fenomeno ha origini ben più radicate.
Riguardo la riproduzione sonora , con le dovute distinzioni storiche, uno dei primi esempi è il carillon, un strumento che riproduce musica facendo vibrare, delle lamelle di acciaio. Quindi uno strumento musicale automatico  creato nel XIX secolo,  simbolo di un primitivo concetto di riproduzione. Non siamo qui di certo a narrare la storia degli strumenti musicali, ma l’esempio sopra citato ci fa capire una delle possibili origini della tecnologia musicale .  Più tardi nel Novecento ci fu un’evoluzione del fenomeno che si accentuò soprattutto negli ultimi decenni del secolo. La tecnologia oggi  è di supporto al musicista. Penso alla notazione, ai tempi di scrittura, stampa, impaginazione, di fatto molto più rapidi. Inoltre gli ormai famosi strumenti virtuali o virtual instruments, utilizzati moltissimo nella musica per film, pop, commerciale, ecc., rappresentano una quasi perfetta riproduzione dei veri strumenti musicali, con i relativi vantaggi e svantaggi. La registrazione poi, è lo strumento per fissare l’esecuzione perfetta, cui sono stati promotori eccellenti artisti, uno fra tutti, il pianista canadese Glenn Gould, il quale a partire dal 1964 smise di suonare in pubblico per dedicarsi, attraverso la registrazione sonora, alla perfezione del suono e dell’interpretazione. Inoltre  da qualche decennio, la tecnologia è divenuta ancor più indipendente, entrando persino nella musica colta al fianco di strumenti musicali veri.

Essa non si è fermata qui, ma si è evoluta diventando assoluta protagonista nel campo della musica elettronica. Da qui ci si può domandare. Perché si è arrivati fino a questo, forse per ricercare  la novità  di questo secolo?
Non sarebbe sbagliato visto che da sempre nella musica i compositori hanno ricercato la novità e in nome della quale, in alcuni periodi storici, hanno persino rinnegato tutto quello che li precedeva. Oppure, si è arrivati a questo per raggiungere la perfezione musicale assoluta?
In questo caso la questione sarebbe molto più spinosa. Comunque la sensazione diffusa oggi è che la musica sia diventata una cosa comoda, oserei dire priva di difficoltà. Ti siedi davanti al computer e il gioco è fatto.
Curioso però che nonostante questa “comodità” nel creare musica, oggi ci sia una crisi ed una povertà musicale globale  in cui questa comodità a quanto pare poco serve. Come in tutte le valide questioni ci sono pro e contro ma a questo punto la domanda sorge spontanea: dove ci porterà tutto ciò?
Vi  invito a commentare a contattarmi per parlare dell’argomento che sarà ripreso e aggiornato più avanti. Ricordo che potete contattarmi per progetti, proposte, interviste e info scrivendo a difilippomichele@yahoo.it

VIDEO CONTRIBUTO DEL PROF. ANDREA TOSCHI

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