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Per il futuro
Ipotesi governo a sindacati, soglia più bassa e più cumulo
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Redazione

 

I giovani che sono interamente nel sistema contributivo e hanno avuto carriere discontinue, in futuro, potrebbero andare in pensione prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l'assegno sociale (448 euro), invece dell'attuale 1,5. E' l'indicazione arrivata dal governo al tavolo con i sindacati. In sostanza, la soglia verrebbe ridotta da 1,5 a 1,2 e quei giovani uscirebbero con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata anche la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva.

Abbiamo registrato una disponibilità del governo ad affrontare i temi legati alla prospettiva previdenziale per i giovani e alla previdenza complementare", sottolinea al termine dell'incontro il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. In particolare è stato evidenziato come "la base di una pensione adeguata non possa essere 1,5 volte l'assegno sociale ma che appunto la soglia vada rivista al ribasso", soprattutto per chi ha una carriera discontinua o carente a livello delle retribuzioni.

Il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli, sottoliena però la necessità di "rimuovere anche il vincolo che lega la possibilità di pensionamento nel contributivo a 63 anni e 7 mesi al raggiungimento di una soglia di importo minimo della pensione pari a 2,8 volte il valore del l'assegno sociale ed eliminare l'aggancio dei requisiti pensionistici all'aspettativa di vita, perché nel sistema contributivo i lavoratori vengono doppiamente penalizzati dato che l'aspettativa di vita incide sia sull'aumento dei requisiti pensionistici, sia sul calcolo della pensione attraverso la riduzione periodica dei coefficienti di trasformazione".

Economia & Finanza
Grimaldi ha sottolineato come Finnlines abbia investito pesantemente nell’ultimo decennio per diventare una compagnia di navigazione sempre più ecologica e più ecsostenibile
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di Gianfranco Nitti


In connessione con la pubblicazione del bilancio semestrale gennaio-giugno 2017 della società finlandese Finnlines, facente capo al gruppo Gimaldi, il presidente ed amministratore delegato Emanuele Grimaldi ha commentato soddisfatto che “Il sostenuto primo trimestre del 2017 è stato seguito da un secondo trimestre altrettanto forte. Il risultato del periodo di gennaio-giugno 2017 è migliorato di circa il 16% ed ammmonta a 35,4 (30,5) milioni di euro, rappresentando il miglior risultato del primo semestre nella storia di Finnlines. Il risultato del secondo trimestre è pari a 24,2 milioni di euro (22,2 milioni), il miglior secondo trimestre in assoluto. I volumi di esportazione e di importazione in Finlandia crescono costantemente mese dopo mese, che è un segno ben accolto di una ripresa economica a lungo attesa.


Grimaldi ha sottolineato come Finnlines abbia investito pesantemente nell’ultimo decennio per diventare una compagnia di navigazione sempre più ecologica e più ecsostenibile: è stato completato con successo il programma di investimenti per tecnologie ambientali di 100 milioni di euro, con tecnologie progettate per ridurre le emissioni di navi e il consumo di carburante. Il nuovo programma capex, programma di investimento per la riduzione dell’efficienza e dell’efficienza energetica, è ben progettato per la navigazione sostenibile. IIl programma di investimenti, con cui Finnlines prolunga le proprie navi Breeze serie ro-ro, migliorerà ulteriormente la flotta rendendola sempre più sicura, affidabile ed ecologicamente sostenibile, fornendo una maggiore capacità e una maggiore flessibilità di carico. Inoltre, l’incremento della capacità del 30% per nave ridurrà considerevolmente il consumo di energia per unità trasportata. Oltre ai miglioramenti delle navi, Grimaldi ha sottolineato come Finnlines abbia investito in operazioni portuali, ad esempio migliorando il software IT e la struttura hardware, rinnovando le attrezzature portuali, semplificando la struttura aziendale e ampliando le attività con nuovi traffici.


Ha aggiunto Grimaldi che “il 70° anniversario di Finnlines cade nello stesso anno in cui la Finlandia festeggia il centenario della propriaindipendenza. Finnlines è un marchio iconico in tutto il Baltico, e la sua storia e quella della sua nazione di origine sono intimamente intrecciati. Per garantire che Finnlines, come pilastro dell’economia finlandese e delle sue attività  marittime possa servire meglio i propri clienti e soddisfare la crescente domanda di servizi di carico di prima qualità, continuiamo a investire. Dopo un programma di capex di 1 miliardo di euro, un investimento di 100 milioni di euro per la tecnologia ambientale e ora il programma di investimenti per l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni da 70 milioni di euro, Finnlines si rafforza sempre più. Siamo convinti che i nostri investimenti, sia completati sia quelli in corso, porteranno un continuo rafforzamento della nostra competitività e che questa crescita positiva proseguiràanche nel secondo semestre dell’anno “.


Finnlines è la più grande compagnia di navigazione nel Mar Baltico sulla base dei volumi ro-ro e ro-pax.
Le imbarcazioni passeggeri della compagnia offrono servizi dalla Finlandia alla Germania e attraverso le isole Åland per la Svezia, nonché dalla Svezia verso la Germania. Le navi ro-ro di Finnlines operano nel Mar Baltico e nel Mare del Nord; Ha filiali in Germania, Belgio, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca e Polonia, che fungono anche da uffici di vendita. Oltre al trasporto marittimo, fornisce servizi portuali a Helsinki e Turku. Il gruppo impiega una media di 1.642 (1.631) persone durante il periodo di riferimento. Finnlines Plc è una società per azioni finlandese che opera sotto la giurisdizione e la legislazione finlandesi. Alla fine del periodo di riferimento, il Gruppo risulta composto dalla controllante e da 21 controllate. Finnlines fa parte del Gruppo italiano Grimaldi ,basato a Napoli, gruppo logistico globale specializzato nel trasporto marittimo di autoveicoli, carichi laminati, container e passeggeri. Il Gruppo Grimaldi comprende sette compagnie di navigazione, tra cui Finnlines, Atlantic Container Line (ACL), Malta Autostrade del Mare (MMS) e Linee Minoan. Con una flotta di circa 120 navi, il Gruppo offre servizi di trasporto marittimo per il trasporto di carichi e container tra Europa settentrionale, Mediterraneo, Mar Baltico, Africa occidentale, Nord e Sud America. Offre anche servizi di passeggeri nel Mediterraneo e nel Mar Baltico. Il 25 agosto 2016, Grimaldi Group ha acquisitoil la titolarità di tutte le azioni di Finnlines Plc e le azioni sono state così ritirate dalle negoziazioni di Borsa.


 

Lo studio del CSC Coinfindustria
Tra le destinazioni Oltreoceano, l’Italia si posiziona prima attraendo il 4% di turisti, seguita da Francia (3%) e Regno Unito (3%)
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di Gianfranco Nitti

È risaputo come il turismo rappresenti un settore di primaria importanza per il nostro Paese: il suo contributo complessivo al Pil è del 10,2%. e l’Italia vanta un patrimonio culturale e paesaggistico da record (prima al mondo per numero di siti protetti UNESCO). Tuttavia, la spesa effettuata dai turisti stranieri è ancora inferiore al potenziale attrattivo del Bel Paese ed è più bassa di quella francese, tedesca e spagnola. Il Centro Studi Confindustria,CSC, stima che, se tale potenziale trovasse piena espressione, la spesa dei non-residenti in Italia salirebbe del 42,8% (+15,1 miliardi di euro).


Il turismo proveniente dagli Usa, in particolare, ha un grande potenziale, anche in ragione del fatto che gli americani mantengono sempre una certa preferenza per l'Italia, ove la quota di spesa dei turisti statunitensi nel 2016 si è attestata al 13% del totale, ma potrebbe crescere molto. La maggioranza degli statunitensi viaggia all’interno degli USA (55%). Fatto cento il numero dei turisti che vanno all’estero, il 35% sceglie di restare nel continente americano: il 14% in Messico, il 12% nei Caraibi e il 7% in Canada. Tra le destinazioni Oltreoceano, l’Italia si posiziona prima attraendo il 4% di turisti, seguita da Francia (3%) e Regno Unito (3%). Tra le motivazioni di viaggio degli americani spicca la cultura, prima per numero di preferenze (28,4%) tra le ragioni di tipo non economico. Altri fattori che determinano le rotte degli statunitensi sono il clima (16,7%), la presenza di membri della famiglia nella meta di destinazione (15,8%) e la concomitanza di eventi a carattere culturale, sportivo o di altro genere (14,3%). Tra le ragioni di tipo economico spicca il fatto che “si spende bene” (48,3%) nella meta di destinazione; ciò include sia l’effetto cambio sia la percezione della qualità rapportata al prezzo di beni e servizi acquistati. Il costo dell’alloggio è il secondo fattore economico di scelta con il 34,4% delle preferenze espresse, seguito dal costo del volo con il 17,2%. Il CSC e Prometeia stimano che se l’Italia eguagliasse la performance spagnola, raggiungendo quindi una quota del 4,5% sulla spesa mondiale dei non-residenti, accrescerebbe gli incassi dei viaggiatori esteri del 42,8% rispetto ai risultati realizzati nel 2016. Per il mercato statunitense l’aumento sarebbe del 38,3%, pari a +1,8 miliardi di euro rispetto ai 4,7 del 2016. Ciò si tradurrebbe in un aumento ripartito tra tutte le voci di spesa: spiccano le spese per l’alloggio con un bonus di 0,8 miliardi di euro seguite da ristoranti e bar (+0,4), shopping (+0,3) e trasporti insieme ad altri servizi (entrambi +0,2).
 

L'evento
I lavori si svolgeranno alla Stazione marittima e presso la sede dell’Associazione costruttori edili
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di Gianfranco Nitti

NAPOLI - È in programma a Napoli  dal 6 all’8 luglio a Napoli la seconda edizione del Festival delle Città Metropolitane, ideato e organizzato dall’Istituto Nazionale di Urbanistica e promosso dalla Città di Napoli, dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Tirreno Centrale, dall’Associazione Costruttori Edili e dall’Osservatorio Metropolitano di Napoli. L’evento periodico promuove, racconta e accompagna la nascita e lo sviluppo delle città metropolitane italiane e vuole contribuire a farne laboratori sociali in grado di attivare territori capaci, reattivi, intorno a progetti e visioni. L’edizione 2017 ha come titolo “Territori competitivi, progetti di reti”.
L’evento nel capoluogo campano intende narrare la città metropolitana secondo tre argomenti principali: l’innovazione, la governabilità, l’integrazione. Tra i contenuti e le proposte per una rinnovata efficacia e utilità delle città metropolitane la necessaria integrazione tra politiche urbanistiche e politiche infrastrutturali, tra pianificazione urbanistica ordinaria, progetti di rigenerazione urbana e piani portuali. Proprio quello della pianificazione portuale è un ambito in profonda trasformazione vista la riorganizzazione normativa operata dal governo, sulla quale è al lavoro per l’attuazione un gruppo costituito dal Ministero delle Infrastrutture di cui fanno parte tra gli altri l’Inu, il Consiglio superiore dei lavori pubblici, Assoporti e diverse Autorità portuali.


Con il 2° Festival delle città metropolitane l’Inu propone metodi per assicurare un raccordo efficiente tra piani strategici e piani territoriali e modalità di pianificazione metropolitana idonea a questi compiti.
La scelta di Napoli come sede discende proprio dai contenuti al centro dell’evento: il capoluogo campano è infatti una città metropolitana significativa per la presenza di infrastrutture territoriali, marittime e urbane. L’inizio del Festival è preceduto il 5 luglio da un convegno scientifico internazionale patrocinato dal Dipartimento di architettura dell’Università Federico II a Palazzo Gravina e dalla presentazione delle attività dell’Osservatorio Inu sulle città metropolitane.


Il 6 luglio i lavori si svolgeranno alla Stazione marittima,
ancora una volta a sottolineare il legame dell’evento con le opportunità offerte dal sistema dei porti. In apertura la sessione sul tema del Festival “Territori competitivi, progetti di reti” con l’introduzione della presidente dell’Inu Silvia Viviani che modererà rappresentanti di istituzioni e organizzazioni tra cui il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, la consigliera di amministrazione Anas Francesca Moraci, il presidente dell’Autorità Portuale del Mare Tirreno Centrale Pietro Spirito, il presidente di Assoporti Zeno D’Agostino, il consigliere del Consiglio nazionale degli architetti Paolo Malara e il coordinatore della struttura tecnica per l’indirizzo strategico del Ministero delle Infrastrutture Ennio Cascetta. Da segnalare nella stessa giornata la presentazione del presidente Istat Giorgio Alleva che illustrerà lo stato dell’arte delle città metropolitane attraverso report e statistiche. A seguire, confronto tra le città di Barcellona, Valencia, Helsinki e Tel Aviv e quello su “Profili metropolitani: infrastrutture, resilienze e sfide d’innovazione” con tra gli altri il presidente della Commissione Urbanistica dell’Anci Stefano Lo Russo.


Il 7 luglio i lavori si terranno presso la sede dell’Associazione costruttori edili. Ci sarà inoltre un confronto incentrato sulla predisposizione del piano strategico metropolitano di Napoli e uno su “Integrare capacità e competenze metropolitane”, nel corso del quale ci saranno gli interventi, tra gli altri, del sindaco della Città di Napoli Luigi de Magistris, Nel pomeriggio un approfondimento su “Città e aree portuali”, a cui prenderà parte la presidente Inu Silvia Viviani assieme a esperti di pianificazione, logistica e programmazione.
Previsti inoltre nelle serate dal 5 al 7 luglio spettacoli, concerti e incontri culturali con l’obiettivo di promuovere i prodotti tipici e, nella giornata dell’8 luglio, una visita a Pozzuoli.

Approfondimenti e programma:

https://www.festivalcittametropolitane.it/

http://www.inu.it/progetti/festival-della-citta-metropolitana/
 

Piano di ristrutturazione
ano vi è anche una gestione del rischio di credito radicalmente migliorata
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Sono 5.500 gli esuberi nel gruppo Mps previsti dal piano di ristrutturazione 2017-2021. Di questi, 4.800 attraverso l'attivazione del fondo di solidarietà. Le filiali da chiudere sono circa 600: dalle 2000 del gruppo nel 2016 a 1400 nel 2021. L'utile netto di Mps al 2021 sarà superiore a 1,2 miliardi di euro, con un Roe pari al 10,7%. Prevista anche la cessione al fondo Atlante 2 delle tranche junior e mezzanine delle sofferenze, ad un prezzo pari al 21% del loro valore lordo. In tutto, le sofferenze lorde da dismettere da parte del gruppo ammontano a 28,6 miliardi lordi, di cui 26,1 miliardi attraverso la cartolarizzazione più un portafoglio di 2,5mld costituito da crediti unsecured attraverso procedure dedicate.

Nelle linee strategiche è prevista inoltre una rafforzata posizione patrimoniale e di liquidità, con target al 2021 che include un indice Cet1 al 14%. Per effetto dell'aumento di capitale e della cessione delle sofferenze è attesa una riduzione del costo del funding nell'arco di piano, con riallineamento ai parametri medi di mercato. E' poi indicata la valorizzazione della clientela Retail e Small Business grazie ad un nuovo modello di business semplificato e altamente digitalizzato. Inoltre è previsto un rinnovato modello operativo, con un focus continuo sull'efficienza, che porterà ad un target di cost/income ratio inferiore al 51% nel 2021 e ad una riallocazione alle attività commerciali delle risorse impegnate in attività amministrative. Nel piano vi è anche una gestione del rischio di credito radicalmente migliorata, con una nuova struttura organizzativa del Chief Lending Officer (Clo) che che porterà un costo del rischio inferiore a 60 punti base e un NPE ratio lordo inferiore al 13% nel 2021. Viene poi creata all'interno del Clo una business Unit dedicata alla gestione del portafoglio di crediti deteriorati, che si occuperà di early remedial actions-ristrutturazioni, del controllo delle attività e delle performance della piattaforma di recupero crediti, nonché delle attività di recupero relative al nuovo flusso di sofferenze non veicolato sulla piattaforma.

Il prezzo di cessione dell'intero portafoglio di sofferenze sarà di 5,5 miliardi di euro, a fronte di un valore netto contabile al 31 dicembre 2016 di circa 9,4 miliardi di euro. Lo schema di cessione, viene spiegato, prevede che entro dicembre 2017 le sofferenze vengano trasferite a una società veicolo, che emetterà titoli Senior A1 per 3,256 miliardi di euro (12,5% del valore contabile), Senior A2 per 500 milioni di euro (1,9%), Mezzanine per 1,029 miliardi (4,0%) e Junior per 686 milioni (2,6%). Il 95% dei titoli Mezzanine sarà ceduto ad Atlante II. Poi, entro giugno 2018, con l'ottenimento delle garanzie di Stato (Gacs), verranno collocati sul mercato i titoli Senior e verrà ceduto ad Atlante II il 95% dei titoli Junior.

Il commento
I lanci di agenzia presentano il nuovo soggetto come un amico, tanto caruccio per cui l’italiano fantozziano è già pronto a correre ai nuovi sportelli
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di Chiara Rai

 

Addio Equitalia? Ma quando mai! Se vogliamo dirla tutta benvenuta alla nuova agenzia del salasso che con la scusa di mettere in cantina la vecchia sanguisuga fondata nel 2006 ritorna ma stavolta con più libertà di azione, più forte e convinta di prima a mettere sul lastrico chi ha accumulato le temibili cartelle. Insomma se le persone che hanno letto titoli quali “addio vecchia Equitalia” erano pronte a stappare una bottiglia spumante allora è meglio che la tengano in fresco per un’altra occasione. Ma chi è la “vecchia Equitalia” come si sono sbrigate ad appellare oggi tutte le maggiori agenzie stampa nel lanciare il nuovo soggetto che cambia veste ma non la sostanza? È una società a totale controllo pubblico partecipata al 51% dall'Agenzia delle Entrate e al 49% dall'INPS. Di che vogliamo parlare? E come si chiama il nuovo soggetto? ''Agenzia delle Entrate-Riscossione''. E ho detto tutto. Cosa fa? Opera nella stessa maniera perché le procedure, i tempi, le modalità di recupero delle tasse non pagate non cambiano. I lanci di agenzia presentano il nuovo soggetto come un amico, tanto caruccio per cui l’italiano fantozziano è già pronto a correre ai nuovi sportelli. La pillola viene così edulcorata: meno code e riduzione dei tempi di attesa. Evviva! ''sarà possibile comprimere i tempi di attesa, avere un servizio migliore e più diretto e tra poche settimane anche potersi rivolgere attraverso una app con cui interagire allo sportello più vicino prenotando la visita e la fascia oraria”. Insomma non si avrà possibilità di scampo e perfino lo smartphone sarà amico del nuovo soggetto! E non raccontiamoci ulteriori balle perché il pignoramento dei conti correnti è operativo già dal 2005 grazie al decreto legge 203/2005 che ha introdotto l'art. 72 bis nel Dpr 602/1973 in materia di riscossione delle imposte sul reddito. Ma il nuovo amico soggetto riscossore, come dicevamo, è più intelligente e ha più poteri perché può accedere direttamente all'archivio dei rapporti con gli operatori finanziari per verificare le giacenze sul conto corrente, in tutti i casi in cui risultano più conti intestati ad uno stesso contribuente. In questo modo il pignoramento diventa mirato perché verrà effettuato solo sul conto sul quale è disponibile la somma necessaria per coprire il debito. Equitalia, invece, non avendo questa facoltà e accesso direttissimo, attivava il pignoramento su tutti i conti intestati, e doveva poi attendere le risposte delle banche sull'ammontare della giacenza, per poter incassare il dovuto e svincolare gli altri conti. E allora? Non è più veloce e smart il salasso? Non sarà come la storia che chi lascia la strada vecchia per la nuova… comunque i giochi sono fatti e da domani Equitalia sarà sparita dalla faccia della terra e qualche politico potrà mettere una spunta sulla sua lista di promesse siluro e dire: “Avete visto? Ho abolito Equitalia come promesso”…e in questo maestro continua ad essere il grande Albertone nazionale: “'Va' a magna' er pappone”

I dati
Le statistiche del 2016: oggi rappresentano il 35% degli imprenditori. Le donne chiudono positivamente un contratto in affiliazione il 15% in più degli uomini
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MILANO
– L’imprenditoria femminile cresce in Italia, anche nel franchising, il settore del commercio e dei servizi in affiliazione che ha un giro d’affari di 23 miliardi annui. Tra i 51.000 franchisee titolari di un negozio o un centro servizi in franchising, le donne risultano essere 17.800 a fine 2016, pari al 35% del totale (con un aumento del 2% rispetto al 2015). Una crescita analoga si registra nel popolo del franchising, cioè tra quel mezzo milione di italiani che ogni anno si avvicina con interesse alla formula del franchising: qui le donne sono 160.000, pari al 32% del totale (con un aumento dell’1,8% rispetto al 2015). Ed infine una conferma viene dalla fiera di settore, il Salone Franchising Milano, che ha registrato tra i suoi visitatori il 31% di donne (con un aumento del 4% rispetto al 2015).

Risulta anche che le donne chiudono positivamente un contratto di affiliazione il 15% in più degli uomini, confermando intuito imprenditoriale e spiccate capacità manageriali: pur essendo maggiore il numero degli uomini che si avvicinano al mondo del franchising è maggiore il numero delle donne che chiudono effettivamente un contratto e divengono franchisee.

“Esattamente come gli uomini, ormai le donne sembrano preferire forme di autoimprenditoria – spiega Antonio Fossati, Presidente del Salone Franchising Milano – Nel franchising crescono anno dopo anno e sono arrivate ad una quota del 35% sul totale degli imprenditori franchisee. Hanno successo nel commercio in affiliazione anche perché sembrano essere migliori degli uomini nell’organizzare il negozio e la gestione delle risorse e nell’ascoltare la clientela e le loro necessità. Appaiono inoltre più fortemente motivate in quanto intraprendono la nuova avventura come una vera scelta di vita, tanto che le catene franchisor apprezzano sempre più le loro candidature”.

I settori merceologici preferiti dalle donne sono, nell’ordine: Food (31%), Fashion (27%), Servizi alla persona (18%), Commercio specializzato (11,5%), Articoli per la casa (6%). Come primo investimento per aprire un punto di vendita, le donne prediligono per il 49% la fascia fino a 25mila euro; per il 26,5% la fascia fino a 50mila euro, per il 13,5% la fascia fino a 100mila euro. Le donne che si avvicinano al franchising appartengono per lo più alla fascia d’età tra i 30 ed i 40 anni ed hanno quasi tutte una precedente esperienza lavorativa: impiegate (24%), commercianti (17%), libere professioniste (16%), imprenditrici (15%) (Dati elaborati dal Centro Studi Rds Expo-Salone Franchising Milano).

Anche in considerazione del trend di crescita delle donne imprenditrici nel franchising, un noto settimanale femminile leader di settore è entrato come partner primario nell’organizzazione del Talent Show, una delle novità dell’edizione 2017 del Salone Franchising Milano (in Fieramilanocity dal 12 al 14 ottobre): verrà premiato il progetto di un negozio innovativo o di un concept rivoluzionario.

E il Salone proporrà servizi pensati soprattutto per le donne che si avvicinano al franchising. F-foryou, un servizio di consulenza gratuito nei giorni della fiera, incluso il Desk Counseling che assisterà le donne che tendono a valutare il proprio ingresso nel franchising come una impegnativa scelta di vita, non come un mero cambiamento di lavoro. E la Franchising School, corsi gratuiti su come mettersi in proprio e costruire la propria evoluzione professionale, evitando errori e truffe.

Salone Franchising Milano (SFM) ha compiuto 31 anni: dal 1985 è un incubatore e rampa di lancio per piccole catene in crescita, ma anche passerella per brand già noti che con il Salone hanno rafforzato la propria reputazione e visibilità. 2.500 aziende e 600.000 i visitatori sono passate da SFM in questi anni. SFM 2017, arrivato alla sua 32° edizione, cresce e raddoppia, grazie alla società Rds Expo, frutto della partnership tra RDS & Company, storico organizzatore di SFM, Fandango Club Spa, società specializzata in event management, marketing e comunicazione, e Fiera Milano. Salone Franchising Milano punta così a rafforzarsi, aumentando la sua forza di comunicazione e inserendo elementi di spettacolarizzazione, che faranno del Salone il punto di riferimento per i grandi brand di franchising e retail e per i brand con potenzialità di crescita, www.salonefranchisingmilano.com/it/Home.

Nel mirino dell'Ue
Secondo la Commissione, Google ha sistematicamente dato maggior risalto al suo servizio di comparazione degli acquisti
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BRUXELLES - La Commissione Ue ha deciso di imporre a Google una multa record da 2,42 miliardi di euro, la più alta mai comminata dalla Ue, perché ha abusato della sua posizione dominante nel campo dei motori di ricerca, dando un vantaggio illegale al suo servizio di comparazione degli acquisti. L'azienda ha ora 90 giorni per mettere fine alla pratica, oppure dovrà affrontare una nuova ammenda: fino al 5% del fatturato giornaliero di Alphabet.

Secondo la Commissione, Google ha sistematicamente dato maggior risalto al suo servizio di comparazione degli acquisti: quando un utente cerca su Google un prodotto, il suo servizio di shopping gli propone le varie possibilità accanto ai risultati in alto, quindi molto visibili. I servizi di comparazione degli acquisti dei suoi rivali, sono invece lasciati nella colonna dei risultati generici, selezionati dagli algoritmi generici. "Le prove dimostrano che il competitor messo maggiormente in risalto compare soltanto a pagina 4 dei risultati", scrive la Commissione. Il problema è che i consumatori cliccano molto più spesso sui prodotti più visibili, e quindi su quelli sponsorizzati da Google. I numeri non lasciano dubbi, spiegano i regolatori europei: i risultati sulla prima pagina guadagnano il 95% di tutti i click, quelli sulla seconda solo l'1%.

"La strategia usata da Google per i suoi servizi shopping non era solo attrarre gli utenti rendendo i suoi prodotti migliori di quelli dei rivali. Google ha invece abusato della sua posizione dominante sul mercato della ricerca per promuovere il suo servizio di comparazione dello shopping nei suoi risultati, declassando quelli dei suoi concorrenti. Quello che ha fatto è illegale per le regole antitrust", ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager. Per la commissaria ha "negato alle altre aziende la possibilità di competere sui loro meriti e di innovare", e "più importante ancora ha negato ai consumatori Ue una scelta genuina di servizi". La multa della Commissione di 2,42 miliardi, "tiene in considerazione la durata e la gravità dell'infrazione", ed è calcolata sulla base del valore dei ricavi che Google ha fatto sul servizio shopping. Inoltre Bruxelles chiede di mettere fine all'infrazione entro 90 giorni, rispettando il principio dell' "equo trattamento dei rivali e dei loro servizi".

"Non siamo rispettosamente d'accordo con le conclusioni annunciate oggi" da Bruxelles che impongono una multa record da 2,42 miliardi a Google, "rivedremo la decisione della Commissione in dettaglio in quanto stiamo considerando di fare ricorso, e continueremo a perorare la nostra causa". Lo ha dichiarato il vicepresidente senior e consigliere generale di Google Kent Walker, sostenendo che "quando si fa shopping online, si vogliono trovare i prodotti che si stanno cercando in modo veloce e facile".

I dati
Circa 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche
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Aumenta la spesa sanitaria privata degli italiani, che sale a 35,2 miliardi, e si espande l'area della 'sanità negata' con 12,2 milioni di persone che nell'ultimo anno hanno rinunciato o rinviato prestazioni sanitarie (1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente, pari a un incremento del 10,9%). E' quanto emerge dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e integrativa presentato oggi a Roma al 'Welfare Day 2017'. Un rapporto che fotografa una situazione in cui i Sistemi sanitari locali sono sempre più divaricati, e le opportunità di cura per i cittadini sempre più differenziate.
 
Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, Roberto Favaretto e Marco Vecchietti, rispettivamente presidente e consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente presidente e responsabile dell’Area politiche sociali del Censis. Il Rapporto mette in evidenza come ci si trovi di fronte a un boom della spesa sanitaria privata, che porta a un gorgo di difficoltà e disuguaglianze crescenti che risucchiano milioni di persone. La spesa è aumentata del 4,2% in termini reali nel periodo 2013-2016 (un aumento maggiore della spesa totale delle famiglie per i consumi, pari a +3,4% nello stesso periodo) e sono 13 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno sperimentato difficoltà economiche e una riduzione del tenore di vita per far fronte a spese sanitarie di tasca propria. Circa 7,8 milioni hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi o indebitarsi con parenti, amici o con le banche, e 1,8 milioni sono entrati nell’area della povertà.
 
"Più di un italiano su quattro non sa come far fronte alle spese necessarie per curarsi e subisce danni economici per pagare di tasca propria le spese sanitarie - sottolinea Marco Vecchietti, consigliere delegato di Rbm Assicurazione Salute - intanto la stessa spesa sanitaria privata, che oggi pesa per circa 580 euro pro-capite, nei prossimi dieci anni è destinata a raggiungere la somma di 1.000 euro pro-capite, per evitare il crack finanziario e assistenziale del Ssn". Una possibile soluzione? "Occorre puntare su un modello di Assicurazione sociale integrativa alla francese - osserva Vecchietti - istituzionalizzato ed esteso a tutti i cittadini, che garantirebbe finanziamenti aggiuntivi per oltre 21 miliardi di euro all’anno, attraverso i quali integrare il Fondo sanitario nazionale. Dobbiamo prendere atto che oggi abbiamo un universalismo sanitario di facciata, fonte di diseguaglianze sociali, a cui va affiancato un secondo pilastro sanitario integrativo per rendere il nostro Ssn più sostenibile, più equo e veramente inclusivo".
 
Il Rapporto Censis-Rbm rileva che tra i cittadini che hanno dovuto affrontare spese sanitarie private, hanno incontrato difficoltà economiche il 74,5% delle persone a basso reddito e il 15,6% delle persone benestanti. Difficoltà per il 51,4% delle famiglie con al proprio interno una persona non autosufficiente, che hanno affrontato spese sanitarie di tasca propria. Più si invecchia, più si deve mettere mano al portafoglio per pagarsi le cure: considerando 100 la spesa sanitaria privata pro-capite degli italiani, per un anziano si arriva a 146. La Corte dei Conti segnala un record di contrazione della spesa sanitaria pubblica italiana, con un valore pro-capite ridotto dell'1,1% all’anno in termini reali dal 2009 al 2015. Nello stesso periodo in Francia è aumentata dello 0,8% all’anno e in Germania del 2% annuo. L’incidenza rispetto al Pil della spesa sanitaria pubblica italiana è pari al 6,8%, in Francia si sale all’8,6% e in Germania si arriva al 9,4%.
 
In sintesi - sentenzia il Rapporto - meno risorse pubbliche per la sanità rispetto al passato e rispetto agli altri Paesi. Attese per prestazioni sanitarie nel servizio pubblico troppo lunghe e che spesso richiedono l'esborso del ticket. E' questa la ragione principale per cui tanti italiani vanno nel privato e pagano a tariffa intera, e le attese rilevate dal Rapporto sono impietose: per una mammografia si attendono in media 122 giorni (60 in più rispetto al 2014) e nel Mezzogiorno si arriva a 142 giorni. Per una colonscopia si attendono in media 93 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), ma al Centro di giorni ce ne vogliono 109. Per una risonanza magnetica ci vogliono in media 80 giorni (+6 giorni rispetto al 2014), 111 giorni al sud. Per una visita cardiologica l’attesa media è di 67 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), 79 giorni al Centro. Per una visita ginecologica si attendono in media 47 giorni (+8 giorni rispetto al 2014), ma ne servono 72 al Centro. Per una visita ortopedica 66 giorni (+18 giorni rispetto al 2014), con un picco di 77 giorni al Sud.
I dati
Zabeo:"I debiti della Pa hanno ormai assunto una dimensione surreale"
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Nel 2016, tra gli acquisti di beni e servizi e gli investimenti fissi lordi, la Pubblica amministrazione italiana ha fatturato ai propri fornitori e alle imprese appaltatrici 160 miliardi di euro. In totale assenza di dati ufficiali, si stima che una parte di questi non siano stati saldati e che questa fetta oscilli tra un valore minimo di 32 miliardi fino a un massimo di 46 miliardi. E' quanto ha provato a calcolare la Cgia di Mestre. "Suddividendo in via puramente teorica i 160 miliardi di euro nell’arco dell’anno e 'pesandoli' su 12 mensilità nel caso delle Pa che pagano a 30 giorni e in 6 mensilità per quelle che invece saldano a 60 giorni (come la sanità), si ottiene la cifra di 19 miliardi di debiti fisiologici che non vengono onorati nell’arco dell’anno perché non sono ancora scaduti i termini di pagamento previsti dalla legge. In realtà, lo stock da onorare è molto superiore". "Secondo l’Istat - continua la Cgia - l’importo riferito solo ai debiti di parte corrente che l’istituto ha notificato alla Commissione europea per l’anno 2016 è di 51 miliardi di euro; la Banca d’Italia, invece, stima un importo pari a 65 miliardi di euro (anno 2015).

 
Di conseguenza, l’ammontare dei debiti per i ritardi di pagamento che la Pa dovrebbe saldare oscilla, secondo una nostra stima tra un valore minimo di 32 miliardi (dato dalla differenza tra 51 e 19) e un valore massimo di 46 miliardi (importo risultante dalla differenza tra 65 e 19)", stima la Cgia. Le principali cause "che hanno dato origine a questo malcostume tutto italiano" sono da ricercare, spiega ancora l'associazione mestrina, "nella mancanza di liquidità del committente pubblico, nei ritardi intenzionali, nell'inefficienza di molte amministrazioni a emettere in tempi ragionevolmente brevi i certificati di pagamento e nelle contestazioni". A queste ragioni, prosegue la Cgia, "ne vanno aggiunte almeno altre due che, tra le altre cose, hanno indotto la Commissione europea a far scattare l’avvio della procedura di infrazione nei confronti del nostro Paese. Sono la richiesta da parte della Pa di ritardare l’emissione degli stati di avanzamento dei lavori o l’invio delle fatture; l’istanza al fornitore di accettare, durante la stipula del contratto, tempi di pagamento superiori ai limiti previsti per legge senza l’applicazione degli interessi di mora in caso di ritardo".
 
"Dall’inizio del 2015 - continua poi la Cgia - ha fatto il suo 'debutto' lo split payment. Questa novità obbliga le amministrazioni centrali dello Stato (e dal prossimo primo luglio anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. L’obbiettivo di questa misura è stato quello di contrastare l’evasione fiscale, ovvero, evitare che una volta incassata dal committente pubblico, l’azienda fornitrice non la versi al fisco. Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non versi l’Iva all’erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la quasi totalità delle imprese".
Infine, aggiunge la Cgia nel suo studio, "sebbene la domanda di credito sia in aumento e attraverso il Quantitative easing la Bce abbia acquistato più di 255 miliardi di euro di titoli di stato italiani (dati compresi tra il 9 marzo 2015 e il 30 aprile 2017), tra marzo 2017 e lo stesso mese dell’anno scorso gli impieghi bancari alle imprese (società non finanziarie e famiglie produttrici) sono scesi dell’1,5 per cento (pari a una contrazione di 13,4 miliardi di euro)".
 
Se a ciò "si aggiunge la difficoltà a rispettare i tempi di pagamento da parte dello Stato e gli effetti dello split payment, una buona parte delle circa 900.000 imprese che lavorano per la Pa sta vivendo momenti difficili". Per far fronte alla mancanza di liquidità, ricorda l'associazione, le contromisure assunte da queste ultime sono la dilazione dei tempi di pagamento dei propri fornitori, la contrazione degli investimenti, la richiesta anticipo fatture in banca e il contenimento o la riduzione del personale". "I debiti della Pa hanno ormai assunto una dimensione surreale", commenta il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo, mentre il segretario della Cgia, Renato Mason, aggiunge: "La nostra Pa non solo paga con un ritardo che non ha eguali nel resto d’Europa, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Insomma, oltre al danno anche la beffa. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, oltre a subire tempi di pagamento spesso irragionevoli, scontano anche il mancato incasso dell’Iva che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti di ogni giorno. Questa situazione, associandosi alla contrazione degli impieghi bancari nei confronti delle imprese in atto dal 2011, ha peggiorato la tenuta finanziaria di moltissime aziende, soprattutto quelle di piccola dimensione", conclude Mason.
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