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Cronaca
I componenti della banda erano residenti nei quartieri palermitani di Ballarò e Borgo Vecchio
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Pao. Canz. 

 
TERMINI IMERESE – Condanna per 4 rumeni di una presunta banda che si sarebbe resa colpevole di furti con la complicità delle badanti. Anziani invalidi erano gli obiettivi principali per i colpi messi a segno a Messina, Cefalù, Campofelice di Roccella, Santa Flavia, Valderice, Lascari, Misilmeri, Sciacca fino a Marsala. Una ventina di furti interrotti dall'arresto avvenuto nel giugno del 2016. Ad oggi il Giudice del Tribunale Monocratico di Termine Imerese, Angelo Piraino ha disposto la condanna per Constantin Stancu di 36 anni alla pena di 4 anni di reclusione, Costantin Lioae di 34 anni alla pena di 4 anni e 20 giorni, Florin Niculae di 31 anni alla pena di 2 anni 6 mese e 10 giorni di reclusione e Adrian Dumitru Hinoveanu di 28 anni alla pena di due anni un mese e 10 giorni. Gli indagati hanno scelto il rito abbreviato e alcuni hanno confessato il reato commesso. L'avvocato Fabio Trombetta chiamato ad assistere coloro che si reputano siano i capi della banda Stancu e Lioae ha commentato che ricorrerà in appello. I componenti della banda erano residenti nei quartieri palermitani di Ballarò e Borgo Vecchio e la refurtiva sottratta si aggira intorno a migliaia di euro e veniva piazzata immediatamente ai ricettatori. Molti anziani vittime dei furti si fidavano delle bandanti e in un caso,  dopo 5 anni di servizi, la badante era riuscita in fiducia ad ottenere le chiavi di casa di un professionista che al suo ritorno aveva trovato la casa ripulita con un danno risalente a circa duecentomila euro.    
Cronaca
Il raggiro ha coinvolto almeno 150 persone scelte dai truffatori tra negozianti, commercianti ed artigiani convinti di poter abbattere i costi fiscali
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di Paolino Canzoneri

PALERMO – Due anni e quattro mesi di reclusione; questa è stata la sentenza del processo a carico di Nicolò Regina, la madre Anna Giammarino, la sorella Carmela Regina e la moglie Veronica Rosa rei d'essersi spacciati per rappresentati di una finta azienda tedesca di erogazione di energia elettrica che sul territorio era in grado di garantire il servizio di fornitura a costi decisamente bassi, oltre il 30% in meno rispetto la media degli altri gestori.
 
Il raggiro ha coinvolto almeno 150 persone prevalentemente scelte dai truffatori tra negozianti, commercianti ed artigiani convinti di poter abbattere i costi fiscali della quotidiana morsa fiscale che attanaglia il nostro paese. La banda avrebbe incassato almeno un milione e mezzo di euro grazie alle bollette false mandate ai raggirati che ignari pagavano la finta azienda tedesca con il risultato di diventare loro stessi morosi nei confronti dell'ENEL che continuava a fornire regolarmente il servizio di erogazione. Sei lunghi mesi di indagini della Guardia di Finanza coordinate dal procuratore aggiunto Dino Petralia e dal sostituto Teresa Maligno partite da una denuncia di un negoziante seguita successivamente dalla denuncia dell'ENEL che nella truffa si è costituita parte civile assistita dall'avvocato Massimo Motisi al processo svolto con rito abbreviato dal gup Vittorio Alcamo.
 
La truffa sarebbe stata prevalentemente gestita dai coniugi Regina trasferitisi da poco tempo a Tenerife nelle Canarie mentre la madre avrebbe coperto il ruolo di curatrice delle transazioni bancarie e conti correnti e la sorella invece avrebbe mantenuto i contatti con i clienti che preferivano pagare in contanti e si sarebbe anche occupata di far volturare i contatori dei clienti che nel tempo divenivano morosi per evitare che l'ENEL procedesse al distacco dei contatori. La moglie Veronica Rosa si sarebbe invece occupata della fatturazione delle finte bollette che giungevano periodicamente ai clienti raggirati. In circa sei mesi di indagini della Guardia di Finanza la banda è stata posta agli arresti e processata con rito abbreviato con la condanna di due anni e quattro mesi.
Cronaca
"Purtroppo i traumi sono stati così forti che, oltre alla perdita di sangue, sono svenuto per qualche minuto dopo la fuga"
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di Paolino Canzoneri

 

PALERMO – Il consigliere della quinta circoscrizione Giovanni Tarantino nelle fila de I Coraggiosi di Fabrizio Ferradelli è stata vittima di una aggressione nella movida del centro città di sabato notte verso mezzanotte. A spiegare è il giovane politico che sui social ha denunciato il fatto: "Ieri, intorno a mezzanotte, mentre stavo tornando a casa, sono rimasto imbottigliato nel traffico nei pressi di Piazza Nascè. Fermo nel traffico, ho leggermente sfiorato una macchina che mi stava davanti. È stato un attimo e il tizio alla guida dell'auto che avevo sfiorato, ha aperto la mia macchina e ha iniziato a picchiarmi, colpendomi con pugni in faccia. Non ho reagito, sono riuscito soltanto a malapena a chiudere lo sportello e ad infilarmi nella corsia d'emergenza e, fra l'indifferenza generale di decine di automobilisti e passanti che hanno assistito alla scena, infine sono riuscito a scappare con la macchina. Purtroppo i traumi sono stati così forti che, oltre alla perdita di sangue, sono svenuto per qualche minuto dopo la fuga. Sono appena uscito dal pronto soccorso. Dopo una radiografia i medici hanno riscontrato una frattura scomposta delle ossa nasali e un versamento di sangue. Sporgerò denuncia per l'accaduto, ma quello che più mi fa male non sono i pugni, non sono le ossa rotte, non è l'occhio tumefatto, quello che più mi fa male è che nessuno si sia preoccupato neanche per un attimo di quello che stava accadendo". Stranamente il giovane Tarantino dopo essersi ripreso dalla perdita dei sensi non ha chiamato nè il 118 e neppure le forze dell'ordine e ha espresso l'intenzione di denunciare l'aggressione al suo avvocato la mattina successiva. I medici al pronto soccorso gli hanno riscontrato una frattura al setto nasale e un versamento non grave all'occhio destro. Prognosi di una ventina di giorni.
 
 
Cronaca
Nelle vicinanze del luogo del tentato furto, i militari hanno rinvenuto tre ciclomotori verosimilmente utilizzati dalla banda per spostarsi, privi di qualsiasi contrassegno identificativo
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PALERMO - Nel corso di un’attività notturna di controllo del territorio, i Carabinieri della Stazione di Capaci hanno tratto in arresto quattro persone, con l’accusa di tentato furto in concorso di un’autovettura.

La banda composta da MAJORANA Antonino di 20 anni, GIULIANO Nunzio di 20 anni, e di due 17enni, tutti provenienti dal quartiere Z.E.N. di Palermo, era entrata in azione nel cuore della notte di venerdì scorso insieme ad un quinto complice, in corso di identificazione.

Armati di strumenti da effrazione e di una centralina elettronica che consente di mettere in moto i veicoli, con una grande abilità ed in tempi ridottissimi, erano già riusciti a forzare la portiera di una Lancia Ypsilon effettuando un piccolo foro all’altezza della serratura e, se non fosse stato per l’arrivo dei Carabinieri, di lì a poco sarebbero riusciti a mettere in moto il mezzo ed a fuggire silenziosamente.

All’arrivo degli uomini dell’Arma, due malviventi sono stati bloccati immediatamente nelle vicinanze del veicolo, altri due sono stati raggiunti dopo un breve inseguimento a piedi per le vie del centro. Il quinto complice è riuscito a fuggire per le campagne circostanti.

Nelle vicinanze del luogo del tentato furto, i militari hanno rinvenuto tre ciclomotori verosimilmente utilizzati dalla banda per spostarsi, privi di qualsiasi contrassegno identificativo.

Successivamente alla convalida dell’arresto da parte dell’Autorità Giudiziaria, i due maggiorenni sono stati posti in libertà mentre i due minorenni sono stati associati al centro di prima accoglienza “Malaspina” di Palermo.

Il caso
Trovato il corpo carbonizzato di Marcello Cimino di 45 anni. La polizia, coordinata dal Pm Maria Forti che ha disposto l'autopsia, al momento ipotizza l'omicidio
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PALERMO - Ha confessato l'assassino di Marcello Cimino, il clochard bruciato vivo la notte scorsa a Palermo. Si tratta di Giuseppe Pecoraro, un benzinaio di 45 anni. Secondo indiscrezioni l'uomo, fermato dalla polizia dopo un interrogatorio con l'accusa di omicidio volontario, avrebbe agito per gelosia. Pecoraro si era da poco separato dalla moglie e sospettava che quest'ultima avesse una storia con il clochard.

L'uomo, senza fissa dimora, dormiva all'interno della missione San Francesco, in piazza Cappuccini, sotto un portico. Nei pressi del refettorio della struttura dove è stato trovato carbonizzato, c'è una sola telecamera di sorveglianza che non era puntata sul giaciglio di fortuna del senzatetto. Dalle immagini si intravede qualcuno che si avvicina alla zona dove dormiva Cimino. Questo, secondo le prime Indagini della Squadra Mobile di Palermo, potrebbe fare propendere per l'omicidio. Qualcuno sarebbe entrato all'interno della Missione e avrebbe dato fuoco al clochard.

Sul luogo della tragedia, infatti, sono state infatti trovate tracce di liquido infiammabile. 

Il processo
Era il 2011 quando si inaugurò il parco costato 11 milioni di euro
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di Paolino Canzoneri

 

PALERMO – Falso e disastro ambientale per l'inquinamento del Parco Cassarà a Palermo: questa l'accusa per burocrati, imprenditori e per il dirigente comunale del servizio Ecologia e Ambiente Roberto Giaconia.

L'udienza preliminare è stata fissata per il 27 giugno. Il Parco avrebbe dovuto rappresentare una "boccata d'ossigeno" per il capoluogo siciliano, in quanto situato in un'area fortemente cementificata, ma invece si è rivelato essere nient'altro che una gigantesca discarica sotterrata di materiale tossico, eternit e scarti di origine industriale, copertoni, plastica, piombo e tant'altro, coperta in superficie da un innocuo e ingannevole manto erboso sovrastante. Una vergogna incauta e pericolosa per la salute dei cittadini che da circa tre anni appare come l'ennesimo raggiro di una città che da sempre appare aggredita da tanti mali ma che prova a rialzarsi con tutte le proprie forze.

Era il 2011 quando si inaugurò il parco costato 11 milioni di euro con la gioia e la speranza di una positiva  sterzata verso tematiche relative all'ecologia e a spazi necessari per rassegne musicali e luogo di incontro e di reciproche interazioni sociali ma ben presto i primi forti temporali invernali del 2013 hanno fatto pian piano emergere una prima lastra di eternit rivelando il grande raggiro che ha gettato la città, ancora una volta, nello sconforto.
 
Ma si avvicina la resa dei conti. Sei anni di indagini accurate per risalire alle dirette responsabilità coordinate dall'aggiunto Dino Petralia e dai sostituti Alessandro Clemente e Fabiola Furnari e un importante risultato di dodici indagati fra cui figurano il responsabile del parco Vincenzo Polizzi, i direttori dei lavori del parco Francesco Saverino e Luigi Trovato, Emanuele Caschetto legale rappresentate dell'associazione di imprese e vari imprenditori fra cui Gianfranco Caccamo, Francesco e Filippo Chiazzese e altri responsabili del collaudo tecnico come Eugenio Agnello. Tutti accusati di falso e disastro ambientale ognuno con la propria porzione di responsabilità direttamente riferita alla competenza messa in atto durante la realizzazione del parco. Parecchi sono gli avvocati con il compito arduo di difendere gli indagati. Fra questi figurano Fausto Maria Amato, Basilio Milio, Ottaviano Pavone e altri.
 
Rattrista molto ricordare come il nome del parco sia intitolato a Ninni Cassarà della Squadra Mobile, ucciso il 6 Agosto del 1985 che i palermitani, quelli veri, ricorderanno sempre. Un nome che si dovrebbe in ogni modo proteggere e tutelare da questi beceri scandali italiani.
 
Cronaca
Disagi evidenti hanno coinvolto automobilisti e passanti per il crollo in strada di rami in piazza XIII vittime
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di Paolino Canzoneri

 

PALERMO – Nonostante sia previsto un miglioramento per le prossime ore, la Sicilia è stata attraversata da una imponente maltempo con folate di vento violentissimo che ha causato e sta causando danni ingenti in molte zone del capoluogo e provincia. Danni non indifferenti si sono registrati già dalla tarda serata di ieri e la sala operativa dei vigili del fuoco è stata letteralmente presa d'assalto con numerosissime chiamate di soccorso per rami pericolanti, crolli vari di cornicioni e cartelloni divelti. Disagi evidenti hanno coinvolto automobilisti e passanti per il crollo in strada di rami in piazza XIII Vittime e violente raffiche di vento hanno abbattuto un ponteggio all'interno dei Cantieri Culturali della Zisa dove una intera impalcatura è crollata ferendo in modo leggero il regista Claudio Collovà impegnato in loco. Egli stesso rammaricato ha commentato: "Abbattuto da una impalcatura in una area di solito affollata di studenti e professori. Questa città di carta e di parole. Sto benino. In attesa di tac. Grazie a tutti gli amici". Danni ingenti a Carini dove l'intero tendone del Circo di Svezia è volato arrecando danni enormi alla struttura e all'impianto di illuminazione, amplificazione e seggiolini.
 
Una tigre bianca è pure fuggita ma dopo circa due ore è stata catturata e ricondotta nella sua gabbia e sembra inoltre che un Lama al momento sia scomparso. Guai per la famiglia Saly gestore del Circo che non si è vista rinnovare la concessione agli artisti da parte del primo cittadino Pietro Capizzi. Animali, trapezisti e clowns si sono spostati fino a Villagrazia di Carini per poter condurre nuovi spettacoli ma al momento hanno ricevuto visita di controllo medico dei veterinari dell'ASP, della Guardia di Finanza e della Polizia Municipale che dopo accertamenti hanno sequestrato tredici animali per maltrattamenti. A loro difesa d'ufficio gli avvocati Frascesco Noto e Giuseppe Marcellino che parlando di un accanimento nei confronti degli artisti e della dirigenza del Circo da parte degli animalisti. Il vento intanto non risparmia neanche la motonave Antonello Da Messina costretta a sospendere la regolare corsa Palermo-Ustice delle ore 9. Le previsioni del tempo fortunatamente prevedono un certo miglioramento per le prossime ore.
 
Cronaca
E’ la prima volta che all’interno del quartiere viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.
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Red. Cronaca


PALERMO - I Carabinieri della Compagnia Palermo San Lorenzo hanno eseguito 24 ordinanze di custodia cautelare, 19 in carcere e 5 ai domiciliari, emesse dal G.I.P. del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della locale Procura della Repubblica, nei confronti dei componenti di un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

I provvedimenti scaturiscono dalle indagini coordinate dal Procuratore della Repubblica, Francesco LO VOI, dal Procuratore aggiunto, Dott.ssa Teresa PRINCIPATO, dai Sostituti Procuratori della DDA, Dott. Siro DE FLAMMINEIS e Dott.ssa Annamaria Picozzi, in collaborazione con i Sostituti Procuratori della Repubblica di Palermo Dott. Bruno BRUCOLI e Dott.ssa Silvia BENETTI e condotte dai militari del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Palermo San Lorenzo.

L’attività d’indagine, sviluppata tra i padiglioni del quartiere ZEN 2, ha:

-          permesso di ricostruire dettagliatamente l’attività illecita e la struttura criminale realizzata dagli indagati, delineando tutti i componenti di un’articolata consorteria;

-          confermato la presenza di un’attività di spaccio tra via Pensabene e le aree limitrofe, corrispondenti, in particolare, a via Nedo Nadi e ai vicoli che costituiscono un corridoio tra i padiglioni di via Costante Girardengo.

L’indagine, denominata “TESEO”, è stata avviata nel novembre 2015, quando i militari del Nucleo Operativo, sulla base di alcuni arresti effettuati in flagranza di reato, hanno dato il via alle attività tecniche.

Le successive risultanze investigative hanno consentito di disarticolare l’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti, retta da un triumvirato composto da MAZZA Antonino, ZARCONE Massimiliano, BONURA Salvatore, individuati quali “promotori” delle attività con funzioni direttive su diversi “pusher”, il cui operato è sempre stato supervisionato da altrettanti “fiduciari”, CATANZARO Salvatore e PULEO Paolo, costituenti un livello intermedio tra il vertice e la manovalanza, deputati a gestire le scorte di droga, la ripartizione delle dosi e la raccolta del denaro realizzato dalle innumerevoli cessioni di droga ampiamente monitorate.

 

E’ la prima volta che all’interno dello Zen 2 viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

Le dinamiche oggetto di osservazione hanno fatto emergere che le illecite attività non erano il frutto dell’occupazione occasionale e autonoma di una serie di individui, ma il risultato di una complessa struttura organizzata i cui partecipanti ne condividevano pienamente e consapevolmente scopi, strategie, rischi e profitti.

Fin dai primi riscontri ottenuti attraverso i sequestri di sostanze stupefacenti e dalla verifica dei luoghi di occultamento individuati grazie ai servizi di osservazione, sono emersi indizi che hanno indotto i carabinieri ad ipotizzare l’esistenza di un’associazione criminale.

È così progressivamente emerso, in maniera inequivocabile, come una regia comune guidava l’operato dei singoli pusher, poiché tutti gli indagati comunicavano costantemente tra loro e scambiavano gli involucri costituenti le piccole scorte di sostanza stupefacente e addirittura le somme di denaro costituenti provento illecito, nonché individuavano ed utilizzavano i diversi luoghi di occultamento della sostanza stupefacente, ripartendola in nascondigli differenti in base alla tipologia della stessa (cocaina, hashish e marijuana), confezionata secondo modalità precise e costanti nel tempo (stecchette di hashish, bustine di marijuana, piccoli involucri a goccia per la cocaina). Le attività delittuose erano regolate secondo una suddivisione in “turni”, cosicché ad una prima fase che comprendeva tutta la mattinata, seguiva una seconda che abbracciava l’intero pomeriggio, fino alla sera, dopodiché, la notte fino alle ore 08:00 circa; ad ogni cambio turno, è stato puntualmente rilevato un metodico “passaggio di consegne” – ossia il conteggio e l’eventuale ripartizione delle dosi avanzate e del denaro ricavato – tra gli spacciatori che coprivano il turno appena terminato e coloro che subentravano.

Significativo, inoltre, è ciò che è accadeva quando i militari del Nucleo Operativo o della Stazione Carabinieri di San Filippo Neri intervenivano nell’area d’interesse, procedendo all’arresto di uno o più pusher ed al rinvenimento e sequestro delle dosi di droga astutamente occultate in più anfratti: i “capi” intervenivano sui luoghi, ispezionandoli ed impartendo direttive ai gregari, poiché i traffici dovevano proseguire, dimostrando particolare dimestichezza nel far fronte alle sopravvenute esigenze. Scendere in piazza, farsi vedere in mezzo ai padiglioni da tutti gli altri pusher ancora presenti e non arrestati dai Carabinieri, rassicurava la “piazza” e allo stesso tempo veicolava ai sodali un’immagine di potenza ed immunità nei confronti delle azioni dell’Arma dei Carabinieri.

Il sodalizio, in sostanza, si attivava prontamente dopo l’arresto di un pusher, poiché, dopo un breve periodo verosimilmente destinato alla riorganizzazione, veniva sostituito da altri complici, così come i diversi tipi di sostanza stupefacente trovavano altre collocazioni tra i veicoli posteggiati o nei punti ritenuti più congeniali all’interno degli androni e dei corridoi dei padiglioni o, ancora, nei terreni incolti circostanti. A fronte di un intervento dei Carabinieri, pertanto, l’attività di spaccio non si fermava, poiché il sodalizio si riorganizzava prontamente e, con sfacciata pervicacia, rimediava all’arresto di uno o più pusher reclutando nuove leve tra persone nuove e poco conosciute che, reiterando la condotta criminale, assicuravano continuità ai lucrosi affari. Sovente erano gli stessi indagati arrestati o denunciati a replicare, dedicandosi alle consuete occupazioni illegali, già a partire dal giorno successivo all’intervento dei Carabinieri, come accaduto per CATANZARO Salvatore, BRANCATO Nunzio e MOCEO Benedetto, quest’ultimo vittima del tentato omicidio proprio nei padiglioni dello ZEN da parte del figlio.

È stato accertato inoltre che, periodicamente, i pusher venivano approvvigionati da altri complici delle dosi di sostanze stupefacenti necessarie ad alimentare l’attività di spaccio e che la sostanza era immagazzinata in abitazioni prospicienti le strade dove lo spaccio era esercitato ovvero in qualcuno dei numerosi box realizzati – il più delle volte abusivamente – negli angusti spazi esistenti tra i padiglioni del quartiere. In ogni caso, è significativo come tutto accadesse in un ristretto spazio tra via Pensabene - via Nadi - via Costante Girardengo, all’interno di un’area costantemente presidiata dagli odierni arrestati. Anche nel tardo pomeriggio, di sera e durante tutta la notte, difatti, veniva riscontrata la presenza degli spacciatori in quegli stessi luoghi.

L’organizzazione, inoltre, era caratterizzata dal vincolo derivante dal rapporto parentale, poiché ad essa partecipavano, a vario titolo, componenti della stessa famiglia, come per il nucleo composto da ZARCONE Massimiliano, BILLECI Elena e ZARCONE Antonino, nonché quello composto da MAZZA Antonino e dal figlio Gabriele, famiglie, peraltro, legate da ulteriori vincoli nati dall’unione dei rispettivi figli.

Sintomatico, al fine di comprendere il contesto in cui si sviluppavano le attività illecite oggetto dell’indagine, il fatto che l’organizzazione non disdegnasse di svolgere tutte le operazioni connesse con l’attività di spaccio avvalendosi anche di un soggetto (all’epoca) minorenne ed operando a poca distanza da una scuola elementare.

Il “modus operandi” dell’organizzazione era sempre identico e collaudato, poiché il “pusher”:

-       preso contattato con l’acquirente, gli indicava dove fermarsi ad aspettare, eventualmente ricevendo già il corrispettivo in denaro;

-       si recava a prelevare la singola dose da spacciare;

-       effettuava la cessione dello stupefacente;

-       raggiunta una certa somma di denaro la consegnava – a mo’ di “cassa continua” – a un altro soggetto con funzione di “cassiere”. Veniva così mitigato il rischio di vedere sequestrate consistenti somme di denaro in caso di arresto del pusher;

-       terminata la scorta di sostanze stupefacenti, chiedeva di essere rifornito al complice-corriere, il quale, dopo essersi allontanato dalla zona, recuperava la quantità di dosi necessaria per soddisfare le ulteriori richieste.

L’attività di spaccio, inoltre, non veniva quasi mai svolta da un solo pusher, ma erano costantemente attivi due o più soggetti i quali, talvolta, si suddividevano le sostanza stupefacenti da spacciare (marijuana e hashish uno e cocaina l’altro) e, a prescindere, offrivano reciproca copertura e una più attenta vigilanza, a fronte del rischio di incursioni dei Carabinieri. Il continuo monitoraggio ha infatti permesso di ritrarre alcuni episodi di vita quotidiana propri di alcuni componenti dell’associazione. Un esempio emblematico delle “contromisure” adottate è rappresentato da chi, durante il proprio “turno” giornaliero, verificava la presenza delle forze dell’ordine o di eventuali telecamere mediante l’utilizzo di un “binocolo”.

Pur di mantenere la “fidelizzazione” dei clienti-assuntori, l’organizzazione era aperta a “forme alternative di scambio commerciale”: è stato documentato un episodio in cui un acquirente, non avendo disponibilità di contanti, si è rivolto ai pusher mostrando un capo d’abbigliamento ancora provvisto di etichetta e, dopo un primo tentennamento di quest’ultimo, l’affare si è concluso con un vero e proprio “baratto” avente ad oggetto da un lato una felpa e dall’altro una dose di sostanza stupefacente.

Evidenza dell’unicità e comunanza delle azioni delittuose, tutte facenti parte dello stesso “ciclo aziendale” e riconducibili ad una medesima organizzazione, risulta l’identicità delle dosi di sostanza stupefacente rinvenute all’atto degli arresti e dei sequestri con successiva segnalazione alla locale Prefettura ex art. 75 DPR 309/90 a carico degli acquirenti (in tutto sono 29 le persone segnalate all’autorità amministrativa quale assuntori di sostanze stupefacenti), che ha dimostrato univocamente la medesima origine della droga rinvenuta.

Infatti, si è notato come fosse sempre uguale il confezionamento e il taglio della droga. Per l’hashish: stecche di circa cm. 5/10 del peso approssimativo di gr. 2 - talvolta spezzate per ricavarne dosi a minor prezzo - avvolte con pellicola trasparente o carta stagnola; per la marijuana: bustine di plastica trasparente chiuse con spille per spillatrice e contenenti poco più di un grammo di sostanza; per la cocaina: dosi confezionate a goccia, con involucri di plastica aventi il peso di 0,5 g. (cd. mezzini) o di 0,2 g. (cd. ventini).

A tal proposito, dal monitoraggio effettuato nei giorni di maggior affluenza, si può ipotizzare un introito giornaliero di oltre 2.000,00 euro in favore degli associati, tenendo conto del costo dello stupefacente per il consumatore finale (5/10 € per le dosi marijuana e hashish e 20/40 € per le dosi di cocaina).

L’intenso legame tra gli associati e la stabilità dell’organizzazione criminale costituita, rafforzata dal vincolo familiare, sono stati ribaditi da ulteriori riscontri: il monitoraggio costante dei luoghi oggetto di indagine ha permesso di constatare come gli indagati passassero insieme intere giornate, documentando la loro presenza tra le vie monitorate e nei luoghi deputati agli scambi di denaro e droga.

Progressivamente sono state acquisite le risultanze investigative che hanno permesso ai Carabinieri di incastrare ogni tassello, fino alla definizione di un quadro completo e nitido delle vicende oggetto d’indagine e dell’organigramma del sodalizio al cui vertice si collocavano i finanziatori/promotori MAZZA Antonino, BONURA Salvatore e ZARCONE Massimiliano. Tra questi e la manovalanza costituita dai pusher che si alternavano nell’attività di spaccio, si frapponeva un livello intermedio rappresentato, in particolare, da CATANZARO Salvatore e da PULEO Paolo, deputati alla supervisione delle attività illecite, alla gestione e alla spartizione delle dosi tra gli spacciatori nel corso dei vari turni, alla raccolta delle somme di denaro costituenti il provento dello spaccio. Quanto a BILLECI Elena (moglie di ZARCONE Massimiliano e madre di ZARCONE Antonino), non è stata rilevata solo una sua generica partecipazione ai loschi affari del gruppo criminale, poiché è risultato evidente che alla donna fosse stata attribuita la precipua funzione di tenere la “contabilità” degli affari dell’organizzazione, essendo deputata ad annotare le somme di denaro ricavate da ciascun pusher ed il numero delle dosi distribuite durante il turno.

La suddivisione interna dei ruoli e dei compiti tra gli associati, tuttavia, non era rigida ed inviolabile, anzi alcuni ruoli risultavano intercambiabili ed alcuni indagati erano chiamati, a seconda delle esigenze, talvolta alla raccolta del denaro incassato dai pusher e al loro rifornimento di stupefacente, talvolta ad occuparsi essi stessi dello smercio al dettaglio, rivestendo contemporaneamente i ruoli di vedette, fornitori e spacciatori. Tale caratteristica ha ulteriormente dimostrato l’esistenza di un’organizzazione stabile e continuativa, con dinamiche interne ben definite e predisposizione di mezzi per il perseguimento di un fine comune. La fungibilità dei ruoli è riprova della reciproca consapevolezza degli associati circa i compiti e l’incarico di ciascuno.

Oltre alla palese condivisione di scopi, strategie e rischi, i membri dell’organizzazione, nonostante le distanze fossero brevi, sovente condividevano anche mezzi di trasporto per spostarsi agevolmente e rapidamente nel corso delle attività illecite.

Le attività di riscontro effettuate nel corso dell’indagine, oltre alle 29 segnalazioni di assuntori di droga all’autorità amministrativa, hanno già consentito di arrestare in flagranza di reato 22 persone, responsabili di singoli episodi di spaccio e detenzione illecita di sostanze stupefacenti.

Cronaca
Trovato il 61enne ALU’ Giuseppe che stringeva con forza una corda al collo del figlio 41enne
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PALERMO - Questo pomeriggio pochi minuti dopo le 14.00 è giunta una telefonata al 112 in cui l’interlocutore segnalava una lite furibonda in un appartamento in via Trapani ad Alimena (Pa). Sul posto è giunta immediatamente una pattuglia della locale Stazione Carabinieri. Gli uomini dell’Arma entrati nell’appartamento, hanno trovato il 61enne ALU’ Giuseppe che stringeva con forza una corda al collo del figlio 41enne Giuseppe, ormai morto. Il medico di guardia arrivato in via Trapani non ha potuto fare altro che constatare il decesso. Sul posto sono giunti i Carabinieri della Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale di Palermo ed il medico legale. Il 61enne ALU’ Giuseppe, autista, si trova in questo momento negli uffici della Compagnia Carabinieri di Petralia Sottana

Cronaca
Sull'uomo pendeva un ordine di carcerazione emesso dalla procura di Messina nel 2010
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Red. Cronaca


PALERMO: I Carabinieri della Compagnia di San Lorenzo, supportati dagli uomini del 12° Battaglione Sicilia, dalle unità cinofile e da un elicottero del N.E.C., hanno proceduto ad un controllo presso il campo nomadi della Favorita, col contributo dei Vigili del Fuoco e della Polizia Municipale.Le operazioni previste hanno permesso di identificare 73 persone e di effettuare 45 perquisizioni domiciliari durante le quali i militari hanno assicurato alla giustizia DIBRANI SEBASTIAN, 43 enne di origine slave, sul quale pendeva un ordine di carcerazione emesso dalla procura di Messina nel 2010. L'uomo è stato associato al Pagliarelli, dove dovrà scontare una pena di otto mesi.

69 persone sono state denunciate per invasione di terreni. Un trentenne serbo è stato segnalato alla Prefettura quale assuntore di sostanze stupefacenti. Circa venti, sprovvisti di documenti, sono stati identificati tramite la rilevazione di impronte digitali; fra questi, quattro donne sono risultate clandestine sul territorio nazionale per cui sono state avviate le procedure per il rimpatrio. 12 auto sono state sequestrate, perché prive di assicurazione.  L’ASP ha rilevato precarie condizioni igienico sanitarie.

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