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Cronaca
Una guardia regionale, ferita ad una spalla. Pare che Igor Vaclavic dorma di giorno ed esca soltanto di sera, studiando le fasi in cui la luna non illumina la sua zona di operazioni
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di Roberto Ragone

BOLOGNA
- Quasi certamente Igor Vaclavic, Igor il russo, è l’assassino del barista di Budrio Davide Fabbri, nel corso di un tentativo di rapina, ma è sospettato anche di aver ucciso circa un anno e mezzo fa una guardia giurata a colpi di fucile, omicidio rimasto irrisolto. Salvatore Chianese, 42 anni, fu ucciso circa un anno e mezzo fa alla Cava Manzona, sempre nella zona di operazioni di Igor Vaclavic, con un colpo di fucile da caccia a pallettoni, lo stesso tipo di arma usata nella rapina di Budrio, insieme alla pistola cal. 9x21 sottratta ad una guardia giurata, minacciata con la doppietta e costretto a stendersi a terra. 

 

Le indagini per l’omicidio del Chianese, nonostante si fossero allargate in tutte le direzioni possibili, compresi i bracconieri della zona, non avevano portato ad alcun risultato. Ora pare che la soluzione sia stata trovata. Igor Vaclavic, 40 anni, detto Igor il russo, nativo di Tahkent, in Uzbekistan, è in Italia sicuramente dal 2007, anno in cui effettua le prime rapine armato di arco e frecce, spaventando i contadini della zona. Tranne in un caso in cui due anziani fratelli di 72 e 73 anni sparano accidentalmente un colpo di doppietta, e lui fugge in bicicletta. Lo chiamano ‘il ladro ninja’, perché opera con una bandana nera attorno alla fronte, la faretra sulle spalle e un coltello alla caviglia.

 

I Carabinieri lo scovano in un casolare abbandonato e lo arrestano. Nello zaino salami, prosciutti e insaccati vari. Vaclavic finisce in carcere, ma esce troppo presto, nel 2010, e ricomincia a rapinare, stavolta con un’ascia. Pare che dorma di giorno ed esca soltanto di sera, studiando le fasi in cui la luna non illumina la sua zona di operazioni. I suoi nascondigli sono i casolari abbandonati che abbondano da quelle parti, e che ormai conosce come le sue tasche. Ha abbandonato la fascia nera e indossa un casco integrale. Così mascherato rapina anche il sindaco di Argenta. I Carabinieri lo scovano per la seconda volta e finisce di nuovo in carcere. Nel 2015 è fuori, e mette insieme una banda di delinquenti, due slovacchi, Ivan Pajdek e Patrik Ruszo, e un rumeno, Constantin Fiti, conosciuti nel carcere di Ferrara. Inizia un periodo di vero terrore per il ferrarese. Il 26 di luglio dello stesso anno aggrediscono in casa il 45enne Alessnadro Colombani, e lo massacrano di botte per 70 euro e la tessera bancomat, da cui prelevano 250 euro. Dopo qualche giorno un’altra rapina, questa volta ai danni di un’anziana donna, Emma santi, 93 anni, lasciata legata e imbavagliata. Picchiata nel sonno, la donna si salva dopo due giorni solo perché suo figlio, allarmato, la va a trovare. Alcuni giorni dopo assaltano una casa in campagna, dove una coppia viene sequestrata per ore. Il 9 settembre sequestrano un anziano pensionato, ex elettricista, tale Tartari, di 73 anni, che vive solo. Nella notte fra il 9 e il 10 settembre vengono effettuati due prelievi bancomat, e, come dimostrano poi le riprese delle videocamere di sorveglianza, non da Tartari, ma da alcuni elementi ripresi poi a fare spese all’Ipercoop di Ferrara. Così, identificato, Constantin Fiti viene subito fermato dalla Mobile di Ferrara. Ruszo, fermato sul treno Bologna-Venezia, confessa tutto, e dopo 18 giorni dall’omicidio guida gli agenti in un casolare abbandonato, dove trovano il cadavere di Tartari, legato con fascette elettriche, con la bocca tappata da nastro adesivo e incaprettato. “Vittima di una violenza bestiale” lo definì il pm Di Benedetto. Per quell’omicidio, Pajdek è stato condannato a 30 anni, e Ruszo all’ergastolo. Nonostante Fiti avesse tirato in ballo anche Vaclavic, il giudice non ha ritenuto che quella testimonianza meritasse una condanna, A Vaclavic viene consegnato un decreto di espulsione.

 

Arriviamo all’assalto al bar tabacchi di Budrio. Vaclavic – pare ormai certo che si tratti di lui – irrompe nel locale, minaccia i presenti e spara un colpo di cal. 12 a terra, per intimidirli. Ma ha fatto i conti senza Davide Fabbri, 45 anni, che pare che nei giorni precedenti avesse sventato già una rapina. Fabbri gli si getta addosso, e ne nasce una colluttazione, durante la quale Vaclavic estrae un’automatica cal. 9x21 e spara un solo colpo al petto di Fabbri, uccidendolo. Fugge, non si sa come, presumibilmente in bicicletta, come in passato. Immediatamente partono le ricerche di polizia e Carabinieri per individuarne il covo, ma senza esito. Ancora un morto e un ferito nella sua fuga, un guardapesca volontario e una guardia regionale, ferita ad una spalla. I due erano in servizio di routine, quando sono passati accanto al nascondiglio di Vaclavic. Il russo ha sparato senza esitazioni, prima che potessero reagire.

 

Poche ore fa, viene intercettato da una pattuglia di carabinieri ad un posto di blocco, a bordo di un Fiorino bianco rubato. Lasciato il Fiorino, s’è diretto verso il suo terreno preferito, la boscaglia che si stende fra Ferrara e Bologna, dove ha fatto perdere la proprie tracce.  È in atto una gigantesca caccia all’uomo, in cui sono impegnati reparti di ogni appartenenza delle forze dell’ordine. Sono sati anche fatti intervenire carabinieri dei reparti speciali, si presume quelli adoperati in Calabria e Sardegna per i sequestri di persona, avvezzi e addestrati a seguire tracce e scovare latitanti nelle zone più impervie e boscose. Un altro vulnus inferto alla popolazione da una giustizia inadeguata, che non si è resa subito conto della pericolosità dell’individuo. Un altro decreto di espulsione consegnato ad un assassino a sangue freddo, addestrato a sopravvivere in ambienti ostili.

Un’altra gaffe della nostra giustizia che piuttosto perseguita chi ha dovuto difendersi da rapinatori notturni, e non è capace, pur avendola avuta di fronte per ben due volte, e avendola mandata in galera, di mettere una simile persona in grado di non nuocere. Non so quanto i morti che Vaclavic s’è lasciato dietro siano attribuibili a lui, e quanto a chi ha sottovalutato la sua pericolosità, pur evidente.

Maltrattamenti in famiglia
Padre, fratello e madre sarebbero arrivati anche a frustarla
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MILANO - Il Tribunale dei Minori di Milano ha deciso di togliere temporaneamente alla famiglia una ragazza marocchina di 14 anni e di affidarla ad una comunità per i maltrattamenti che a suo dire subiva dai famigliari. Padre, fratello e madre sarebbero arrivati anche a frustarla perché - ha denunciato lei - vestiva e si comportava troppo da "occidentale".

Una denuncia "attendibile", accompagnata da un referto medico per contusioni multiple con prognosi di 31 giorni: per questo il Tribunale dei Minori di Milano ha ratificato il provvedimento con cui un Comune dell'Oltrepo Pavese ha tolto temporaneamente La ragazza alla sua famiglia. La ragazza ha riferito che da due anni veniva picchiata con violenza dai genitori e dal fratello più grande e colpita anche con un cavo del pc per il suo stile di vita occidentale simile quello delle amiche.

"E' una storia purtroppo ordinaria, come ne vediamo tante, in cui c'entra il fattore culturale e il conflitto tra una ragazzina nata in Italia e che vuole vivere come le sue amiche e una famiglia 'tradizionalista' che impone la sua educazione con una violenza fisica e soprattutto morale". Così il procuratore del Tribunale per i Minori di Milano, Ciro Cascone, ha spiegato il caso all'ANSA. "Il fattore religioso - ha aggiunto - è solo un aspetto di quello culturale".

I famigliari si difendono sostenendo che intervenivano sulla figlia con severità solo per il suo comportamento a loro avviso molto riprovevole: non voleva più andare a scuola, rientrava tardi, si vestiva in modo eccessivo. Di certo però la ragazza è finita in ospedale per contusioni multiple, e per questo ha presentato denuncia. I giudici, in attesa dell'accertamento dei fatti, hanno deciso di affidarla provvisoriamente a una comunità.

Politica e Amministrazione
Sono stati accertati anche due casi di presunta concussione
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MILANO - Due dirigenti del comune di Milano e un funzionario sono stati arrestati stamani dal nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano nell'ambito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Giulia Perrotti e del pm Luca Poniz su alcuni casi di presunta corruzione per pilotare "l'aggiudicazione di alcune gare di appalto" bandite dall'amministrazione comunale "a favore del Consorzio Milanese Scarl e delle imprese sue associate". Sono stati accertati anche due casi di presunta concussione.

Cronaca
Aveva abusato della minore in più occasioni, minacciandola che se avesse detto qualcosa a qualcuno le avrebbe fatto del male
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BOLOGNA - Eseguita dai Carabinieri un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un italiano, indagato di atti sessuali con minorenne. I Carabinieri della Stazione di Bologna Bertalia hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari emessa dal G.I.P. del Tribunale di Bologna nei confronti di un 42enne italiano, indagato di atti sessuali con minorenne. Il provvedimento restrittivo è stato emesso all’esito di un’articolata e complessa attività d’indagine svolta dai Carabinieri della Stazione di Bologna Bertalia, coordinata dal dott. Augusto Borghini Sost. Procuratore della Repubblica di Bologna. Le indagini svolte, con particolare riferimento all’audizione protetta della 14enne offesa dal reato, confidatasi con persona qualificata di una struttura sanitaria felsinea, hanno consentito di accertare che il compagno della madre aveva abusato di lei in più occasioni, minacciandola che se avesse detto qualcosa a qualcuno le avrebbe fatto del male. I fatti sarebbero iniziati nel 2012, quando la bambina aveva ancora 10 anni e sarebbero durati, con cadenza settimanale, fino al 2016. Gli atti sessuali avvenivano, soprattutto, quando la donna si allontanava da casa per fare delle commissioni, lasciando la figlia in compagnia dell’uomo. In alcune circostanze, pare che il 42enne, in preda a un impulso sessuale irrefrenabile e sempre più forte, abbia abusato della bambina in presenza della mamma che, pur essendo in casa, non si era accorta di nulla perché era in bagno a farsi una doccia. In un'altra occasione, invece, il soggetto avrebbe approfittato della minore a bordo di un’auto ferma in un parcheggio, in occasione di una vacanza estiva presso la sua regione di origine. L’indagato, già condannato, con pena sospesa, a otto mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia, è stato definito: “…soggetto dotato di una personalità versata alla sopraffazione nelle relazioni domestiche”. 

Il caso
Il sacerdote, è stato rimesso in libertà con l’obbligo di firma. In aula, don Silvano ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere
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di Andrea Barbi


FERRARA -  Molti hanno pensato in un primo momento a un pesce d’aprile: invece è vero. Don Sylvain Kapela Mukunda, 43 anni, sacerdote di nazionalità congolese, da 10 anni viceparroco a Villa Fulvia nella chiesa dedicata al Beato Tavelli, è stato arrestato venerdì notte dopo aver ferito un poliziotto (lesioni personali aggravate) che ha urtato con la sua auto nel tentativo di sfuggire agli agenti. Ma deve rispondere anche di resistenza, di aver causato il danneggiamento di un’auto di servizio della polizia e di aver guidato in stato di ebbrezza, reato che gli è costato anche il ritiro della patente e il sequestro dell’auto ai fini della confisca.
È il conto giudiziario che gli è stato presentato al termine dell’inseguimento avvenuto in piena notte per le strade della città nel corso del quale la condotta di guida del parroco, al volante di una Volkswagen Lupo, ha attratto l’attenzione di un automobilista di passaggio che ha segnalato la cosa alle forze dell’ordine e si è messo alle calcagna del veicolo guidato all’impazzata. La “Lupo” non rispettava stop e semafori, procedeva a zig zag e avrebbe anche danneggiato alcune auto parcheggiate. Poco dopo le 2 le volanti della polizia hanno sbarrato la via alla “Lupo” nei pressi del passaggio a livello di via Fabbri. Il religioso si è dapprima fermato, poi ci ha ripensato e ha innestato la marcia tentando di fuggire: un poliziotto è rimasto ferito (prognosi di 10 giorni per una contusione al ginocchio sinistro) e una volante è stata ammaccata. A quel punto un agente ha aperto con decisione la portiera e ha bloccato il conducente. Nessuno si aspettava però che le generalità della persona al volante, spericolata e incosciente, fossero quelle di un sacerdote. Don Sylvain non ha fornito alcuna spiegazione agli inquirenti e nemmeno al giudice, davanti al quale è stato chiamato ieri mattina. Al controllo con l’etilometro il tasso alcolico nel sangue è risultato di 2,55/litro, oltre cinque volte il limite ammesso dalla legge. 
Sabato pomeriggio, il giudice Carlo Negri ha convalidato l’arresto. Il sacerdote, è stato rimesso in libertà con l’obbligo di firma. In aula, don Silvano ha preferito avvalersi della facoltà di non rispondere. Il suo difensore, l’avvocato Barbara Grandi, ha chiesto i termini a difesa per raccogliere tutti gli elementi necessari in vista del giudizio. L’udienza si è conclusa con la riserva del giudice. Bisognerà quindi attendere qualche giorno per gli sviluppi di una storia che ha lasciato a bocca aperta l’intera città.
Poche righe da parte della curia per circoscrivere il fattaccio e il suo protagonista e per manifestare solidarietà all’agente rimasto ferito nel tentativo del sacerdote di sfuggire al posto di blocco allestito in via Fabbri. «Nell’apprendere l’episodio occorso la scorsa notte – si legge nel comunicato apparso sul portale del periodico cattolico La Voce –, le cui ragioni allo stato attuale risultano non chiare, l’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio esprime la propria sorpresa per l’accaduto». Fatte le premesse, la diocesi spende qualche parola su don Silvano che, a detta a di molti, non avrebbe di certo l’atteggiamento e i modi del tipo capace di simili colpi di testa. «Il sacerdote coinvolto – prosegue la breve nota – è conosciuto come persona attenta e ben voluta dalla comunità a cui appartiene, che è rimasta incredula da quanto appreso». Poi la conclusione, con un pensiero a chi ha fatto le spese della ‘sbandata’ di don Silvano. «L’amministratore apostolico monsignor Luigi Negri, i sacerdoti e i fedeli si stringono intorno poliziotto coinvolto nella vicenda e alla sua famiglia con preghiere di pronta guarigione». Nulla di più. Ora, per i vertici dell’Arcidiocesi, è tempo di capire quali siano le ragioni profonde all’origine del gesto del cappellano di Villa Fulvia. Al momento la diocesi non ha preso alcun provvedimento nei suoi confronti. Troppo presto. Per oggi, in ogni caso, non celebrerà messa. Prima, sembra essere il sottinteso della curia, bisogna fare chiarezza.
Cronaca
Mary Petrillo: "Molto importante comprendere le dinamiche relazionali che si manifestano all’interno della famiglia"
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di Angelo Barraco
 
Pisa – Nella tarda mattinata del 2 aprile, gli abitanti del Volterrano (Pisa) si sono svegliati di soprassalto a seguito di una macabra scoperta a  Montecatini Val di Cecina. Un 43enne è stato rinvenuto senza vita all’interno della sua autovettura. Dalla prima ricostruzione dei fatti emerge inoltre che l’uomo non era da solo, ma avrebbe tentato di porre fine anche alla vita del figlio di 9 anni che però è riuscito a salvarsi aprendo la portiera e allontanandosi  e suonando i campanelli delle abitazioni vicine per chiedere aiuto. Il 43enne, secondo quanto si apprende, avrebbe azionato una bombola a gas che si trovava all’intero dell’autovettura. Il piccolo vive con la madre, in provincia di Napoli, e il padre era andato a prenderlo con la promessa di riportarlo a casa quella stessa sera, ma i due tardavano ad arrivare e così la donna, spinta dalle preoccupazioni , si era recata presso le autorità competenti per denunciare la sottrazione di minore. Gli inquirenti avrebbero rinvenuto all’interno dell’autovettura alcuni biglietti dove l’uomo spiegò le ragioni del gesto.  Il bambino si è salvato miracolosamente ma in molti altri casi purtroppo non c’è stata salvezza per giovani vite innocenti spezzate da mani che avrebbero dovuto proteggerli.
 
Cosa c’è dietro a tutto ciò? Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Mary Petrillo, Psicologa e criminologa, Docente materie  di criminologia, Coordinatrice del team di esperti forensi Crime Analysts Team (CAT): “La morte violenta di un bambino genera sempre profondo sgomento e dolore nella collettività, specie quando il gesto è compiuto da uno dei genitori  che invece, per natura, dovrebbero difendere e proteggere i propri figli. Questo genere di omicidio, anzi di figlicidio,  fa molto  riflettere e genera sgomento. I crimini che avvengono in famiglia sono fenomeni sempre al centro di molte riflessioni e di studio, in quanto un crimine efferato messo in atto all'interno della famiglia è, per la società, ancor più aberrante se a commetterlo è un genitore, in quanto questa è una figura che  non viene e non dovrebbe essere associata a comportamenti cruenti, anche se la storia della criminologia, ci ha abituati, in verità, ad altro. Il figlicidio è considerato un crimine atroce ed assurdo, è proprio per questo motivo spesso viene imputato alla follia o legato a particolari  stati emotivi in cui viene a trovarsi un genitore in alcuni momenti della sua vita dovuti ad esempio a stati depressivi, a difficoltà economiche o altre forme di disagio. Quindi è molto importante comprendere le dinamiche relazionali che si manifestano all’interno della famiglia, le motivazioni che hanno condotto a questi gesti di violenza da parte di un genitore. La famiglia dovrebbe, quindi, godere di sostegno al disagio di ogni genere, altrimenti non è più vista, alla luce di questi fatti, come un luogo di serenità e sana normalità, ma come luogo dove le peggiori intenzioni possono covare  odio, rabbia o un eccesso di "protezione" che può sfociare in vera e propria tragedia”. 
Il blitz
Terminata operazione dei Carabinieri del comando provinciale di Milano VIDEO ALL'INTERNO
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MILANO - I Carabinieri del Comando Provinciale di Milano hanno portato a termine una vasta operazione con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. del Tribunale del capoluogo lombardo, nei confronti di 7 persone (5 cittadini italiani e 2 marocchini), tra i 23 e i 60 anni d’età, ritenuti responsabili a vario titolo di furto aggravato, ricettazione e riciclaggio in concorso.

Il blitz, che ha interessato le province di Milano, Ancona, Como, Monza, Pavia, Perugia e Varese, giunge a coronamento di una complessa attività condotta dai Carabinieri della Compagnia di Corsico, che ha permesso di disarticolare un sodalizio criminale dedito alla commissione di furti di autovetture nella città di Milano e alla ricettazione e al riciclaggio dei veicoli interi o di parti di essi.

Il caso
È caccia all'aggressore, con la polizia che sta conducendo le indagini ricostruendo le testimonianze degli amici del giovane
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BRESCIA - È morto nel reparto di terapia intensiva della clinica Poliambulanza di Brescia Yaisy Bonilla, il 21/enne di origine colombiana, accoltellato all'alba fuori da una discoteca in città a Brescia. Le sue condizioni erano apparse subito disperate e i medici lo avevamo sottoposto ad un delicato intervento chirurgico all'addome.

È caccia all'aggressore, con la polizia che sta conducendo le indagini ricostruendo le testimonianze degli amici del giovane. Il colombiano e il suo aggressore avrebbero trascorso la nottata in un discoteca vicina a via Corsica, luogo dell'aggressione. Al momento dell'aggressione il giovane era in compagnia della fidanzata ora sotto choc e ascoltata a lungo dalla polizia che sta indagando sul tentato omicidio. Non è chiaro al momento se la lite sia nata con un connazionale, ma pare che la tensione tra aggressore e vittima sia cominciata all'interno del locale, la discoteca 'Disco Volante' a Brescia.

Cronaca
La segnalazione è stata fatta dai militari, dopo aver approfondito l'esposto ricevuto ieri dalla scuola media frequentata dalla ragazzina
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BOLOGNA - I servizi sociali d'intesa con la Procura per i minorenni di Bologna sono intervenuti con l'atto urgente di messa in protezione per la ragazzina di 14 anni rasata a zero dalla madre, perché rifiutava il velo. La minore, originaria del Bangladesh, è cioè stata collocata al di fuori dalla famiglia d'origine, così come le sorelle. La denuncia ai Carabinieri era stata fatta dalla scuola frequentata dalla ragazzina.

I genitori della ragazzina di 14 anni rasata a zero perché non voleva portare il velo sono stati denunciati dai Carabinieri per maltrattamenti in famiglia. La segnalazione è stata fatta dai militari, dopo aver approfondito l'esposto ricevuto ieri dalla scuola media frequentata dalla ragazzina. Nel frattempo la 14enne, che non avrebbe subito violenze fisiche, è stata allontanata dalla famiglia, così come le sorelle, e affidata ad una comunità protetta. Nei prossimi giorni le indagini andranno avanti e proseguiranno anche gli accertamenti dei servizi sociali. Sono al lavoro sia la Procura per i Minorenni diretta Silvia Marzocchi che quella ordinaria.

Comunità islamica, 'non si tratta di un gesto religioso' - Non c'è nulla di religioso nel gesto della madre che ha rasato a zero la figlia 14enne per essersi opposta al velo. Lo spiega Yassine Lafram, coordinatore della comunità islamica di Bologna, commentando la notizia: "Per la tradizione islamica - dice all'ANSA - qualsiasi forma di imposizione rende l'atto stesso invalido". Tutte le prescrizioni dell'Islam, dal digiuno del Ramadan all'andare in pellegrinaggio alla Mecca, "rientrano in una libera scelta della persona: nessuno può imporle, religiosamente parlando. Qui siamo al di fuori del religioso: è un fatto che va inquadrato in un codice culturale particolare ed errato". Secondo Lafram è necessario "aiutare i familiari, anche la madre stessa, e capire che cosa l'ha spinta a compiere questo gesto. E' troppo facile condannare e consegnarla al macello mediatico". Quello che il coordinatore della comunità sottolinea è che l'Islam prescrive "è di preservare la dignità delle persone, non certo di umiliarle". Come musulmano, prosegue, "ho il dovere di educare i miei figli ad un buon comportamento, ho il dovere di orientarli, ma non ho il dovere di obbligarli. Quando raggiungono la pubertà possono decidere" di non seguire più le tradizioni della famiglia.

Merola, caso di autoritarismo familiare - "La preside ha fatto bene a fare denuncia in Procura. Questo è un tema di maternità e paternità responsabile, ma se si vuole essere italiani bisogna adattarsi alle nostre leggi e alla nostra Costituzione, non è possibile avere atteggiamenti diversi. Mi sembra una questione familiare, c'è una responsabilità genitoriale. E' un caso simbolico e concreto". Lo ha detto il sindaco di Bologna Virginio Merola, commentando il caso della ragazzina 14enne rasata a zero perché non voleva indossare il velo. La famiglia è originaria del Bangladesh. "Dobbiamo spiegare a questi genitori che vengono in Italia - ha proseguito Merola - che devono educare i loro figli non solo in base alle loro convenzioni più o meno religiose, anche se questo caso mi sembra proprio di un tipo di autoritarismo che noi negli anni '70 chiamavamo 'autoritarismo familiare'".

Il presidente del tribunale per i Minorenni di Bologna - "Prima di tutto dobbiamo impegnarci a proteggere il minore", sottolinea Giuseppe Spadaro, che si occuperà del caso. "Stiamo attenti - aggiunge però Spadaro - ad evitare qualsiasi strumentalizzazione. Anche tra i genitori italiani c'è chi maltratta i figli".

La vicenda - Si è opposta all'imposizione del velo da parte della famiglia e, come punizione, è stata rasata a zero. E' successo, in una scuola di Bologna, a una ragazza di 14 anni, originaria del Bangladesh, ma da anni in Italia dove frequenta, con ottimo profitto, una scuola media. Gli insegnanti della ragazzina hanno raccolto il suo sfogo, soprattutto dopo quel taglio di capelli. La preside dell'istituto ha informato i carabinieri che approfondiranno la questione della quale si occuperanno anche la procura dei minori e i servizi sociali. La ragazzina ha raccontato di non voler accettare l'imposizione del velo. Pur portandolo fra le mura di casa aveva cominciato, una vota uscita per andare a scuola, a toglierselo. Di questo comportamento è stata informata la madre che ha deciso di punirla rasandola a zero. Così la ragazza ha deciso di sfogarsi con i suoi insegnanti.

Cronaca
Trovati i corpi dei bimbi in casa. Salva la terza figlia, di 13 anni, che al momento della tragedia era in gita scolastica
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TRENTO - Orrore a Trento, dove un padre ha ucciso due suoi figli a martellate prima di togliersi la vita. Due bambini sono stati uccisi a martellate in un appartamento a Trento, nel nuovo quartiere delle Albere. Ad ucciderli è stato il padre, che poi si è gettato da una scarpata.
L'uomo, Gabriele Sorrentino, lavorava a Trento come operatore finanziario. La moglie, Sara Failla, è veterinaria. In passato Sorrentino è stato carabiniere in servizio a Riva del Garda e, prima del congedo, ha seguito un corso per elicotterista a Bolzano. I due hanno anche una terza figlia, di 13 anni, che al momento della tragedia era in gita scolastica. I due piccoli potrebbero essere stati uccisi con un corpo contundente, forse un martello.

Il corpo senza vita dell'uomo - rinvenuto dopo aver analizzato i tabulati telefonici - è stato trovato ai piedi di uno strapiombo roccioso a Sardagna, località che domina il capoluogo trentino raggiungibile con una funivia. La sua auto era stata ritrovata in precedenza nel parcheggio dell'hotel Panorama, situato nei pressi della stazione di arrivo della funivia.

"Il padre dei due bimbi mi aveva detto pochi giorni fa che stava per firmare il rogito per l'acquisto della casa". Lo dice un vicino della casa del dramma di Trento. "Apparentemente - prosegue - se uno decide di acquistare casa dovrebbe essere una persona equilibrata e normale". "Non avrei mai pensato che Gabriele avrebbe potuto fare una cosa del genere, sembravano la famiglia del Mulino Bianco", dice il vicino di casa. "Qualche volta ci si incontrava sulla strada e Gabriele sembrava una bellissima persona, una persona che adorava i suoi bambini".

Il giallo di Genova
Potrebbe essere la cinese Xing Lei Li, 36 anni, della quale si sono perse le tracce durante una crociera
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RIMINI - È di una donna di origine orientale il cadavere rinvenuto in una valigia, ripescata in mare, al porto di Rimini. A fare la scoperta due amici che stavano lavorando alla rimessa in acqua di una barca. Il cadavere - in stato di decomposizione perché, secondo i primi accertamenti, la morte sarebbe avvenuta almeno 10 giorni fa, era ripiegato in un trolley blu.

Quando i due amici hanno aperto la valigia è scattato l'allarme: sul posto sono arrivati gli agenti della Squadra Mobile della Polizia, la Scientifica e il magistrato di turno Davide Ercolani che coordina le indagini.

Secondo quanto emerso si tratterebbe del corpo di una donna sui 40 anni estremamente magra, dai tratti somatici orientali, rannicchiata nella valigia senza vestiti addosso. Sul corpo - come riporta la stampa locale - non vi sarebbero segni di ferire e l'autopsia è prevista domani. La morte potrebbe essere avvenuta ovunque perché la valigia potrebbe essere stata trascinata dalla corrente da tanto tempo.

Secondo quanto riporta - sostenendo che l'ipotesi è al vaglio degli inquirenti - il quotidiano genovese Il Secolo XIX, il corpo potrebbe essere della donna di origini cinesi Xing Lei Li, 36 anni. Della 36enne si sono perse le tracce durante una crociera che ha varie città del Mediterraneo, tra cui Genova.

La morte della donna - che sarebbe avvenuta almeno 10 giorni fa, domani è in programma l'autopsia - potrebbe essere avvenuta ovunque: la valigia, infatti, potrebbe essere stata trascinata dalla corrente da tanto tempo.

Secondo il giornale ligure "il sospetto della Polizia è che il marito, Daniel Belling, irlandese di 45 anni, tecnico informatico della Apple, l'abbia strangolata e poi gettata in mare proprio all'interno di una valigia". L'uomo, viene spiegato è stato arrestato per omicidio, lo scorso 20 febbraio, respingendo ogni accusa dicendo che la moglie si era allontanata volontariamente dalla nave.

"Siamo in stretto contatto con i colleghi della Procura di Roma - ha confermato al Secolo XIX Paolo Giovagnoli, procuratore capo di Rimini - per verificare questa ipotesi. Sapremo qualcosa di più solo nelle prossime ore". Il cadavere rinvenuto a Rimini in un trolley nelle acque del porto, è di una donna di origine orientale sui 40 anni estremamente magra ed è stato scoperto da due amici che stavano lavorando alla rimessa in acqua di una barca. Il cadavere - in stato di decomposizione - era rannicchiato nella valigia senza vestiti addosso

Liguria
Nove i feriti. La tragedia nel savonese. Gli operai lavoravano sull'autostrada in un cantiere tra Albisola e Celle Ligure
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SAVONA - Due operai che lavoravano in un cantiere sulla A10, tra Albisola e Celle Ligure, sono morti dopo essere stati travolti da un tir. Altre nove persone sono rimaste ferite. Il conducente, un romeno di 44 anni, è stato arrestato.

Il tir spagnolo, con due autisti romeni a bordo, ha sbandato ed ha travolto il cantiere dove lavoravano operai di due ditte, una impegnata nei lavori e una nella segnalazione del cantiere. Sette i lavoratori coinvolti: due sono morti sul posto, un terzo ha subito l'amputazione di una gamba ed è ricoverato all'ospedale San Martino di Genova, altri quattro hanno riportato lesioni non gravi e sono stati medicati all'ospedale San Paolo di Savona. Feriti lievemente anche gli autisti del tir. Chi stava guidando è stato sottoposto ai test psicofisici. L'autoarticolato ha spinto fuori strada anche un'auto con a bordo due persone di Borghetto Santo Spirito (Savona) rimaste lievemente ferite.

L'incidente è avvenuto in un tratto a tre corsie: l'autostrada è ancora chiusa con uscita obbligatoria a Savona per chi è diretto a Genova. Chiusi anche il casello di Albisola in entrata per Genova e la rampa di immissione della A6 verso Genova.

L'arresto del conducente è avvenuto in applicazione della normativa sull'omicidio stradale colposo. Sono stati sequestrati, per le verifiche tecniche, cinque veicoli: il tir, l'auto in transito al momento dell'incidente e tre furgoni della ditta di manutenzione stradale parcheggiati all'interno del cantiere.

"Vicino alle famiglie delle vittime dello spaventoso incidente sull'A10. Bisogna lavorare insieme per dare alla Liguria autostrade più sicure", scrive su Twitter Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, commentando l'incidente mortale

L'evento
Lunedì 27, alle 18, a palazzo Geremia un aperitalk con i rappresentanti delle città che collaborano al progetto europeo “Spazio alpino Los Dama!”
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TRENTO - Lunedì 27 marzo, alle ore 18, la sala Falconetto di palazzo Geremia ospiterà un “aperitalk” dedicato al verde che circonda le città europee. L'incontro è occasione di confronto sui temi della gestione e della valorizzazione del verde periurbano con i tecnici funzionari delle città di Monaco, Grenoble, Salisburgo, Lubiana, Vienna e della Regione Piemonte, riuniti a Trento per lavorare al progetto europeo Spazio Alpino Los_Dama!/ Landscape and Open Space Development in Alpine Metropolitan Areas/ Sviluppo del paesaggio e degli spazi aperti nelle aree metropolitane alpine. Dopo il saluto iniziale di Claudia Patton, dirigente del Servizio gestione strade e parchi, a parlare di “Caratteri, criticità, buone pratiche del verde periurbano nelle città alpine” saranno Matthias Lampert, città metropolitana di Monaco, Guillaume Tournaire, città metropolitana alpina di Grenoble, Manuela Brückler, Istituto pianificazione regionale ed edilizia abitativa di Salisburgo, Sergeja Praper Gulič, Urban Planning Institute of the Republic of Slovenia, Christina Stockinger, città di Vienna, Maria Quarta, Regione Piemonte.
I rappresentanti dei diversi territori si confronteranno con Italo Gilmozzi, assessore ai Lavori pubblici e bilancio, Comune di Trento, Giuliano Stelzer, Progetto revisione del Prg, Comune di Trento, Sara Favargiotti, Dicam, Università degli Studi di Trento, Maurizio Camin, Cooperativa Arianna, Melissa Scommegna, Fondazione Edmund Mach, Giorgio Tecilla, Osservatorio del paesaggio, Pat. Moderano la discussione Alessandro Gretter, Fondazione Edmund Mach e Giovanna Ulrici, Comune di Trento.
Il dibattito prevede domande e interventi anche da parte del pubblico. Eventuali contributi scritti verranno raccolti nel corso della serata. L'incontro proseguirà nella corte interna, intorno alla mappa della città di Trento, con un piccolo rinfresco.
E' gradita la prenotazione sul sito del Comune al link http://www.comune.trento.it/Aree-tematiche/Ambiente-e-territorio/Documentazione-e-contatti/Avvisi/Modulo-di-partecipazione-al-dibattito-pubblico-Il-verde-periurbano

LOS_DAMA!
Los_Dama! aspira a liberare il potenziale delle infrastrutture verdi nelle aree di fondovalle per uno sviluppo sostenibile e una loro rinnovata gestione. Il progetto nasce in particolare dalla consapevolezza degli effetti di pressione d'uso del suolo di margine urbano a svantaggio del suo patrimonio naturale e culturale, non sempre valorizzato adeguatamente come altri spazi alpini. I luoghi aperti periurbani dei paesaggi di cintura urbana sono disponibili a nuove formule di utilizzo e condivisione ma richiedono soluzioni multifunzionali e una complessa collaborazione intersettoriale all'interno delle amministrazioni.
Los_Dama! guarda alla concretizzazione degli obiettivi della Convenzione Europea del Paesaggio e contribuisce all'attuazione delle strategie macroregionali di sviluppo dell'Asse 7/ connettività ecologica di Eusalp. Il progetto prevede di utilizzare la cooperazione transnazionale tra Amministrazioni e importanti istituti europei universitari e di ricerca.
Trento partecipa al progetto tramite l'Ufficio parchi e giardini, attingendo alla collaborazione già formalizzata con Provincia Autonoma di Trento, Università degli Studi di Trento e Fondazione E. Mach, quali osservatori il cui ruolo istituzionale e culturale viene messo a disposizione nei tre anni dl progetto.
 

L'iniziativa
Al fianco di AsPI Legnano è scesa la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate: "Ci ha mosso la duplice finalità dell’iniziativa: quella sportiva, ma soprattutto quella sociale"
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MILANO - Una corsa che non è solamente appuntamento sportivo, ma testimonianza. Si corre domenica 26 dicembre a Legnano (MI) la Run for Parkinson, manifestazione organizzata da AsPI (Associazione Parkinson Insubria) Legnano con il patrocinio del Comune e il sostegno, tra gli altri, della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. Iniziativa locale dell’omonima corsa che si svolge a livello mondiale, la Run for Parkinson di Legnano vuole accendere i riflettori su una malattia che in Italia colpisce oltre 250.000 persone. «Parlare di Parkinson è importante perché una malattia di cui si parla poco», premette la presidente di AsPI Legnano Rosanna Carnovali. «Si pensa che per avere il Parkinson bisogna tremare, ma questo non è l’unico segnale. Parliamo di una malattia neurodegenerativa che pur avendo il suo picco tra i 50 ed 60 anni, colpisce persone anche più giovani. Non p possibile guarirne, ma è possibile rallentare il suo decorso facendo degli esercizi mirati e tenendosi in attività. Con la nostra associazione, oggi punto di riferimento per una settantina di malati, promuoviamo fisioterapie e iniziative specifiche, sia per i malati sia per i loro familiari. Questa corsa è l’occasione per sostenere la nostra attività e contribuire anche alla ricerca su questa malattia».

Al fianco di AsPI Legnano è scesa la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. «Ci ha mosso la duplice finalità dell’iniziativa: quella sportiva, ma soprattutto quella sociale che vede i volontari dell’associazione essere vicini ai malati e alle loro famiglie», osserva il presidente della Bcc Roberto Scazzosi. «È questo il ruolo di una banca locale che si propone di essere vicina al territorio in ogni sua forma e che ha fatto della mutualità il proprio principio guida».

La Run for Parkinson prevede due percorsi: il primo, strutturato su un anello da 3,2 km da percorrere tre volte, è dedicato ai runners con partenza alle 9; il secondo di circa 900 metri con partenza alle 10.30 viene proposto per i malati di Parkinson quale testimonianza concreta del fatto che il movimento è indispensabile per allentare il procedere della malattia. Partenza e ritrovo sono in via Girardi 19 a Legnano, dove ha sede AsPI Legnano. Le quote di partecipazione sono 10 euro per il percorso più lungo e 5 euro per la camminata. È possibile iscriversi fino a 10 minuti prima della partenza. È previsto il pacco gara per i primi 500 iscritti.

Cronaca
Avvocato Rometta: "Siamo in fase di indagine"
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di Angelo Barraco
 
PRATO “Chi sa parli e che ci dia il modo anche a noi di vivere come forse lui sta facendo. Oramai siamo senza speranze,  se forse all' inizio si fossero degnati di cercarlo adesso non saremmo qui” è questo il messaggio che lancia Fiorella al marito Sergio Russo, scomparso misteriosamente sabato 11 aprile del 2015 dalla propria casa. Un appello rivolto “a chi forse lo ha aiutato in questa cosa senza pensare che a casa ci sono due figli che aspettano sempre notizie del padre. Se magari lui sta bene, che faccia stare bene anche i nostri  figli dandogli la possibilità di stare sereni “. La famiglia vive da anni in un limbo di dubbi e incertezze all’interno del quale le risposte in merito all’improvvisa scomparsa dell’uomo non sono direttamente proporzionate agli innumerevoli interrogativi che ogni giorno attanagliano la mente di chi ha visto interrompersi improvvisamente il corso di un modus vivendi apparentemente tranquillo.  Una scomparsa che in un primo momento poteva essere giustificato, agli occhi dei familiari, come un allontanamento volontario ma che ben presto si è tramutato in un vero e proprio mistero che ancora oggi non fa trapelare barlumi di certezze e risposte. Per gli inquirenti si tratta di allontanamento volontario e non vi sono elementi che conducono ad altre possibili piste investigative.
 
La scomparsa di Sergio Russo è stata affrontata  dalla trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?” che ha intervistato gli amici dell’uomo che hanno parlato del forte legame che aveva con i figli e che non li avrebbe mai abbandonati, motivo per cui i soggetti intervistati hanno avanzato eventuali ipotesi drastiche in merito alla scomparsa. La madre dell’uomo sostiene invece che la scomparsa sia stata premeditata. Emerge inoltre che nell’ultimo periodo la coppia stava vivendo un momento sereno e i rapporti erano notevolmente migliorati tanto che Sergio, il giorno prima di scomparire, aveva prenotato l’albergo per andare al giuramento del figlio più grande. L’ultima segnalazione di Sergio Russo risale a settembre del 2015, attraverso un messaggio anonimo su facebook.
 
L’avvistamento riguarda una persona molto somigliante a Sergio Russo avvistata in una comunità di meditazione e registrato con il nome di Romeo. Il dettaglio che ha colpito Fiorella riguarda il fatto che il marito utilizzava per l’email lo pseudonimo Romeo Sierra, ma le telefonate effettuate presso alcune comunità hanno dato esito negativo, l’attenzione alle comunità era dovuta al fatto che l’uomo, in passato, era stato in Scientalogy. Sergio era entusiasta per il giuramento del figlio e il giorno prima di sparire ha effettuato un bonifico per l’albergo dove avrebbero dovuto trascorrere quei momenti insieme. Il giorno della scomparsa ha avuto inoltre un colloquio di lavoro e nel primo pomeriggio è sceso nel suo laboratorio dove stava costruendo un drone. La moglie si è accorta che il marito non era in casa alle 15.30, ha provato a chiamarlo al cellulare ma risultava staccato. Gli inquirenti hanno localizzato il suo telefono ad Agliana.
 
Fiorella è sostenuta dall’Associazione Penelope Toscana con gli Avvocati Nicodemo Gentile e Daica Rometta, noi abbiamo parlato con l’Avvocato Rometta che ci ha riferito che “E’ tutto in fase di indagine. Noi abbiamo depositato diversi mesi fa l’ultima memoria, c’è da approfondire la pista della Romania relativa a dei passaggi su facebook che sono stati attenzionati dal Pubblico Ministero, è stata richiesta anche una rogatoria internazionale però è tutto ancora in fase d’indagine”. Dov’è l’imprenditore Sergio Russo? Si tratta di una scomparsa volontaria o c’è dell’altro? Ricordiamo che l’uomo aveva 51 anni al momento della scomparsa e quell’11 aprile del 2015 indossava un giubbotto rosso mattone senza maniche, pantaloni tipo militare, una t-shirt grigia e delle scarpe sportiva.  
L'iniziativa
Sarà piantata nel giardino Alexander Langer venerdì 24 marzo alla presenza del botanico giapponese Ebinuma, ideatore del progetto Kaki Tree Project
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TRENTO - Arriva anche a Trento una delle piante figlie del caco sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki. Sarà piantata nel giardino Alexander Langer venerdì 24 marzo alla presenza del botanico giapponese Ebinuma, ideatore del progetto Kaki Tree Project, e di numerosi bambini delle scuole materne ed elementari dell’Oltrefersina. Giovedì 23 marzo alle 20.30, presso sala Falconetto di palazzo Geremia, tavola rotonda su “Coltivare un tempo di pace” in collaborazione con il Forum Trentino per la pace e i diritti umani, l’associazione Pro.di.Gio e l'associazione italo-giapponese Yomoyamabanashi. Tra gli ospiti il dottor Ebinuma, il fisico Mirco Elena e Lisa Clark dei Beati Costruttori di Pace.


Il 9 agosto 1945 la bomba atomica “Fat Man” venne sganciata da un bombardiere americano sulla città di Nagasaki. Le intense radiazioni e la forza d’urto dell’esplosione sprigionate uccisero circa 80 mila persone, riducendo in cenere la città. Miracolosamente un albero di cachi sopravvisse alla devastazione. Nel 1994 l'arboricoltore Masayuki Ebinuma iniziò a curare il fragile albero di cachi e riuscì a farlo riprendere fino al punto da ottenere delle pianticelle di “seconda generazione dell’albero di cachi sopravvissuto al bombardamento atomico”. Quindi, Ebinuma cominciò a distribuire quelle pianticelle ai bambini che si recavano in visita a Nagasaki, come simbolo di pace.
L’artista contemporaneo Tatsuo Miyajima nel 1996 concepì un progetto artistico detto “Kaki Tree Project– La rinascita del tempo” e nell’anno seguente, una pianticella di “seconda generazione” fu piantata presso l’'ex Scuola Elementare Ryuhoku, andando a costituire la prima piantatura del Progetto. Da quel momento il progetto si è diffuso ovunque e oggi le piccole piante di caco, figlie dell’albero di Nagasaki, possono raccontare la loro storia e parlare di pace e della forza della vita ai bambini di tutto il mondo.
Uno dei cachi arriva ora nella città di Trento grazie all'associazione Finisterrae Teatri - Pituit studio d’arti, che, dopo aver presentato uno specifico progetto di promozione della pace tra le nuove generazioni e un impegno a seguire con cura la crescita dell’albero, è riuscita ad ottenere il consenso dallo staff giapponese per la piantumazione della pianta presso il parco comunale Alexander Langer (dedicato ad uno dei più grandi protagonisti della cultura della pace del nostro tempo).

L’associazione culturale Finisterrae Teatri è una compagnia teatrale professionale impegnata, fin dalla sua nascita, nell’ormai lontano 1995, in progetti che coniugano arte e impegno sociale. Il nome stesso sta a indicare un luogo al confine, o meglio ciò che avviene ai margini, una sorta di feconda instabilità. Da un paio d’anni, dopo ver preso casa presso Pituit studio d’arti in via Aosta, proprio nei pressi del parco del Salé, ora dedicato ad Alexander Langer, ha iniziato un progetto di attivazione dei processi partecipativi sul territorio per riqualificare il parco e renderlo luogo di relazioni significative e di incontro.
Il progetto ha coinvolto centinaia di persone, istituzioni e numerosissime associazioni che hanno partecipato attivamente alle varie attività proposte. Dal 2017 Finisterrae Teatri e associazione Prodigio onlus hanno stretto un patto di collaborazione con I Beni Comuni del Comune di Trento per la valorizzazione del parco attraverso la creazione di alcuni luoghi di incontro e relazione, in particolare sotto gli archi del viadotto della ferrovia della Valsugana che delimita il parco. Lì hanno trovato sede il BiblioArc – spazio di Bookcrossing, l’Arco Giochi e il TeatrArc, piccolo “teatrino sotto il ponte” per ascoltare una storia, leggere un libro o semplicemente incontrarsi e parlare. Infine “Perle verdi” è un progetto dedicato alla coltivazione di spezie, piante antiche e piante che vengono da lontano. Proprio come il caco di Nagasaki che ora, con l’aiuto di tanti cittadini, bambini e adulti crescerà nel nostro parco a ricordarci che la pace nasce da piccoli gesti, continui e duraturi.

Per l’arrivo del Caco di Nagasaki e per la sua piantumazione sono previsti due momenti informativi e celebrativi aperti a tutta la cittadinanza.

Giovedì 23 marzo 2017, alle ore 20.30, presso palazzo Geremia (sala Falconetto) si terrà l'incontro "Coltivare un tempo di pace": una tavola rotonda per raccontare la storia del Caco di Nagasaki e riflettere sulla diffusione del nucleare al giorno d'oggi e sulla promozione della pace. La serata è organizzata in collaborazione con il Forum Trentino per la pace e i diritti umani, l’Associazione Pro.di.Gio e l'Associazione italo-giapponese Yomoyamabanashi. Saranno presenti numerosi ospiti tra cui Masayuki Ebinuma (botanico, ideatore del Kaki Tree Project), Mirco Elena (Unione degli scienziati per il disarmo), Lisa Clark (Beati Costruttori di Pace), Miriam Vanzetta e Giacomo Anderle (Finisterrae Teatri) e l'Assessore alle politiche sociali Mariachiara Franzoia.

Venerdì 24 marzo 2017, alle ore 10.00, presso il parco Alexander Langer si terrà la Cerimonia di piantumazione del Caco di Seconda Generazione di Nagasaki.
È prevista la partecipazione di alcune classi delle scuole elementari e delle scuole materne della Circoscrizione Oltrefersina che daranno il benvenuto al Caco offrendogli alcuni lavori dei bambini: fiori di carta, disegni e canzoni. Verrà raccontata “La storia dell’albero delle sette virtù” e infine i bambini assicureranno il loro impegno affinché l’albero di cachi possa crescere sereno e felice insieme a tutti loro. Ogni bambino potrà affidare un proprio impegno/desiderio per il futuro ad una cassetta che sarà interrata con il Caco.
Avremo l’onore di avere nuovamente con noi il dottor Ebinuma, che interverrà con un breve saluto e le artiste Gabriella Gasperini, Nadezhda Simeonova e i musicisti Martino Brocchieri e Irem Kurt.
Per tutti gli eventi l'ingresso è libero e gratuito


INFORMAZIONI
Pituit studio d’arti, via Aosta, 18 38122 Trento
Per informazioni e comunicazioni: pituit.studio@gmail.com
Segreteria: venerdì dalle ore 9 alle 12 tel. 0461.1595982

Minori nel mirino
Allenatori in manette. Obbligo di firma per un arbitro, che con la scusa di massaggi tonificanti tentava approcci sessual
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TORINO - Chiedeva sesso in cambio di un ruolo da titolare in squadra. Ruota intorno al mondo del calcio giovanile l'operazione della polizia postale di Torino che ha arrestato un allenatore 20enne, ora ai domiciliari. In carcere è invece finito un allenatore 50enne che sfruttava il collega più giovane per collezionare materiale pedopornografico. Obbligo di firma per un arbitro, che con la scusa di massaggi tonificanti tentava approcci sessuali. Pedopornografia e violenza sessuale le accuse a vario titolo nei loro confronti.
L'indagine, coordinata dalla Procura di Torino e durata quasi un anno. A far scattare gli accertamenti è stata la denuncia per violenza sessuale dei genitori di un sedicenne con la passione del pallone.
Una quindicina le vittime che hanno confermato i sospetti della polizia. L'inchiesta è ancora in corso.

Cronaca
Arrestato santone e complici. Forse altre vittime
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TORINO - Una storia davvero inquietante: si spacciavano per 'santoni' e durante le sedute spiritiche, in una mansarda torinese, hanno abusato per mesi di una studentessa, minorenne all'epoca dei fatti. Un sedicente mago di 69 anni e i suoi complici, un uomo di 73 anni e un ragazzo di 19 anni, sono stati arrestati dalla squadra mobile di Torino per stupro di gruppo. Durante le sedute la giovane, che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini, è stata narcotizzata e violentata. Le indagini proseguono per stabilire se ci siano altre vittime.

In manette sono finiti il sedicente mago, Paolo Meraglia, insegnante in pensione di 69 anni. L'uomo, attribuendosi poteri in campo 'esoterico', aveva convinto la ragazza di essere vittima di forti 'negatività' e di doversi sottoporre a riti di purificazione. Riti che consistevano in rapporti sessuali, anche di gruppo, consumati sotto l'effetto di sostanze stupefacenti in una mansarda del quartiere torinese di San donato e nella sua abitazione alla periferia sud del capoluogo piemontese.

In manette anche il complice, Biagino Viotti, 74 ani, e il fidanzato 22enne della giovane. Dalle indagini è emerso l'esistenza di un vero e proprio gruppo gerarchicamente organizzato: al suo apice il 'Maestro', l' 'Apostolo', la 'Vestale', i 'Catalizzatori' e le 'Ancelle'. Gli agenti, che non escludono ci siano altre donne vittime del raggiro, stanno valutando anche le posizioni degli altri partecipanti ai riti. Le indagini, coordinate dai pm Marco Sanini e Fabiola D'Errico, sono partite grazie alla denuncia della studentessa, che si è rivolta al Centro Antiviolenza del Comune.

Cronaca
Un 15enne, è stato oggetto di una vera e propria persecuzione - GUARDA IL VIDEO ALL'INTERNO
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VIGEVANO - Una banda, che ha agito da vero “branco”, prendendo di mira i soggetti ritenuti più “deboli” incapaci di difendersi, scegliendoli tra compagni di classe o vicini di casa. In particolare una di queste vittime, uno studente 15enne, è stato oggetto di una vera e propria persecuzione giunta sino vere violenze fisiche ed umiliazioni che venivano riprese con i telefonini per ridicolizzarlo con gli altri ed aumentare il suo stato di prostrazione fino a realizzare una vera e propria sudditanza dello stesso nei confronti del branco.

La vittima è un ragazzo fragile, uno studente al primo anno di un istituto tecnico superiore, che è stato bersagliato da un gruppo di ragazzi con veri atti persecutori, tanto da diventare il loro passatempo preferito e di volerlo cercare anche quando la madre, avvertita da alcuni compagni di scuola su quanto il figlio stava subendo, aveva cercato di allontanarlo da queste false amicizie.


Il “branco” riusciva comunque ad imprigionarlo nella propria “tela”, sfruttando l’ascendente di uno dei componenti su di lui, suo compagno di classe e che il 15enne “bullizzato” oltre a crederlo amico, lo vedeva quale persona da emulare e per questo e per non essere emarginato dal gruppo, aveva anche accettato piccole angherie e prese in giro. Successivamente, però, tali angherie sono diventate insopportabili, tanto che il 15enne in più di una occasione accorgendosi della presenza dei “bulli” aveva cambiato strada o era scappato, ma questi lo erano andati a cercare per costringerlo a veri e propri abusi e per “utilizzarlo” nei loro “giochi” prevaricanti e violenti, anche e solamente per avere qualcosa da poter fotografare con i telefonini e quindi esibire come trofeo ad altri coetanei, per vantarsi e farsi vedere, dal loro punto di vista, “grandi” e “belli”. Gravissima anche la diffusione di tali immagini che, tramite Whatsapp, Twitter, Instagram, Facebook, Telegram, Imessage ed altri, avveniva tra tutti i coinvolti e i compagni di classe degli stessi, che si guardavano bene dall’informare genitori ed insegnanti un po’ per la paura di ritorsioni e un po’ per la mancata comprensione della portata degli atti ripresi.


La gravità delle violenze e della persecuzione nei confronti dello studente 15enne, hanno raggiunto il loro apice nei mesi di dicembre 2016 e gennaio 2017, allorquando i “bulli”, in una circostanza, dopo averlo braccato per strada, mediante la somministrazione coartata di alcolici (se non avesse bevuto lo avrebbero picchiato!), lo ponevano in stato d’ebbrezza e di incapacità d’intendere e volere per poi costringerlo a tollerare di essere condotto in giro per la città, teatro della vicenda, legato ad una catena, prima al collo, poi legata attorno al busto, a mo’ di cane al guinzaglio; ed in un’altra, la più brutale, allorquando in concorso tra loro e con un infra quattordicenne, con violenza consistita nella repentinità del gesto e approfittando delle condizioni di inferiorità fisica della vittima al momento del fatto, denudata, tenuta appesa per le gambe a testa in giù, sospesa sopra un ponte, la costringevano a subire atti sessuali, brutalizzandolo con l’utilizzo di una pigna e fotografando la violenza. La fotografia scattata veniva poi divulgata a terzi tramite applicazioni di messaggistica istantanea.

I Carabinieri di Vigevano, avuta notizia dell’esistenza di queste vicende, sono riusciti prima a convincere alcuni genitori, preoccupati per quanto sarebbe potuto ulteriormente succedere ai loro figli, a presentare alcune denunce, poi in breve tempo hanno individuato il gruppo di ragazzi, che proprio per la gravità dei reati di cui sono indiziati non sono stati denunciati, ma arrestati per concorso in violenza sessuale, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, pornografia minorile, violenza privata aggravata mediante lo stato di incapacità procurato della vittima.

E’ bene evidenziare che i militari, nell’avvio di tale attività d’indagine, sono riusciti a creare le condizioni affinché uno studente, coetaneo della vittima di “bullismo” e testimone dei fatti, si sentisse protetto tanto da consentirgli di acquisire una delle fotografie della violenza sessuale divulgata dal “branco”, ove i componenti dello stesso risultavano ritratti visibilmente compiaciuti della tragica rappresentazione e che successivamente rassicurato dai militari, testimoniava circa le violenze a sua conoscenza subite dal coetaneo e amico.

Il branco è un gruppo di una decina di ragazzi di “buona famiglia”, figli di professionisti, commercianti, impiegati, operai. Cinque in particolari i bruti, tre hanno 15 anni, uno ne ha 16, e c' è anche un tredicenne, per questo non imputabile: sono stati rinchiusi nell'Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano a disposizione del Tribunale per i minorenni del capoluogo lombardo, competente territorialmente.
LE ACCUSE

Le esigenze cautelari sono state considerate indispensabili dal GIP del Tribunale per i minorenni di Milano, per l’elevatissimo rischio di recidiva, desumibile dalle modalità e le circostanze dei fatti, gravissimi non solo oggettivamente, ma anche perché ascrivibili ad istinti di sopraffazione verso un soggetto debole tipici del “bullismo”, che nel caso specifico è apparso declinato all’interno di un gruppo con caratteristiche di stabilità, del quale tutti gli indagati fanno tragicamente parte.

Al termine di complesse e delicate indagini finalizzate a reprimere il fenomeno del “bullismo”, tra i giovani e nei loro ambienti di aggregazione i militari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 4 minori poiché gravemente indiziati per concorso in violenza sessuale, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (artt. 110, 609 octies in relazione agli artt. 609 bis, 1° e 2° comma nr.1 e 609 ter, n. 5 sexies c.p.), pornografia minorile (artt.110 e 600 ter, 4° comma c.p.), stato di incapacità procurato mediante violenza e violenza privata (artt.81, 110, 613 e 610 c.p.). In particolare le accuse più gravi sono loro rivolte in ordine agli episodi violenti e vessatori commessi nei confronti dello studente 15enne, approfittando del suo stato di fragilità:

Inoltre a carico del “branco”, coadiuvati a seconda dell’occasione da altri coetanei, non compresi tra i quattro arrestati, sono stati accertati diversi episodi di danneggiamento e vandalismo ai danni di alcuni convogli ferroviari, con rottura di vetri, lancio di sassi, imbrattamento delle carrozze, anche mediante utilizzo di estintori. Nel mese di ottobre 2016, alcuni di essi si rendevano responsabili di un lancio di sassi contro un treno regionale, danneggiandolo e causando un ritardo sulla linea di percorrenza di circa 30 minuti.

Tra i componenti del “branco” a tutti gli effetti anche uno studente di soli 13 anni e pertanto non imputabile, la cui posizione, considerata la pericolosità sociale, è comunque al vaglio per l’eventuale richiesta di una misura di prevenzione.

Per questo motivo altri cinque 5 minori, di età compresa tra i 15 e i 16 anni sono stati deferiti a vario titolo per i reati di danneggiamento aggravato e interruzione di un pubblico servizio. Nel corso delle perquisizioni domiciliari eseguite contestualmente alle misure cautelari, i militari hanno rinvenuto e sequestrato diversi martelletti frangivetro asportati dalle carrozze dei treni assaltati.

A carico di alcuni degli indagati, anche una “spedizione punitiva”, avvenuta nel mese di febbraio 2017, nei confronti di due coetanei ritenuti responsabili di aver denunciato, in precedenza, alcuni comportamenti da “bullo” attuati dal capo “branco”. I due 15enni venivano per questo aggrediti di rientro a casa, percossi, spintonati e fatti segno di pugni. Solo l’intervento di un genitore, casualmente di passaggio in tali circostanze, scongiurava ulteriori conseguenze ai due studenti.
Tra le attività istituzionali dell’Arma dei Carabinieri è da sempre prioritaria la difesa delle categorie “Deboli” e in ragione di ciò sono state stipulate numerose convenzioni con altri enti pubblici quali l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia. In tale ambito, proprio per un percepito disagio dei minori nell’ambito della Provincia di Pavia, è stato sviluppato uno specifico protocollo con il locale Ufficio Scolastico Provinciale che prevede, tra l’altro, un progetto pilota con Carabinieri e studenti che interagiscono insieme, nelle aule, in un percorso di comprensione ed emersione dei fenomeni del bullismo e che si spera porti a risultati concreti già dalla fine di questo anno scolastico.


 

Cronaca
Lodi: "Io comunque non mi fermo e andrò avanti più deciso e più determinato"
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GALLERY IN FONDO ALL'ARTICOLO



di Andrea Barbi

FERRARA - "Un successo per i cittadini, che sono riusciti, almeno per il momento, a bloccare l’arrivo di altri immigrati nella loro via" queste le parole di Nicola Lodi responsabile della Lega Nord di Ferrara per l'immigrazione dopo aver ricevuto una denuncia da parte dei carabinieri di del capoluogo proprio per quella protesta che secondo i militari, non essendo stata autorizzata, comporterebbe una violazione delle norme sulle riunioni o sugli assembramenti pubblici.


Una decisione, però, che a quanto sembra non spaventa affatto l’agguerrito Lodi: "Sono orgoglioso di questa nuova querela che gli avvocati contesteranno. - dichiara il responsabile della Lega - Io comunque non mi fermo e andrò avanti più deciso e più determinato". Lodi ha poi aggiunto, in riferimento ai suoi detrattori locali: "Il Pd anziché attaccare il sottoscritto e sperare in qualche querela a mio carico pensi di più al suo futuro oramai in declino.”

La vicenda - Tutto è iniziato quando gli abitanti di una piccola frazione di Ferrara dove sono già ospitati 13 richiedenti asilo si sono allarmati alla notizia dell’ arrivo di un nuovo gruppo di 14 immigrati spostati dal centro storico di Ferrara, dove hanno creato problemi per il loro comportamento al vicinato, che sarebbero stati spostati in un casolare disabitato da circa un anno appartenente allo stesso proprietario dell’edificio nel quale ora risiedono, il dott. Fantini. Il Fantini infatti a seguito delle continue lamentele ricevute dai residenti della centralissima via Cavour, a pochi passi dal lussuoso Hotel Astoria, dove possiede diversi immobili nei quali da qualche mese ospita tramite la cooperativa sociale “VIVERE QUI” con sede a Vigarano Mainarda, piccolo comune a pochi chilometri dalla città estense e presieduta dal sig. Thomas Kuma, ha pensato di spostare il problema in periferia, in una zona meno esclusiva e lontana dagli occhi dei facoltosi clienti dell’hotel più esclusivo della città. I problemi deriverebbero dal comportamento dei sub sahariani alloggiati nelle strutture di sua proprietà, tutti giovani uomini provenienti in gran parte dalla Nigeria. Secondo le testimonianze, raccolte fra i residenti della zona storica, i ragazzi si lasciano andare, durante qualsiasi ora del giorno e della notte, a comportamenti maleducati, per usare un eufemismo, come orinare sui muri interni ed esterni dell’edificio che li ospita, sputare continuamente sulle scale interne del condominio e all’esterno sulle automobili parcheggiate, lasciare sui marciapiedi lattine e bottiglie di birra vuote, dopo averle consumate; per non parlare delle urla e degli schiamazzi, spesso dovuti allo stato di ebbrezza di taluni e del via vai di connazionali, non facenti parte della gruppo. Così Fantini in accordo con la suddetta cooperativa ha deciso di spostare i migranti in un’altra struttura di sua proprietà, un casolare sito in via Spinazzino a San Bartolomeo in Bosco. In quella piccola frazione di poche centinaia di abitanti, come sopra anticipato, risiedono già altri richiedenti asilo seguiti dalla medesima cooperativa e alloggiati proprio nella stessa via dell’edificio in questione.

La protesta -
Lo scorso sabato 4 Marzo alcuni residenti di quella via hanno visto un furgone scaricare dei mobili presso il casolare abbandonato e hanno pensato di chiamare subito Naomo Nicola Lodi, il responsabile per l’immigrazione della lega nord di Ferrara, il quale in pochi minuti è arrivato sul posto e coadiuvato da 2 militanti ha montato un piccolo gazebo in un’ area prospiciente la casa di via Spinazzino, ma su suolo pubblico e nel giro di un paio d’ore i residenti della zona (nessuno dei quali iscritto alla Lega Nord) hanno spontaneamente portato cibo bevande e cartelloni improvvisati con vecchie lenzuola sui quali hanno scritto con bombolette spray moniti per manifestare il proprio dissenso. Si è creato così, per volere dei cittadini un sit in, formato da una ventina di persone contro l’ennesima decisione presa dall’alto senza nemmeno ascoltare le esigenze della cittadinanza. Per correttezza le forze dell’ordine nella fattispecie carabinieri e polizia municipale sono stati avvisati dallo stesso Lodi ai quali hanno fatto seguito alcuni giornalisti delle testate locali. La manifestazione si è protratta da mezzogiorno fino alla serata di sabato senza particolari momenti di tensione è ha ottenuto la promessa da parte del padrone di casa, anch’egli arrivato sul posto, di non scaricare i problemi di Ferrara su quel piccolo angolo di campagna emiliana, viste le forti proteste dei residenti, i quali hanno ribadito che la famosa quota stabilita per legge di 3 “profughi” per ogni mille abitanti è già stata ampiamente superata.
 

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