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Cronaca
L'uomo risulta ora indagato a piede libero
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Redazione


VERCELLI - La Procura di Vercelli ha indagato il padre della bimba di due mesi ricoverata da alcuni giorni all'ospedale infantile Regina Margherita di Torino in gravi condizioni. L'uomo ha ammesso di essere il responsabile delle ferite per cui la neonata, dopo il ricovero all'ospedale di Vercelli, è stata trasferita a Torino. E' accusato di lesioni gravi e maltrattamenti. Le indagini sono state condotte dalla squadra mobile della Questura di Vercelli. L'uomo ha ammesso le proprie responsabilità.

Mia, nome di fantasia della bimba, era stata accompagnata dai genitori all'ospedale Sant'Andrea di Vercelli la sera dello scorso 21 giugno perché presentava segni generali di malessere. Sottoposta agli accertamenti del caso, è stata trasferita a Torino la stessa notte, in seguito alla comparsa sul suo corpo di alcuni ematomi. Ricoverata in prognosi riservata in Rianimazione, con un trauma cranico e diverse costole rotte, le sue condizioni stanno migliorando e ieri i sanitari ne hanno deciso il trasferimento, sempre in prognosi riservata, in terapia subintensiva. Le indagini della Questura di Vercelli, agli ordini del questore Rosanna Lavezzaro, sono partite dall'acquisizione delle informazioni medico-legali e sono proseguite con l'accertamento del difficile quadro familiare in cui la bimba era inserita. Nel tardo pomeriggio di ieri la confessione del padre, che alla presenza del suo legale ha ammesso le proprie responsabilità. L'uomo risulta ora indagato a piede libero.

Cronaca
Gli uomini dell’Arma sono intervenuti in via Boncompagni, su segnalazione dei vicini
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Redazione


MILANO - In manette due albanesi, rispettivamente di 18 e 24 anni, colti in flagranza di reato mentre svaligiano appartamento. Il fatto è accaduto sabato quando i carabinieri del Nucleo Radiomobile di Milano, coadiuvati dai colleghi della Compagnia Milano - Porta Monforte, hanno arrestato un 18enne e un 24enne, entrambi albanesi, irregolari sul territorio nazionale e già noti alla Giustizia, poiché ritenuti responsabili di tentato furto aggravato. Gli uomini dell’Arma sono intervenuti in via Boncompagni, su segnalazione dei vicini, allarmati dai rumori provenienti da un’abitazione sita al primo piano di un condominio, i cui proprietari erano assenti per un periodo di vacanza.


Una volta arrivati sul posto i militari hanno individuato la finestra dalla quale i ladri avevano guadagnato l’accesso e, con l’ausilio di altre pattuglie, hanno cinturato in modo discreto il condominio, inibendo le vie di fuga. I carabinieri si sono quindi arrampicati, sorprendendo i due stranieri all’interno dell’abitazione, completamente a soqquadro, mentre tentavano di smurare una cassaforte. Dopo un accenno di fuga da una seconda finestra dell’abitazione, i due sono stati bloccati e trovati in possesso di alcuni preziosi e di un orologio d’oro asportati dagli armadi e dai cassetti dell’appartamento.

Il caso
Una storia che rievoca inesorabilmente quei romanzi polizieschi anni 70, in cui il protagonista è disposto a tutto per amore
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di Angelo Barraco


CUNEO – Si è conclusa con le manette ai polsi la latitanza di Giuseppe Mastini detto Johnny Lo Zingaro, evaso dal carcere di Fossano il 30 giugno scorso. Una storia che rievoca inesorabilmente quei romanzi polizieschi anni 70, in cui il protagonista è disposto a tutto per amore, anche ad una fuga dalle restrizioni imposte da una società che fa pagare cara la libertà a seguito dei danni che egli stesso ha compiuto. “La vita senza libertà, è come un corpo senza lo spirito” disse il poeta Khalil Gibran e proprio come nei migliori romanzi d’altri tempi, il protagonista non vuole rinunciare alla propria libertà individuale quindi si sgancia le ingombranti catene ai polsi per andare dalla propria amata che offre lui rifugio, protezione e qualche carezza che certamente riscaldano il cuore del protagonista. Quella che vi stiamo per raccontare non è certamente la trama di un film o di un libro ma è la storia di Johnny Lo Zingaro, che ha deciso di non tornare in carcere dopo il permesso di lavoro per stare con la sua compagna Giovanna Truzzi, evasa dai domiciliari a Pietrasanta a Lucca.La coppia è stata individuata in un appartamento di Taverne d’Arbia, provincia di Siena. L’operazione è stata compiuta dagli agenti dello Sco della Polizia, la squadra mobile di Cuneo, Lucca e Siena, gli agenti della Polizia Penitenziaria. Gli investigatori hanno localizzato la coppia e ricostruito gli spostamenti, ciò che ha permesso l’arresto è stato l’acquisto di un materasso da parte della coppia. Gli agenti poi si sono sostituiti ai corrieri e hanno potuto fare il loro ingresso in quella casa, accertata la presenza di Johnny Lo Zingaro hanno eseguito l’operazione e lo hanno arrestato.

Ma chi è Johnny Lo Zingaro? Le manette ai suoi polsi scattano nel 1983, a seguito di una sparatoria con le forze dell'ordine. Ottenne una licenza premio quattro anni dopo e nel 1987 si macchiò di violenti crimini come furti, rapine, sequestro di persona, sparatoria e l'omicidio. La Dott.ssa Mary Petrillo spiega infatti che " è il classico manipolatore: cioè in grado di manipolare la situazione per apparire come in realtà non è. Johnny lo Zingaro, infatti, è riuscito ad ottenere grazie al famoso articolo 21, il permesso di lavoro esterno al carcere: è stato abile a ingannare il direttore del carcere di Fossano e soprattutto gli educatori e gli psicologi che in tutto questo tempo lo hanno seguito. Quindi bisogna stare molto attenti con certi soggetti perchè riescono a gestire abilmente la situazione e Johnny lo Zingaro ha studiato a tavolino il piano per evadere. Questo episodio ci conferma che esistono criminali irrecuperabili. Basti pensare che il Mastini cominciò a soli 11 anni la sua carriera criminale: furto aggravato con tanto di sparatoria con la Polizia. A 14 anni invece uccise per la prima volta: vittima un povero autista dell'Atac".
Nel 1989 arrivò per lui la condanna all'ergastolo.

Noi de L'Osservatore D'Italia intervistammo la Dott.ssa Mary Petrillo, Psicologa, criminologa, Coordinatrice del Crime Analysts Team, Docente Master Univ. Niccolò Cusano e ci disse la sua in merito all'ultima evasione.
Appresa la notizia della evasione del noto criminale Giuseppe Mastini, detto Johnny lo Zingaro, da studiosi e professionisti del settore sentiamo la necessità di dimostrare che, in base alla vasta letteratura scientifica sull'argomento, è importante considerare diverse variabili di tipo relazionale, psicologico, criminologico, culturale, ecc., che aiuti a meglio comprendere, soprattutto da parte della magistratura, chi è violento e come non lo è allo stesso modo di un altro violento, in quanto ognuno è mosso da dinamiche interne diverse. Accade, infatti, genericamente, che anche un uomo che non ha mai messo in atto un comportamento violento ad un certo punto, invece, lo faccia e questo perché si verificano situazioni particolari, vi sono, poi, invece, uomini che agiscono in modo violento in maniera sistematica, indipendentemente dalle circostanze; è chiaro che tale dinamica comportamentale fa chiaramente intendere che vi sia una problematica di natura patologica, non psichiatrica, sono persone che sono "presenti a se stesse" , non sono "malati di mente" ed ecco perché la loro aggressività non è sempre prevedibile a chi li conosce nella vita quotidiana, tanto che quando ce li ritroviamo, poi, in prima pagina sui giornali, accusati di aver ucciso la propria compagna, o anche hanno commesso altri gravi omicidi o abusi vari, le persone rimangono sbalordite sentiamo ripetere le frasi "era una brava persona", "era una persona normale", in un soggetto come Giuseppe Mastini, invece questa parte non è stata affatto una "sorpresa". Questa analisi è molto importante, in quanto per alcuni soggetti, come prevede la legge, sono previsti programmi di trattamento, che a nostro parere devono essere individuali e non simili ed uguali per tutti, perché ogni violento è violento in modo diverso e per diverse variabili e circostanze, altrimenti si rischia che questi interventi risultino poi inefficaci. Ma chi è Johnny lo zingaro? È un criminale che ha dimostrato più volte di vendere cara la propria pelle e che nessuno e niente fermerà mai il suo " io"! Indubbiamente è uno di quei soggetti che sottoposti a testistica appropriata rivelerebbe molto di se stesso e probabilmente scopriremmo di avere a che fare con un antisociale con tendenze psicopatiche. Le sue origini risalgono ad una famiglia di giostrai di etnia sinti, inizialmente, vivono tutta la famiglia al nord di Italia, poi , quando Giuseppe ha appena 10 anni si trasferiscono, invece, tutti a Roma e qui come arriva, Giuseppe Mastini comincia, fin da subito, a frequentare la gioventù criminale del luogo in zona Tiburtina e all'età di 11 anni compie un furto con relativa sparatoria con le forze dell'Ordine. Un grave reato avviene poi nel 1975 ai danni dell'autista atac Vittorio Bigi che viene ucciso dal 14enne Johnny lo zingaro! Il cadavere del povero Bigi venne ritrovato dalla Polizia di Stato trucidato e riferisce li famoso e bravo poliziotto Nicola Longo, che si occupò del caso personalmente, che ritrovarono il corpo in un campo di cavoli; pare che Bigi, vedendo un ragazzino in giro di notte, decise di dargli un passaggio, ma mai avrebbe immaginato che per mano di quel ragazzo avrebbe trovato la morte. Giuseppe Mastini, pare aggravasse il suo potenziale criminale attraverso l'uso di sostanze stupefacenti, dopo questo evento venne arrestato, ma la sua storia criminale continuò con altre fughe ed evasioni, entrava ed usciva dal carcere rendendosi colpevole di vari gravi reati, addirittura un suo coinvolgimento pare fosse anche nel caso della morte di Pier Paolo Pasolini. La cosa che più deve farci ragionare e quindi continuare nei nostri studi in criminologia e scienze forensi, è proprio capire che soggetti come Mastini riescono ad ottenere licenze premio per buona condotta e possibilità di lavorare esternamente al carcere, tutte possibilità che potrebbero e dovrebbero aiutare la magistratura a saper prendere decisioni più mirate e giuste per il soggetto in questione evitando che accadano situazioni come questa avvenuta il 30 Giugno 2017: l'evasione!

Cronaca
il pagamento avverrà “ad avvenuto ed effettivo ritrovamento” del latitante
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di Angelo Barraco

 

BOLOGNA – E’ stata messa a disposizione una ricompensa di 50mila euro per chi fosse in grado di fornire informazioni utili alla cattura di Norbert Feher, meglio noto con il nome di Igor Vaclavic o “Igor il Russo”, il killer serbo 41enne che il primo aprile scorso ha ucciso Davide Fabbri, barista di Budrio e successivamente, a Portomaggiore (Ferrara), ha ucciso la guardia volontaria Valerio Verri. La taglia è stata messa a disposizione dal comitato di amici di Davide Fabbri. Il legale della vedova Sirica ha spiegato che il pagamento avverrà “ad avvenuto ed effettivo ritrovamento” del latitante, quindi, nel momento in cui verrà consegnato alla giustizia. Se invece venisse rinvenuto cadavere “verrà riconosciuta una ricompensa pari al 50% dell'importo”. La ricompensa ha un tempo limitato di tre mesi, ad eccezione di un eventuale individuazione del latitante prima del tempo prestabilito. Le segnalazioni dovranno essere indirizzate ad Augusto Morena, Presidente del Comitato.

Ricordiamo che nel corso delle incessanti ricerche, gli inquirenti hanno appurato che dall’interno di un garage-ripostiglio è sparito un kit del pronto soccorso con bende, disinfettante e garze. Il proprietario del casolare, che si è accorto dell’assenza del kit, non ha saputo riferire a quanto risalisse il furto. Un altro punto che dovranno analizzare gli inquirenti è se gli strumenti di bendaggio sottratti in quel casolare sono gli stessi rinvenuti in data 8 aprile all’interno del Fiorino a Molinella. Si è detto e scritto tanto su Igor il Russo, una figura che sta suscitando interesse per via della sua capacità di mutare se stesso, di trasformarsi ed essere il giorno e la notte in un breve arco temporale. Una trasformazione tanto rapida quanto dolorosa che ha lasciato dietro di se una lunga scia di sangue. In carcere era un detenuto modello, svolgeva una moltitudine di corsi e sapeva farsi apprezzare e rispettare. Sapeva essere il giorno e la notte a distanza di poche ore; ma chi è veramente Igor?

Una lunga scia di terrore e violenza che l’uomo si porta addosso da molto tempo e dagli accertamenti è emerso inoltre che in passato era stato processato a Ferrara, nel suo paese invece è ricercato per rapina e violenza sessuale. Le ricerche proseguono senza soste e ci sono circa mille uomini delle forze dell’ordine che scandagliano ogni luogo possibile nascondiglio da lui utilizzato. Alle ricerche partecipano anche i paracadutisti dei Carabinieri e i “Cacciatori” di Calabria, ma la domanda che si pongono tutti è sempre la stessa: dove si nasconde “Igor”? Qualcuno lo sta aiutando in questa folle fuga?

Gli inquirenti hanno scandagliato prevalentemente i boschi, i canali e le campagne della provincia di Bologna, particolare attenzione per i casolari. Una delle ipotesi avanzata dagli inquirenti è che “Igor” possa essere fuggito tra i canali Marmorta e Campotto sottraendo un’imbarcazione. Gli inquirenti hanno raccolto una mole di segnalazioni relative a possibili avvistamenti che lo collocavano nei posti più disparati, una che ha destato molto clamore e particolare attenzione riguardava quella di un giovane originario della Repubblica Ceca che percorreva l’Europa a piedi, tante le segnalazioni ai Carabinieri poiché insospettiti da uno zainetto nero. Tante sono anche le segnalazioni che si possono considerare inattendibili. L’ausilio dei cani molecolari è certamente fondamentale per l’individuazione del killer ma la pioggia e il vento può essere un serio e irrimediabile problema perché le tracce lasciate dall’uomo possono essere cancellate. Purtroppo non stiamo raccontando le nuove avventure di Diabolik, l’eroe mascherato che riesce sempre a sfuggire alle forme di controllo dello Stato, non sono storie da telefilm americano con finale a sorpresa.

Qui il finale è tutto da scrivere poiché la storia che vi abbiamo raccontato non è frutto di immaginazione alcuna ma pura verità in divenire e con possibili risvolti, i morti ci sono veramente, ci sono le famiglie che hanno perso un congiunto e oggi si trovano ad accarezzare una foto dentro una cornice, con una mano che sfiora il vetro e con l’altra si asciugano le lacrime. C’è un paese confuso che vive con la speranza che un killer spietato venga arrestato e consegnato alla giustizia, che venga condannato ad una pena esemplare senza sconti e senza possibilità futura di poter tornare in libertà tra i liberi, ovvero tra tutti coloro che hanno scelto di vivere un’esistenza terrena pulita, trasparente e limpida, senza un morto sulla coscienza e senza macchiarsi di delitti. C’è poi la speranza nella giustizia divina, dove molti stringono tra le mani un rosario che scalfisce l’indice e il medio con le punte estreme di una croce in metallo, tracciando solchi invocativi e inni alla speranza nel cambiamento dove i soggetti pregano Dio affinché l’altissimo salvi l’uomo dai peccati e dai peccatori che distruggono il mondo e ogni bene e purezza terrena. Cambia la forma mentis, certamente, ma il principio di base è lo stesso: “È la giustizia, non la carità, che manca nel mondo” come disse la filosofa e scrittrice britannica Mary Wollstonecraft Godwin.

Noi abbiamo parlato con la Dott.ssa Mary Petrillo, Docente in materie di criminologia all’Univ. Cusano e Coordinatrice Crime Analysts Team (CAT) che ha tracciato in esclusiva per noi un profilo di “Igor/Norbert”. “Al momento non possiamo affermare con certezza che "Igor/Norbert" sia un soggetto psicopatico, purtroppo il termine è spesso abusato, ma ha invece un suo significato ben preciso e va diagnosticato e valutato con strumenti idonei. Una cosa è certa abbiamo a che fare con un soggetto molto pericoloso ed ora che è in fuga, vagando tra i boschi e rasentando i luoghi abitati, sappiamo quanto sia temibile per lo stato di tribolazione che in questo momento starà vivendo, come fosse una "belva" affamata e braccata. Pur essendo molto preparato a vivere fino allo stremo, sappiamo che ha un ottimo addestramento militare, ciò non significa che non si senta comunque oppresso ed è proprio questa sensazione che lo rende più pericoloso. La percezione, poi, che ognuno di noi sta avendo riguardo questo soggetto è proprio quella di un elemento nocivo e questa sua lunga fuga lo rende anche ammantato di mistero. L'immaginario collettivo lo vede quindi portatore di caratteristiche di crudeltà e terrore, infatti, come ci viene descritto da chi lo ha conosciuto o che ci ha avuto a che fare, come vittima delle sue nefandezze, Igor è identificato come una sorta di "animale" selvaggio, crudele, dalle pulsioni irrefrenabili fino al punto di uccidere e quindi ad essere una vera e propria minaccia per l'incolumità delle persone, questo perché, tenendo conto dei suoi trascorsi, sembra che possa irrompere da un momento all'altro nella nostra vita quotidiana, portando distruzione e, come già avvenuto, morte. Ciò mette a repentaglio la salute psichica delle persone che vivono in quei luoghi e questa situazione col suo perdurare genera in loro paura e angoscia. Quindi chi è Igor? Igor rappresenta qualcosa di misterioso, infatti, ha molte personalità: Igor, Norbert e chissà quante altre a noi sconosciute, è un soggetto crudele, la sua violenza è smisurata quanto il suo ego. Sicuramente si muove preferibilmente la notte piuttosto che il giorno, proprio per scampare al pericolo di essere catturato. È energico, astuto, dotato di potenza fisica, è forte, brutale e temibile. Igor desidera e si prende ciò che vuole, ha, a mio parere, una vera e propria pulsione di possedere. Questo perché è sicuramente un insoddisfatto, avido, aggressivo, famelico e distruttivo. Gli dà forza il suo forte istinto alla conservazione che paradossalmente, semmai si sentisse minacciato, lo porterebbe invece a rischio suicidio, pur di non essere catturato. Solo un forte senso del limite riuscirebbe a fermarlo, solo la determinazione di chi lo sta braccando può scoraggiarlo o anche il "tradimento" di qualcuno che, eventualmente, lo stia coprendo nella fuga ( questo forse potrebbe essere l'unico modo per catturarlo vivo!). Ha sicuramente un atteggiamento reattivamente recriminatorio verso le persone e le situazioni per lui frustranti, è, secondo me, un soggetto che cerca di limitare la sua angoscia, il suo senso di dipendenza che esplica attraverso il fumo e probabilmente l'alcol, il cibo o altro tipo di sostanze, con la commissione di questi atti criminali, attraverso i quali egli tende a gratificarsi e affrancarsi dal forte senso di angoscia che lo pervade e che è un po' tipico dei cosiddetti "reduci di guerra" , spesso affetti anche da disturbo post traumatico da stress. Molti di questi soggetti con le persone che servono ai loro scopi, manifestano anche una certa inclinazione al vittimismo, possono essere logorroici e questo sempre perché in realtà sono invece narcisisti che pensano agli altri sempre in funzione dei loro scopi e lo fanno, appunto, sia adottando un comportamento dimesso o anche ironico, sempre se funzionale ai suoi scopi ( ad esempio in carcere, o con conoscenti), sia attraverso una strategia aggressiva come finora accaduto. Si tratta, quindi, molto probabilmente, di una persona con una spiccata tendenza narcisistica, questo tipo di soggetti hanno un forte bisogno di essere riconosciuti e ammirati anche in situazioni estreme, proprio come Igor, sono incapaci di costruire legami affettivi e duraturi. Igor/Norbert è una figura losca, pericoloso per tutti e catturarlo è fondamentale per dirimere la sensazione di panico che ha generato in tutti noi e per quelle persone che vivono in quei luoghi affinché possano ritrovare un equilibrio psichico e sentirsi salvi”.

Cronaca
Il procuratore è stato assassinato dalla 'ndrangheta nel 1983 a Torino
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TORINO - Rocco Schirripa è stato condannato all'ergastolo come esecutore materiale dell'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato dalla 'ndrangheta nel 1983 a Torino. Lo ha deciso la Corte d'Assise di Milano al termine del processo (ripartito 'da zero' dopo un vizio formale) a carico del 64enne ex panettiere, arrestato nel dicembre 2015 a oltre 30 anni di distanza dai fatti. Per l'omicidio è stato già condannato in via definitiva come mandante Domenico Belfiore, dell'omonimo clan. 

Cronaca
L'uomo era stato segnalato armato di coltello prima attorno alla stazione, poi mentre cercava di salire su un bus turistico
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MILANO - Un immigrato della Guinea è stato arrestato, a Milano, dalla polizia, dopo aver tentato di accoltellare un poliziotto nella zona della stazione Centrale.
L'agente, a quanto si è appreso, è stato protetto dal giubbotto antiproiettile ed ha riportato una ferita lievissima. Poi l'aggressore è stato immobilizzato e arrestato. In base ad una prima ricostruzione l'uomo era stato segnalato armato di coltello prima attorno alla stazione, poi mentre cercava di salire su un bus turistico. Qualcuno ha chiamato la polizia e quando, sul posto, piazza Duca D'Aosta, è arrivata una Volante lo straniero, che ha precedenti per lesioni e resistenza, ha reagito cercando di accoltellare un dei due agenti scesi dalla vettura. La coltellata è stata neutralizzata dal giubbotto antiproiettile. Lo straniero è stato bloccato e arrestato mentre l'agente è stato portato in codice verde al pronto soccorso. In stazione Centrale un episodio analogo ai danni di due militari e un poliziotto si era verificato nel maggio scorso.
L'immigrato aveva un ordine di espulsione emesso dal questore di Sondrio lo scorso 4 luglio e precedenti per lesioni, minacce, e resistenza a pubblico ufficiale. "Voglio morire per Allah", ha urlato agli agenti quando lo hanno accompagnato in questura ma, al momento, non risulta che il gesto possa essere riconducibile ad azioni terroristiche. Per ora, inoltre, non sono giunte notizie di una possibile radicalizzazione dell'uomo. L'episodio attorno alle 12.40 all'altezza dell'uscita di piazza Luigi di Savoia, di fianco alla stazione, in un'area transennata. Il 31enne è stato notato da passanti mentre armeggiava con un coltello, sul posto è stata inviata una volante composta da agenti di 31 e 49 anni. I due sono riusciti a immobilizzare l'africano che durante la colluttazione ha comunque sferrato una coltellata alla spalla destra del poliziotti di 31 anni. Il giubbotto antiproiettile ha impedito che la lama penetrasse nella carne. L'agente è stato comunque accompagnato al Fatebenefratelli in codice verde. 

Brescia
I giudici della Corte d'assise d'appello di Brescia sono stati chiamati a decidere sul destino del muratore di Mapello
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BRESCIA - A Brescia si attende il verdetto della Corte d'assise d'appello sull'omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra, per il quale Massimo Bossetti in primo grado è stato condannato all'ergastolo.

Bossetti, all'inizio delle sue dichiarazioni spontanee nel processo d'Appello a Brescia, ha voluto rivolgere un "sincero pensiero" a Yara. "Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi - ha detto Bossetti -, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà".
Bossetti ha chiesto scusa per "il comportamento scorretto" tenuto nella prima udienza quando era sbottato alle affermazioni del sostituto pg. ""Pensate però come può sentirsi una persona attaccata con ipotesi fantasiose e irreali", ha detto, leggendo dei fogli estratti da una cartella rossa. Dopo le dichiarazioni del muratore, che si è sempre proclamato innocente, i giudici si riuniranno in camera di consiglio per la decisione.

I giudici della Corte d'assise d'appello di Brescia sono stati chiamati a decidere sul destino di Bossetti. Come già fatto in primo grado, il muratore di 46 anni, sposato e con tre figli, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, dichiarerà di essere innocente nelle speranza che, come dicono i suoi legali, "qualcuno finalmente gli dia retta". "Da tre anni invoco la mia innocenza, da tre anni chiedo anche tramite i miei avvocati l'unica cosa che può consentire di difendermi, la perizia in contraddittorio sul Dna. Posso marcire in carcere per un delitto atroce che non ho commesso senza che mi sia concessa almeno questa possibilità?", ha scritto Bossetti Bossetti a un quotidiano: "Confido che finalmente sia fatta Giustizia e io possa tornare a riabbracciare i miei cari da uomo libero e innocente quale sono, anche se ho una vita stravolta e comunque segnata per sempre. Lo spero io, lo devono sperare i Giudici, sono convinto che lo speri Yara da Lassù, almeno fino a quando il suo vero assassino che è ancora libero e sta ridendo di me e della Giustizia, sconterà la giusta pena".

Quindi, dopo le sue parole comincerà l'attesa per una sentenza o per un'ordinanza, qualora i giudici, presieduti da Enrico Fischetti, dovessero decidere di accogliere l'istanza di ripetizione dell'esame del Dna trovato sul corpo della ragazza uccisa che secondo gli accertamenti scientifici appartiene a Massimo Bossetti. La Corte potrebbe altrimenti uscire con la conferma dell'ergastolo inflitto in primo grado oppure con un aggravamento della pena di sei mesi di isolamento diurno perchè, come chiesto dal sostituto pg Marco Martani, deve essere condannato anche per la calunnia ai danni di un suo collega di lavoro verso il quale avrebbe cercato di indirizzare le indagini. Per questo reato il muratore era stato assolto in primo grado ma il pm di Bergamo Letizia Ruggeri aveva impugnato la sentenza. Oppure, sulla scorta di quanto emerso dagli atti del processo bergamasco e dalla discussione in aula a Brescia, i giudici potrebbero decidere di assolverlo, come chiesto in modo anche veemente dai suo difensori, Claudio Salvagni e Paolo Camporini. I difensori hanno infatti provato a introdurre elementi nuovi, compresa una fotografia del campo di Chignolo in cui fui trovato il corpo che metterebbe in dubbio il fatto che il cadavere della tredicenne sia rimasto lì per tre mesi, come ricostruito dall'accusa. Un elemento che aveva causato dure reazioni delle parti civili: "E' una foto tarocchissima", aveva esclamato uno degli avvocati della famiglia Gambirasio, Andrea Pezzotta. Quell'elemento, è ancora "su judice": la Corte aveva consentito infatti che se ne parlasse in aula, precisando, però, che si riservava di valutarne l'ammissione nel fascicolo che, allo stato, "è quello di primo grado".

Cronaca
Legali del muratore annunciano ricorso in Cassazione. Parte civile: fatta giustizia
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di Angelo Barraco

Brescia – Dopo oltre quindici ore di Camera di consiglio, la Corte d’Assise d’appello ha confermato la condanna all'ergastolo di Masimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio. Ricalcata in pieno la sentenza di primo grado.
  Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di 46 anni è stato già condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, la bambina di tredici anni di Brembate che scomparve misteriosamente il 26 novembre 2010 e venne rinvenuta cadavere dopo tre mesi. Massimo Bossetti ha parlato davanti ai Giudici per circa mezz’ora, ribadendo a gran voce la propria innocenza e invocando giustizia e ulteriori verifiche ai fini di far luce sulla verità. Ha ripercorso la vicenda passo dopo passo, ribadendo la propria innocenza e sottolinenando di essere vittima “del più grande errore giudiziario di tutta la storia”. Ha ribadito la sua innocenza sottolinenando “non sono io l'assassino, mettetevelo in mente. La violenza non fa per me. Chi ha ucciso Yara è un pazzo, un sadico, e io non lo sono. Perché non è mai stata fatta una perizia psichiatrica su di me? Dimostrerebbe che non sono niente di tutto questo”.
Ha rivolto un pensiero a Yara, dicendo che quella ragazzina “poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà”. Si è inoltre scusato per il comportamento scorretto che ha tenuto nel corso della prima udienza a seguito delle affermazioni del sostituto pg “pensate però come può sentirsi una persona attaccata con ipotesi fantasiose e irreali”, ha dichiarato. Ha parlato inoltre delle modalità che hanno portato al suo arresto, precisando che nel preciso momento in cui fu fermato si è sentito come “una lepre che doveva essere sbranata da innumerevoli cacciatori”. Si è chiesto a gran voce il perché di tutto ciò, rivolgendosi ai presenti in aula, poi ha aggiunto “Io non sono un assassino”. Quello di Bosseti è il racconto di un padre che sente fortemente l’assenza dei figli che gli chiedono quando tornerà a casa: “Ai miei figli dico: non uscirò da un'altra porta: uscirò a testa alta dallo stesso, immenso portone da cui sono entrato”. Ha parlato delle accuse nei suoi riguardi: “Voi siete liberi di credere o non credere ma io vi ribadisco la mia innocenza. Se fossi stato io il colpevole non avrei resistito, avrei confessato, non sarei stato più in grado di gestire nessun aspetto della mia vita”. In merito al DNA ha detto invece che secondo lui “è sbagliato. E' un errore. Ecco spiegato quello che non è spiegabile in natura. Rifate la prova del Dna e vedrete che i risultati mi daranno ragione”.

Duplice omicidio
Secondo la testimonianza di una vicina, si sarebbero sentite le urla della bambina, che per alcuni attimi avrebbe esclamato più volte, "Mamma, mamma"
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PARMA - Ha confessato di avere ucciso la madre e la sorellina, Solomon Nyantakyi il giovane fermato a Milano dalla polizia per il duplice omicidio avvenuto a Parma. Solomon Nyantakyi, 21 anni, il giovane sospettato di avere ucciso la madre Nfum Patience di 43 anni e la sorellina di 11 Magdalene, era stato rintracciato e fermato dalla polizia a Milano.La donna di 45 e la figlia di 11 anni, Nfum Patience e la piccola Magdalene Nyantakyi, origini ghanesi ma da anni residenti in Italia, sono state trovate uccise, massacrate con una violenza indicibile, verso le 21 nel loro appartamento in via San Leonardo, nella prima periferia di Parma. Sono state uccise con molte coltellate, o forse con un altro oggetto contundente, tanto che la scena del delitto è apparsa raccapricciante: macchie di sangue ovunque, già nel corridoio e nell'ingresso, sui muri, ed è stato molto difficile accedere alle altre stanze senza correre rischi di inquinare lo scenario. 

Ad accorgersi del duplice omicidio è stato un terzo figlio della donna, Raymond Nyantakyi, 25 anni, quando è tornato a casa dopo la giornata di lavoro. Il giovane è stato portato in Questura per sentire la sua testimonianza mentre è partita in città la caccia all'uomo, alla ricerca del terzo figlio irreperibile e fortemente sospettato del duplice delitto. Sul luogo del massacro si sono recati il Pm di turno, Paola Dal Monte, la polizia scientifica e diverse pattuglie della squadra mobile di Parma. Raymond, sconvolto, dopo aver rinvenuto i corpi ha prima avvisato una vicina e poi ha fatto partire la chiamata al 113, l'annuncio del massacro. I corpi delle due vittime sarebbero stati rinvenuti in sala da pranzo ma il sangue sarebbe stato lasciato un po' ovunque nell'appartamento. I sospetti si sono indirizzati subito sul 21enne che nel frattempo era sparito, con un indizio forte a suo carico: il suo telefonino è risultato irraggiungibile proprio dal momento del delitto.

Il giovane è stato una promessa del calcio, prima che problemi comportamentali ne precludessero un facile progresso nel mondo del pallone. Aveva esordito nelle giovanili del Parma, aveva vinto uno scudetto allievi insieme a nomi diventati famosi come quelli di Josè Mauri e Alberto Cerri. Trequartista, era stato chiamato in prima squadra nell'ultimo anno di serie A, dall'ex tecnico della nazionale Donadoni. Stava andando verso il Milan, ma l'allora responsabile del settore giovanile del Parma, Francesco Palmieri, lo aveva convinto a restare in gialloblù. Poi diversi cambi di casaccao, fino all' Imolese, dove la sua promettente carriera si è interrotta. Ora è ricercato. Il padre e il marito di questa famiglia devastata non era in Italia mentre succedeva la tragedia: è in Inghilterra per ragioni di lavoro. Secondo la testimonianza di una vicina, questo pomeriggio intorno alle 14.30 si sarebbero sentite le urla della bambina, che per alcuni attimi avrebbe esclamato più volte, "Mamma, mamma". Poi il silenzio, fino a questa sera quando è rientrato Raymond. Una parente delle vittime ha raccontato che la donna era rientrata da pochi giorni dal Ghana dove era stata per una breve vacanza. La famiglia risiede da tempo a Parma tanto che la piccola Magdalene era nata nella città emiliana. Dove è morta, verosimilmente per mano del fratello

Cronaca
Dott.ssa Petrillo: "Johnny lo Zingaro ha studiato a tavolino il piano per evadere. Questo episodio ci conferma che esistono criminali irrecuperabili"
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di Angelo Barraco

 

CUNEO - E' passata una settimana da quando si sono perse completamente le tracce di Giuseppe Mastini, meglio noto come Johnny Lo Zingaro, uscito dal carcere di Fossano per recarsi a lavoro insieme ad altri tre detenuti che come lui si trovavano in regime di semilibertà. Lui però non è mai arrivato alla scuola di Polizia penitenziaria di Cairo Montenotte, tra la provincia di Cuneo e quella di Savona. Di lui si dice che fosse un detenuto modello e per il suo comportamento carcerario infatti, gli era stato concesso di poter svolgere un lavoro esterno appellandosi all'articolo 21, che consente lo svolgimento di attività lavorative all'esterno della struttura sulla base del comportamento e delle relazioni degli psicologi. Il suo passato è macchiato da una lunga scia di sangue che ha avuto inizio quando era ancora giovincello e ha ucciso un tranviere. Questa non è certamente la sua prima evasione, la prima avvenne dal carcere di Casal del Marmo e la successiva dall'Isola di Pianosa. Le manette ai suoi polsi scattano nel 1983, a seguito di una sparatoria con le forze dell'ordine. Ottenne una licenza premio quattro anni dopo e nel 1987 si macchiò di violenti crimini come furti, rapine, sequestro di persona, sparatoria e l'omicidio. La Dott.ssa Mary Petrillo spiega infatti che " è il classico manipolatore: cioè in grado di manipolare la situazione per apparire come in realtà non è. Johnny lo Zingaro, infatti, è riuscito ad ottenere grazie al famoso articolo 21, il permesso di lavoro esterno al carcere: è stato abile a ingannare il direttore del carcere di Fossano e soprattutto gli educatori e gli psicologi che in tutto questo tempo lo hanno seguito. Quindi bisogna stare molto attenti con certi soggetti perchè riescono a gestire abilmente la situazione e Johnny lo Zingaro ha studiato a tavolino il piano per evadere. Questo episodio ci conferma che esistono criminali irrecuperabili. Basti pensare che il Mastini cominciò a soli 11 anni la sua carriera criminale: furto aggravato con tanto di sparatoria con la Polizia. A 14 anni invece uccise per la prima volta: vittima un povero autista dell'Atac".

Nel 1989 arrivò per lui la condanna all'ergastolo. Johnny Lo Zingaro adesso è nuovamente evaso, le ricerche attualmente non hanno portato a nessun esito positivo e sono state estese anche oltre confine. Intanto l'Osapp, organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria, accusa il suo segretario generale, Leo Beneduci "il degrado a cui sono giunte le istituzioni penitenziarie, soprattutto laddove il buonismo fuori luogo applicato ad oltranza nei confronti dei detenuti, quale che ne sia la pericolosità, arreca danno dapprima ai poliziotti penitenziari del tutto abbandonati a se stessi e poi agli inermi cittadini costretti a subire le conseguenze delle disfunzioni penitenziarie" chiede inoltre una commissione d'inchiesta parlamentare "che faccia finalmente luce sulle disfunzioni e sugli sprechi dell'attuale politica penitenziaria nazionale nonché sui danni arrecati dagli attuali vertici dell'Amministrazione penitenziaria centrale". Ma dov'è Johnny Lo Zingaro? Chi lo sta aiutando in questa fuga? Tanti i dubbi, le domande e le ipotesi che si accavallano nella mente di chi indaga e chi ha avuto modo di conoscere la sua storia in questi lunghi anni, si è detto inoltre che dietro la sua fuga potrebbe esserci una donna dell'Est Europa con la quale avrebbe avuto una relazione. L'unica certezza è che l'uomo ha raggiunto in taxi la stazione di Genova Brignola, il resto è un mistero contornato da dubbi e ipotesi. Il suo legale lancia un appello "Mi auguro che il mio cliente rientri e spieghi perché si è allontanato".

Noi de L'Osservatore D'Italia abbiamo parlato con la Dott.ssa Mary Petrillo, Psicologa, criminologa, Coordinatrice del Crime Analysts Team, Docente Master Univ. Niccolò Cusano.
Appresa la notizia della evasione del noto criminale Giuseppe Mastini, detto Johnny lo Zingaro, da studiosi e professionisti del settore sentiamo la necessità di dimostrare che, in base alla vasta letteratura scientifica sull'argomento, è importante considerare diverse variabili di tipo relazionale, psicologico, criminologico, culturale, ecc., che aiuti a meglio comprendere, soprattutto da parte della magistratura, chi è violento e come non lo è allo stesso modo di un altro violento, in quanto ognuno è mosso da dinamiche interne diverse. Accade, infatti, genericamente, che anche un uomo che non ha mai messo in atto un comportamento violento ad un certo punto, invece, lo faccia e questo perché si verificano situazioni particolari, vi sono, poi, invece, uomini che agiscono in modo violento in maniera sistematica, indipendentemente dalle circostanze; è chiaro che tale dinamica comportamentale fa chiaramente intendere che vi sia una problematica di natura patologica, non psichiatrica, sono persone che sono "presenti a se stesse" , non sono "malati di mente" ed ecco perché la loro aggressività non è sempre prevedibile a chi li conosce nella vita quotidiana, tanto che quando ce li ritroviamo, poi, in prima pagina sui giornali, accusati di aver ucciso la propria compagna, o anche hanno commesso altri gravi omicidi o abusi vari, le persone rimangono sbalordite sentiamo ripetere le frasi "era una brava persona", "era una persona normale", in un soggetto come Giuseppe Mastini, invece questa parte non è stata affatto una "sorpresa". Questa analisi è molto importante, in quanto per alcuni soggetti, come prevede la legge, sono previsti programmi di trattamento, che a nostro parere devono essere individuali e non simili ed uguali per tutti, perché ogni violento è violento in modo diverso e per diverse variabili e circostanze, altrimenti si rischia che questi interventi risultino poi inefficaci. Ma chi è Johnny lo zingaro? È un criminale che ha dimostrato più volte di vendere cara la propria pelle e che nessuno e niente fermerà mai il suo " io"! Indubbiamente è uno di quei soggetti che sottoposti a testistica appropriata rivelerebbe molto di se stesso e probabilmente scopriremmo di avere a che fare con un antisociale con tendenze psicopatiche. Le sue origini risalgono ad una famiglia di giostrai di etnia sinti, inizialmente, vivono tutta la famiglia al nord di Italia, poi , quando Giuseppe ha appena 10 anni si trasferiscono, invece, tutti a Roma e qui come arriva, Giuseppe Mastini comincia, fin da subito, a frequentare la gioventù criminale del luogo in zona Tiburtina e all'età di 11 anni compie un furto con relativa sparatoria con le forze dell'Ordine. Un grave reato avviene poi nel 1975 ai danni dell'autista atac Vittorio Bigi che viene ucciso dal 14enne Johnny lo zingaro! Il cadavere del povero Bigi venne ritrovato dalla Polizia di Stato trucidato e riferisce li famoso e bravo poliziotto Nicola Longo, che si occupò del caso personalmente, che ritrovarono il corpo in un campo di cavoli; pare che Bigi, vedendo un ragazzino in giro di notte, decise di dargli un passaggio, ma mai avrebbe immaginato che per mano di quel ragazzo avrebbe trovato la morte. Giuseppe Mastini, pare aggravasse il suo potenziale criminale attraverso l'uso di sostanze stupefacenti, dopo questo evento venne arrestato, ma la sua storia criminale continuò con altre fughe ed evasioni, entrava ed usciva dal carcere rendendosi colpevole di vari gravi reati, addirittura un suo coinvolgimento pare fosse anche nel caso della morte di Pier Paolo Pasolini. La cosa che più deve farci ragionare e quindi continuare nei nostri studi in criminologia e scienze forensi, è proprio capire che soggetti come Mastini riescono ad ottenere licenze premio per buona condotta e possibilità di lavorare esternamente al carcere, tutte possibilità che potrebbero e dovrebbero aiutare la magistratura a saper prendere decisioni più mirate e giuste per il soggetto in questione evitando che accadano situazioni come questa avvenuta il 30 Giugno 2017: l'evasione!

Piemonte
L'ergastolano di 57 anni che venerdì mattina è uscito dal carcere di Fossano per recarsi al lavoro ed è sparito
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FOSSANO (CN) - Sono state estese a tutta Italia e all'estero le ricerche di Giuseppe Mastini, noto come Johnny lo Zingaro, l'ergastolano di 57 anni che venerdì mattina è uscito dal carcere di Fossano per recarsi al lavoro ed è sparito. Descritto come un detenuto modello, ma con un passato criminale fatto di rapine, omicidi e sequestri di persona, ha preso un taxi fino alla stazione di Genova Brignole per poi sparire nel nulla. "Mi auguro che il mio cliente rientri e spieghi perché si è allontanato", è l'appello del legale di Mastini, l'avvocato torinese Enrico Ugolini. L'ergastolano potrebbe avere preso un treno, forse per la vicina Francia, dove non si esclude che qualcuno lo aspettasse. Le ricerche, fino ad ora, hanno dato esito negativo.
Mastini finì in carcere ancora ragazzo per aver ucciso un tranviere. Dal penitenziario evase due volte: prima da quello di Casal del Marmo, poi da quello dell'isola di Pianosa. Nell' estate del 1983 fu arrestato di nuovo, dopo una sparatoria con la polizia. Quattro anni più tardi ottenne una licenza premio per buona condotta. Fu proprio durante questa licenza, nel febbraio 1987, che Mastini fu protagonista di sanguinose scorribande che si conclusero con la cattura anche della sua compagna, Zaira Pochetti, morta qualche anno dopo dopo una lunga malattia.In quella giornata, che impegnò le forze di polizia in una vera e propria caccia all'uomo, Mastini rubò diverse auto, rapinò benzinai, sequestrò una ragazza, Silvia Leonardi, sparò contro una pattuglia di agenti, uccidendo la guardia Michele Giraldi, ferì un brigadiere dei carabinieri, Bruno Nolfi. Si arrese nelle campagne di Mentana, ormai circondato da agenti e carabinieri. Condannato all'ergastolo nel 1989, da alcuni anni è detenuto nel carcere di Fossano. In semilibertà, lavora alla scuola di polizia penitenziaria di Cairo Montenotte, dove questa mattina non si è presentato.

Vobarno
Sarebbe un simpatizzante leghista della prima ora, anche se non risulterebbe iscritto al Carroccio
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VOBARNO (BS) - L'emergenza immigrazione in Italia sta diventando un fenomeno oltre che fuori controllo anche pericoloso per l'incolumità delle persone. L'ultimo episodio è successo ne Bresciano. Due molotov sono state lanciate nel bresciano all'interno di un albergo destinato ad ospitare profughi. È accaduto la notte scorsa a Vobarno, in provincia di Brescia all'interno dell'albergo, attualmente chiuso al pubblico, Eureka. Importanti i danni alla struttura che sarebbe stata individuata per dare ospitalità a 35 richiedenti asilo. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

Il gesto potrebbe essere un'intimidazione nei confronti del proprietario dell'albergo, Valerio Ponchiardi. Secondo quanto riferito dai suoi compaesani, sarebbe un simpatizzante leghista della prima ora, anche se non risulterebbe iscritto al Carroccio. "Fino a pochi giorni fa - hanno spiegato ancora all'ANSA - fuori dall'albergo Eureka erano esposte alcune bandiere della Repubblica di Venezia"

È stato lo stesso titolare dell'albergo di Vobarno ad intervenire per spegnere le fiamme dopo il lancio delle molotov che hanno raggiunto il pian terreno dello stabile che dovrebbe ospitare profughi, essendo in questo momento una struttura già attrezzata e libera. Nonostante questo, al momento, come ha assicurato Ponchiardi, titolare dell'hotel Eureka spaventato per quella che ritiene un'intimidazione, non è "ancora stato siglato alcun accordo con la Prefettura per dare ospitalità a coloro che hanno richiesto asilo" e che, come ha spiegato lo stesso prefetto Annunziato Vardè, in molti sono attesi nelle prossime ore anche nel bresciano. Sul caso indaga, accanto ai carabinieri, la Digos della Questura di Brescia.

"Era stata avanzata un'ipotesi di utilizzo, ma al momento nessun accordo è stato trovato tra la cooperativa che gestisce gli stranieri e la proprietà dell' albergo", ha precisato la prefettura di Brescia.
 

Cronaca
La prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario presentato dalla difesa
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di Angelo Barraco

 
MILANO – Alberto Stasi rimane in carcere per l’omicidio di Chiara Poggi. La prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario presentato dalla difesa per la riapertura del caso, per la sospensione della pena e per un nuovo processo di appello. E’ confermata quindi la condanna a 16 anni per Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto del 2007 a Garlasco. Il pg Aniello, della Suprema Corte, nel corso della requisitoria aveva evidenziato elementi di inammissibilità nel ricorso, dove invece Stasi evidenziava “errori di fatto” che facevano riferimento alla mancata ammissione di prove nel processo d’appello-bis.
L’omicidio di Chiara Poggi è rimasto impresso nella memoria degli italiani per l’efferatezza e la brutalità che si è sprigionata all’interno di un contesto intimo e casalingo in cui si è consumato il tutto. Un contesto apparentemente tranquillo, dove tutto dovrebbe essere al sicuro, corazzato certamente  inviolabile ma proprio quel giorno e in quel preciso momento qualcosa ha distorto quella pacatezza. Il 13 agosto del 2007 Alberto Stasi, studente di Economia e Commercio alla Bocconi, prova a contattare telefonicamente la fidanzata Chiara Poggi, con la quale aveva trascorso la sera precedente mangiando due pizze prima di tornare a casa, poiché in quel periodo Alberto stava preparando la tesi di laurea. Verso le 13.30 si reca a casa della fidanzata, non ricevendo risposta al citofono però, decide di scavalcare il cancello. Arrivato sulla porta di casa decide allora di entrare e trova molto sangue a terra, seguendo le tracce verso la tavernetta trova il corpo di Chiara. Chiama subito i soccorsi e si reca nella vicina caserma dei Carabinieri che dista pochi metri dalla villetta dei Poggi. Chiara è morta per una decina di colpi violenti inferti con un’arma appuntita che non sarà mai ritrovata, tra le 9 e le 12 di mattina (l’orario preciso non sarà mai stabilito). Nella villetta le uniche tracce presenti sono quelle di Chiara, dei suoi familiari, di Alberto e di un falegname che aveva fatto dei lavori pochi giorni prima della morte (oltre alle tracce dei soccorritori chiamati da Stasi). Le indagini si concentrarono sull’ex fidanzato. Ha destato sospetto l’atteggiamento dopo il ritrovamento del cadavere (sembra che il tono di voce di Stasi quando chiama il 118 fosse troppo “rilassato”), le tracce del DNA di Chiara sulla bici di Alberto, la mancanza di sangue sotto le sue scarpe, nonostante il pavimento della casa ne fosse pieno. Alberto Stasi venne arrestato il 24 settembre, ma la scarsità d’indizi certi convinse il GIP a scarcerarlo dopo quattro giorni. Nelle indagini successive (dicembre 2007) viene trovato nel computer di Stasi materiale pedopornografico, elemento che ha contribuito a minare l’immagine del fidanzato. Il 3 novembre 2008 Alberto Stati viene rinviato a giudizio per l’omicidio di Chiara Poggi.
Cronaca
L'accusa è rivolta a un 24enne residente nel Cuneese, direttore sportivo di una squadra di calcio giovanile
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TORINO - Adescava minori in chat utilizzando profili fake femminili. Un 24enne residente nel Cuneese, direttore sportivo di una squadra di calcio giovanile, è accusato di avere adescato in oltre tre anni più di cento giovani, la maggior parte appartenenti al mondo del calcio giovanile. Quattro le identità femminili utilizzate per avere i selfie erotici delle giovani vittime e poi ricattarli per averne altri. Ingente il materiale pedopornografico sequestrato. Il giovane dirigente sportivo si trova ora ai domiciliari.

Meteo
Per 10 città italiane è previsto un 'weekend di fuoco' contrassegnato con il bollino rosso del ministero della Salute
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FERRARA - L'Italia è nella morsa del caldo: il record è Ferrara, dove - secondo dati dell'Aeronautica militare - la temperatura percepita è di 49 gradi, anche se il termometro segna 37. Seconda è Termoli, in Molise, dove la sensazione di calore è di 46 gradi, ma quelli effettivi sono 30. Terza è Capo Frasca in Sardegna, dove a fronte di 37 gradi reali se ne percepiscono 44. In 15 regioni, dal Piemonte alla Sicilia, ci sono località dove si boccheggia con temperature avvertite dalla popolazione, per effetto dell'umidità e dei venti, pari o superiori a 40 gradi.
Dieci consigli per proteggersi dal caldo
Per 10 città italiane è previsto un 'weekend di fuoco' contrassegnato con il bollino rosso del ministero della Salute che indica un'emergenza caldo con il massimo livello di rischio per tutta la popolazione. Oggi in particolare, l'allarme è scattato per Bologna, Bolzano, Brescia, Perugia e Torino, mentre domenica riguarderà Ancona, Campobasso, Firenze, Perugia e Pescara.

Sono inoltre 10 le città contrassegnate dal bollino arancione del ministero della Salute, che indica il rischio specifico per la fascia di popolazione più fragile. Per fronteggiare l'afa e il caldo, il ministero fornisce una serie di consigli, in primis quello di evitare l'esposizione diretta al sole nelle ore più calde (dalle 11 alle 18). Si suggerisce poi di evitare le zone trafficate per il rischio ozono, di non svolgere attività fisica intensa all'aperto e di utilizzare correttamente il condizionatore. L'alimentazione, poi, sempre secondo le indicazioni del ministero della Salute, deve essere leggera ed è necessario bere molti liquidi (moderando bevande gassate o zuccherate, tè e caffè). Attenzione, inoltre, alle eventuali terapie farmacologiche che potrebbero dover essere modificate. Infine importante è la giusta conservazione dei farmaci.
Come difendere dal caldo gli amici a 4 zampe
A Milano il picco delle temperature - Sarà un'altra giornata molto calda quella di oggi in Lombardia con punte di 36 gradi a Brescia (con 42 percepiti) e 35 a Milano (con 40 percepiti) ma la situazione nella regione sta per cambiare a causa di correnti più fresche atlantiche, che porteranno da domani piogge anche forti. Secondo quanto comunicato dall'Arpa, sono in arrivo correnti che spezzeranno parzialmente l'egemonia dell'alta pressione di origine africana e la stabilità di questi giorni. Dopo la giornata di oggi che sarà ancora molto calda e favorevole alla produzione di ozono, domenica sono quindi in arrivo temporali sparsi e un calo termico, con conseguente miglioramento della qualità dell'aria. Il termometro a Milano dovrebbe scendere sotto i 30 gradi e all'inizio della prossima settimana è atteso ancora tempo variabile con temperature ancora elevate ma anche con rischio crescente di precipitazioni.
Marche fino 38 gradi percepiti, Ancona'bollino rosso' - Temperature fino a 36-38 gradi percepiti nelle Marche, dove l'emergenza caldo riguarda in particolare le aree interne (Macerata, Ascoli Piceno, Fermo, Fabriano e Jesi) e Ancona, ''bollino arancione'' oggi secondo il ministero della Salute, e ''rosso'' nella giornata di domani, con ondate di calore che rappresentano un rischio per tutta la popolazione, non solo per anziani e bambini. L'Asur Marche ha attivato già da giorni il numero verde del servizio 'Helios' (800.450.020), un call center al quale si può telefonare dalle 9 alle 19 per avere informazioni si servizi disponibili e le cautele da osservare. Gli Ospedali riuniti di Ancona hanno rafforzato l'equipe medica del Pronto soccorso, dove si registra un aumento degli accessi fra l'8 e il 10%, e aumentato il numero di posti letto per l'Osservazione breve. In crescita l'afflusso di pazienti anziani al Punto di primo intervento dell'Inrca, soprattutto per problemi respiratori o l'aggravarsi di stati infettivi. Sempre grazie al progetto Helios, ad Ancona sono aperte alcune sale climatizzate per gli anziani: è previsto il trasporto su richiesta, telefonando alla centrale operativa dedicata (071-206969). Già esauriti invece condizionatori portatili a disposizione di persone in condizioni di disagio economico. Al momento non si segnalano problemi di approvvigionamento idrico, mentre sul sito del Centro funzionale multirischi della Protezione civile regionale si possono consultare i dati del meteo e i bollettini sulle ondate di calore.
Fimmg, anziani a rischio,ecco i buoni comportamenti - La Fimmg Napoli (Federazione dei medici di medicina generale) lancia l'allarme caldo e detta le regole 'di comportamento' soprattutto per gli anziani. "L'eccezionale caldo di questi giorni - spiegano Luigi Sparano e Corrado Calamaro, rispettivamente segretario provinciale e segretario amministrativo FIMMG Napoli - è un grande pericolo per gli anziani e può essere addirittura letale soprattutto se pensiamo ai tanti anziani che vivono da soli e che hanno patologie croniche, che li rendono più fragili".
Da qui la necessità di fornire "buoni consigli" da rispettare sino a quando le temperature non rientreranno nella norma.
Per prima cosa i medici suggeriscono di evitare di uscire casa nelle ore più calde, in particolare nella fascia oraria tra le 10 e le 18.00;
proteggere la pelle con una crema solare ad alto fattore di protezione e usare un cappellino di colore chiaro per proteggere la testa;
indossare abiti che consentano alla pelle di traspirare, possibilmente di cotone o di lino;
rinfrescarsi spesso ma evitare pericolosi sbalzi di temperatura.
I medici sottolineano che è "utile" bagnare il viso e le braccia con acqua fresca e se il caldo è eccessivo poggiare un panno umido sulla testa;
evitare lavori pesanti e all'aperto nelle ore più calde;
cercare di preservare in casa un ambiente fresco proteggendo le finestre esposte al sole con tapparelle, persiane o tende e infine utilizzare l'aria condizionata "con criterio, regolando la temperatura tra i 24 e i 26 gradi".
E ancora: prestare grande attenzione all'alimentazione privilegiando frutta, verdura e cibi leggeri e bere sino a 2 litri di acqua al giorno, a meno che non ci sia una diversa indicazione del medico curante; prestare "massima attenzione" ai farmaci e conservarli in un luogo fresco e asciutto; consultare il medico di famiglia per una eventuale correzione di terapia in caso di patologie croniche e segnalare al medico qualsiasi malessere, anche lieve, evitando di assumere farmaci senza aver prima sentito il parere del medico curante.

Rassegne & Festival
450 anni della nascita di Claudio Monteverdi, il compositore cinquecentesco che nella città lombarda ebbe i natali
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di Gianfranco Nitti

CREMONA
- Un anno speciale il 2017 per Cremona, ricorrendo infatti i 450 anni della nascita di Claudio Monteverdi, il compositore cinquecentesco che nella città lombarda ebbe i natali. Per festeggiare la ricorrenza, Cremona ha organizzato numerose celebrazioni musicali e artistiche. Un flusso di proposte che vede nuove produzioni, concerti unici, mostre e la crociera musicale lungo le terre amate da Monteverdi: Cremona, Mantova, Venezia. Il tutto organizzato dal Comitato promotore, nato nel 2015 e composto dal Comune di Cremona, dalla Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, dalla Fondazione Museo del Violino, dal Dipartimento di musicologia e beni culturali dell’Università degli Studi di Pavia, dall’Istituto Superiore di Studi Musicali Claudio Monteverdi, dalla Fondazione Stauffer e dall’Archivio di Stato. Fanno parte inoltre del Comitato il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Lombardia e il Comune di Mantova. Ne è scaturito un ricco programma di eventi che abbraccia numerosi filoni, ognuno dei quali ha il proprio punto di riferimento nelle istituzioni che partecipano al Comitato. L’intera città è coinvolta: musica negli spazi pubblici, nei palazzi storici anche privati, nelle chiese barocche, giardini e cortili “nascosti”, musica per tutti e in ogni luogo.

Il Festival Monteverdi è stato inaugurato il 5 maggio con un Orfeo operistico, una importante produzione affidata ad Accademia Bizantina, diretta da Ottavio Dantone, e al regista Andrea Cigni (5 e 6 maggio); un Orfeo poetico, le cui variazioni crossover tra parola, danza e musica sono intessute tra passato e presente dal fecondo drammaturgo e attore Valter Malosti e dagli esperti Sentieri Selvaggi di Carlo Boccadoro (12 maggio); un Orfeo narrato tra immagini, suoni e racconti dall’inarrestabile storyteller Luca Scarlini (1 giugno).


Orfeo ma non solo… Numerosi gli appuntamenti con il divino Claudio: con i suoi madrigali più celebri eseguiti dal Concerto Italiano di Rinaldo Alessandrini (13 maggio), con i suoi vizi e virtù plasmati dalla vivace Cappella Mediterranea di Leonardo Alarcón (19 maggio), con i suoi scherzi e lamenti intonati dall’astro nascente Francesca Aspromonte (21 maggio), con i suoi balli e combattimenti animati dalle immaginifiche marionette della celebre Compagnia Carlo Colla & Figli e da Il canto di Orfeo di Gianluca Capuano (27 maggio).


Monteverdi Festival ha onorato Nikolaus Harnoncourt, grande rivoluzionario della prassi esecutiva della musica antica, che ha dedicato a Monteverdi, come a Bach, la propria vita, con saggi e libri appassionanti, e con incisioni indimenticabili. Un fil rouge tutto bachiano, dunque, lega alcuni appuntamenti del Festival: dai mottetti eseguiti da Vozes del Ayre Español (14 maggio), invitati a Cremona per la prima volta, agli spumeggianti concerti brandeburghesi de La Risonanza di Fabio Bonizzoni (26 maggio).


Sull’onda del successo delle precedenti edizioni, il Monteverdi Festival ha poi fatto rotta per una nuova Crociera musicale sul Po il 2 e 3 giugno consolidando il trait d’union tra le tre città monteverdiane − Cremona, Mantova e Venezia. Concerti in battello, ma anche nelle città in cui si approda, per rivivere il viaggio del divino Claudio e valorizzare la forte vocazione di turismo culturale del territorio lombardo-veneto. Una vacanza per scoprire il territorio da una prospettiva insolita: un viaggio scandito dal lento scorrere dell’acqua e ritmato dalla musica.
Il Vespro della Beata Vergine con i Monteverdi Choir English Boroque Soloists diretti da Sir John Eliot Gardiner conclude quindi il festival il 24 giugno nella cornice unica del Duomo di Cremona.
 

No Tav
6 giorni di prognosi certificati dal pronto soccorso ospedaliero per evidenti tumefazioni in tutto il corpo
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TORINO - Maya ha 19 anni ed è una compagna di Torino, attivista nella lotta per il diritto alla casa e contro il Tav. Nella notte tra giovedì 8 e venerdì 9 giugno, secondo la sua denuncia-video (fatta circolare da Infoaut.org e dal centro sociale Askatasuna di Torino), Maya è stata “sequestrata e picchiata dalla polizia di Torino.

"Una notte in strada e presso la caserma di polizia di V.Veglia/C.Tirreno a danno di Maya, 19enne torinese riconosciuta dai poliziotti come attivista ai picchetti antisfratto ed alle manifestazioni No Tav. Secondo quanto denuncia la ragazza nel video sarebbe stata fermata, tradotta in caserma e picchiata da agenti della Squadra Mobile. Con 6 giorni di prognosi certificati dal pronto soccorso ospedaliero per evidenti tumefazioni in tutto il corpo, denunciamo insieme a Maya questa inaccettabile violenza”. Le compagne di Torino, insieme a diverse realtà, si stanno muovendo per denunciare pubblicamente questo evento di abuso in divisa e violenza. Un primo momento sarà l’assemblea pubblica, indetta per mercoledì 14 giugno, alle 18 in piazza S. Giulia a Torino. Un commento da Dana, compagna No Tav. 

ECCO IL VIDEO

Cronaca
La donna è ora indagata per omicidio volontario e occultamento di cadavere
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FERRARA - Partorisce in casa, nasconde il corpo del neonato nel freezer e poi va in ospedale dicendo di essere caduta. E' successo a Migliarino (Ferrara). La donna M.R, 40 anni, è ricoverata in gravi condizioni all'ospedale. Come riportano i giornali locali, è stata aperta una inchiesta di procura e polizia.

La donna si è presentata in ospedale a Ferrara martedì con una emorragia, riferendo di essere caduta 4 giorni prima. I medici si sono accorti anche che aveva potuto avere un aborto o un parto prematuro di un neonato di sei mesi. Per due giorni, martedì e mercoledì scorsi, la polizia ha cercato il corpo del neonato nella casa dove la donna abita con il marito e altri sei figli.
Ieri la donna si è svegliata dal coma e ha riferito di aver nascosto il corpo nel freezer di casa, dove gli inquirenti lo hanno trovato. La procura ha aperto un'indagine per valutare la posizione della donna e del marito e per ricostruire la vicenda.

La donna è ora indagata per omicidio volontario e occultamento di cadavere: si tratta di atti e ipotesi di reato dovuti, che potranno avere una evoluzione nel corso delle indagini, soprattutto alla luce dell'autopsia sul corpicino del bimbo che verrà eseguita presto. Il problema tecnico è che il corpicino è stato sottoposto ad un congelamento per diversi giorni dentro il congelatore a pozzetto della casa di via Travaglio a Migliarino dove la donna abita con il marito e sei figli.

Dunque occorre attendere che le condizioni del corpicino siano le più adatte per iniziare gli accertamenti. Da quanto è stato riferito dal dirigente della squadra mobile, Andrea Crucianelli, il corpicino, ancora in posizione fetale e riposto dentro il congelatore in una busta di plastica misura 43 centimetri di lunghezza, che aumenterà nel momento in cui si potrà avere l'estensione del corpo, ed era formato e secondo le prime indicazioni era al 7/o-8/o mese e pesava 3 chili. Nel pomeriggio di oggi la donna è stata interrogata con le garanzie della difesa, assistita dagli avvocati Gianluigi Pieraccini e Monica Guerzoni e si è avvalsa della facoltà di non rispondere.

L'indagine sul caso di Migliarino ora si concentra solo sull'autopsia del corpicino, che dovrà indicare se il bimbo sia nato vivo o morto. Gli inquirenti vogliono avere risposte (dalla madre che ha opposto il suo silenzio) sul perchè non abbia chiesto aiuto a nessuno, chi abbia di fatto tagliato il cordone ombelicale (che ha un taglio netto, non strappato tipico di espulsione con aborti spontanei) e soprattutto il motivo per cui sia stato nascosto nel freezer. Freezer che - hanno detto il dirigente Crucianelli e il capo di gabinetto Pietro Scroccarello in una conferenza stampa - si trovava in uno sgabuzzino della casa piena di sacchi di spazzatura e mobili alla rinfusa ("disordine e sporcizia che si fa fatica a descrivere" hanno riferito).

Il congelatore era nascosto da mobili sul coperchio superiore, e nel corridoio di accesso vi erano altri mobili ad impedire di raggiungerlo come se qualcuno volesse tenerlo nascosto. E non a caso nonostante due giorni di ricerche della polizia, anche coi cani molecolari, nella casa, dentro e fuori, del corpicino non c'era ombra: solo quando la donna è stata svegliata ieri - sedata e intubata nel reparto di rianimazione dove si trova ancora, ma non è in pericolo di vita - ha potuto riferire di aver nascosto il bambino nel freezer assieme ad alimenti.

Da martedì mattina, gli inquirenti polizia e procura hanno attivato anche i servizi sociali del comune di Migliarino e i figli piccoli sono stati affidati alla nonna materna che abita nell'appartamento attiguo della casa bifamiliare. Gli stessi dirigenti della polizia sottolineano però che le condizioni di degrado materiale all'interno della casa non sono indicative delle condizioni e dei comportamenti della famiglia: i bambini sono sempre vestiti bene, nessuno si è mai lamentato all'esterno di nulla.

Allarme terrorismo
Pm indagano per procurato allarme. Una "folla presa dal panico e dalla psicosi da attentato terroristico" causati da "eventi in corso di accertamento"
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TORINO
- “Gli ultimi attentati terroristici ci devono far ipotizzare scenari imprevedibili figli della dinamica della folla e ora anche della possibilità del panico improvviso, della paura, del terrore di un attentato terroristico. E l’imprevedibilità degli scenari impone la cura dei dettagli da parte di tutti i soggetti pubblici e privati chiamati alla pianificazione e gestione delle misure organizzative della sicurezza e degli stessi cittadini, tifosi o spettatori, fruitori dell’area. Penso al controllo accessi, al numero delle presenze sull’area interessata in relazione alla capienza, alla vie di fuga, al presidio ininterrotto delle transenne ai varchi di acceso e deflusso”. Lo ha detto Francesco Tagliente, già Questore di Roma e Prefetto di Pisa, intervistato da L'Osservatore d'Italia.  Proseguendo l’intervista Tagliente ha aggiunto che “anche i cittadini che partecipano a eventi di massa devono fare la loro parte collaborando ai controlli agevolando l’attività degli operatori di sicurezza sapendo che le Autorità e le Forze e i Corpi di polizia lavorano per garantire la sicurezza di tutti; devono essere consapevoli che l’allarme terrorismo ha aumentato la possibilità di reazioni di massa e quindi devono cercare di mantenere il più possibile il controllo di se stessi ed evitare il panico; consultare i siti degli organizzatori e delle istituzioni per conoscere organizzazione e consigli; avere la consapevolezza che rispettare le regole significa essere parte sistema di sicurezza; evitare di portare al seguito oggetti contundenti o contenitori in vetro che potrebbero causare feriti”

Eventi
Fino a Lunedì 5 giugno presso la sala “Belvedere” di Palazzo di Città di Lombardia
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Redazione

 

MILANO
- Si tiene domani, alle ore 10.00, presso la sala “Belvedere” di Palazzo di Città di Lombardia, l’inaugurazione di una mostra di uniformi storiche dei Carabinieri Reali, visitabile fino al 5 giugno.

L’evento, che si inserisce nell’ambito delle iniziative di vicinanza al cittadino promosse, in occasione del 203° anniversario di fondazione dell’Arma dei Carabinieri, dal Comando Provinciale di Milano, prevede la presenza di oltre 30 uniformi storiche, complete di oggettistica e buffetteria. L’esposizione sarà arricchita da documenti originali dell’epoca, copricapi, elmi, nonché sciabole e moschetti.

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