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Il commento
Così il Procuratore Capo di Catanzaro durante la trasmissione Agorà
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di Roberto Ragone 
 
 
La frase del Procuratore Capo di Catanzaro, dottor Nicola Gratteri, intervistato martedì mattina 16 maggio da Gerardo Greco, durante la trasmissione Agorà, in onda su Rai 3, a proposito del caso di malaffare del centro per migranti di Isola Capo Rizzuto, è definitiva, e rivelatrice di una situazione che tutti ipotizzano, nel pubblico dell’uomo della strada, ma che raramente era stata espressa con tale chiarezza e concisione. La frase completa è: “Le mafie votano e fanno votare, partecipano attivamente alla vita politica e non stanno mai all’opposizione.” Gratteri è un magistrato che più volte ha dimostrato la sua obiettività; forse un personaggio ‘scomodo’ per alcuni. Il suo ‘mettere in chiaro’ ciò che altri mandano per segnali, in maniera criptica, dovrebbe far pensare tutti i cittadini per bene. Per proprietà transitiva, questa frase evidenzia  che, se non stanno mai all’opposizione, le mafie appoggiano il potere.
 
Lo scopo di una organizzazione malavitosa è evidentemente quello di assumere più potere possibile, da sfruttare per guadagni illeciti, al di là di ogni partito o ideologia, rendendo molto chiaro chi comanda, in Italia come nel resto del mondo. Falcone e Borsellino, e prima ancora Dalla Chiesa, sono stati uccisi quando hanno toccato i soldi dei mafiosi. I ‘poteri forti’, di cui si favoleggia ogni volta che accade qualcosa di incomprensibile, sono evidentemente quelli che hanno in mano le leve di comando, e in questo caso potremmo parlare di ‘appoggi forti’. È cercando i poteri forti che si trovano gli agganci con chi conquista il potere in qualsiasi modo, lecito o, il più delle volte, illecito. Club Bilderberg, Trilateral, New World Order (o Nuovo Ordine Mondiale) fanno capo a persone potentissime, che controllano le banche d’affari e muovono grossi capitali, come è stato nel caso delle dimissioni di Berlusconi. Il fatto che se ne sia scritto, e che nessuno l’abbia contestato, è una dimostrazione della realtà di una certa situazione. Se quello che dice il dottor Gratteri corrisponde a verità, anche i nostri governi potrebbero aver goduto di tali ‘appoggi’: ricordiamo che l’ultima sentenza di Cassazione del processo Andreotti stabilì la sua mafiosità, non più perseguibile per prescrizione del reato. Intanto Renzi è allo sbando.
 
È di oggi, 16 maggio, la pubblicazione sul Fatto Quotidiano di un’intercettazione a suo carico in una telefonata con il padre, riportata nel libro di Marco Lillo, nella quale esorta Tiziano a ‘Dire la verità’. Una frase che dimostrerebbe l’innocenza del padre di Matteo. Detta ad arte? Chissà. Sapeva d’essere intercettato? È  plausibile pensare che ne fosse al corrente, come presidente del Consiglio.
 
Ultimamente, in suo comunicato, riferisce di una “Impressionante crescita del PD”. Peccato che, sempre sul ‘Fatto’, leggiamo che nelle sue primarie, nonostante il voto dei richiedenti asilo e quelli procurati dal suo favorito De Luca, Matteo ha perso oltre un milione di voti. Patetico poi il tentativo di screditare la Raggi mobilitando i giovani del PD in maglietta gialla: li abbiamo visti rastrellare prati e giardini pubblici, senza minimamente avvicinarsi ad alcuno di quei cassoni stracolmi e popolati da topi e gabbiani che sono stati mostrati in televisione, e dei quali s’è persa ogni traccia. Insomma, se le cose stanno così, questo spiegherebbe perché la politica è arrivata ad essere lacchè dei potenti, e perché in politica troviamo tanti personaggi che non inviteremmo a cena a casa nostra. In realtà il panorama che ci da’ oggi la politica, con l’elezione di Macron, creatura di J P Morgan a presidente della Repubblica francese, è quello di succubanza a lobby e gruppi di potere, non solo in campo commerciale.
 
Il tentativo di introdurre la TTIP attraverso una votazione in parlamento europeo la dice lunga. Come la raccontano anche il TAP, definito ‘opera strategica’, che distruggerà l’economia di una regione come la Puglia, produttrice del 40% dell’olio extravergine d’oliva della nazione. Come la dice lunga la TAV, osteggiata giustamente dagli abitanti dei luoghi che essa attraversa. E potremmo continuare con il Ponte sullo Stretto, con la trivellazione petrolifera entro le dodici miglia, prima negata e poi riammessa in sordina; come il boicottaggio del referendum che avrebbe preteso dai petrolieri il rispetto degli accordi presi in conseguenza delle concessione per le trivellazioni in Adriatico, mentre ora le torri petrolifere rimarranno a futura memoria. Come l’inquinamento della Basilicata ad opera di trivellazioni, ora finalmente ammessa da chi l’ha provocata. Come potremmo dire anche delle varie ‘decisioni’ del Parlamento Europeo, espressione di una classe impiegatizia al soldo di chi comanda davvero. Potremmo metterci anche i vaccini, e la lobby del farmaco? Secondo alcuni sì, visto che, analizzati, i vaccini non sono nocivi in sé, ma per la poca cura con cui vengono preparati, risultando inquinati da metalli pesanti e altre piacevolezze, che sarebbero poi quelle che provocano danni ai bambini. Oggi l'industria alimentare è quella che fattura cifre molto importanti nel mondo e ricordiamo le varie proibizioni dell'UE che hanno cercato, nel tempo, di proibire i nostri prodotti tipici.
 
Un articolo di Dario Guidi, sul mensile della COOP 'Nuovo Consumo' di Aprile 2017, evidentemente inressata al settore alimentare, parla di "Alta concentrazione" di multinazionali dell'industria alimentare, marchi noti e meno noti, che valgono centinaia di miliardi di dollari, senza badare alla salute dei consumatori, ma solo agli interessi degli azionisti. Altri importanti fatturati, di cui nessuno parla, sono quelli dell'industria bellica, controllati, per forza di cose, a livello politico. possiamo star certi che la mosca va dove c'è il miele, e dove c'e denaro, si accalcano interessi non sempre limpidi. Come nel caso dei 'migranti'.
L'inchiesta
15 misure cautelari e due fermi tra la Lombardia e la Sicilia nell'ambito di una indagine contro le attività criminali della famiglia mafiosa catanese dei Laudani
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Polizia di Stato e Guardia di Finanza hanno eseguito 15 misure cautelari e due fermi tra la Lombardia e la Sicilia nell'ambito di una indagine contro le attività criminali della famiglia mafiosa catanese dei Laudani coordinata dalla Dda di Milano. In particolare, secondo quanto si è appreso, sono state poste in amministrazione giudiziaria quattro direzioni generali della società di grande distribuzione Lidl, cui afferiscono circa 200 punti vendita. Destinatarie delle misure sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto tra le proprie attivitò commerciali, anche la vigilanza privata del Tribunale di Milano. Si tratta di società che forniscono i vigilantes del Palagiustizia. Nell'operazione sarebbero emersi stretti rapporti tra alcuni dirigenti delle società coinvolte e messe in amministrazione giudiziaria, e alcuni personaggi ritenuti appartenenti alla famiglia dei Laudani. Nel corso dell'operazione, il gip del tribunale di Milano, su richiesta della Dda, ha emesso 15 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di soggetti a vario titolo accusati di far parte di un'associazione per delinquere che ha favorito gli interessi, in particolare a Milano e provincia, della famiglia mafiosa catanese dei Laudani. Altri due fermi di indiziato di delitto sono stati eseguiti a Catania.

Il procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, responsabile della Dda milanese, ha spiegato che le indagini riguardanti la Lidl hanno accertato che "sapevano chi corrompere, quali fossero le persone giuste da corrompere. Per coloro che volevano corrompere - ha detto - era come pescare in un laghetto sicuro: sapevano esattamente chi, come e dove trovare le persone da corrompere. Tutta l'indagine - ha aggiunto - è stata condotta in piena sinergia con l'autorità giudiziaria di Catania"

Nell'ordinanza cautelare, si legge che la presunta associazione per delinquere avrebbe ottenuto "commesse e appalti di servizi in Sicilia" da Lidl Italia e Eurospin Italia attraverso "dazioni di denaro a esponenti della famiglia Laudani", clan mafioso "in grado di garantire il monopolio di tali commesse e la cogestione dei lavori in Sicilia". Gli arrestati, inoltre, avrebbero ottenuto lavori da Lidl Italia "in Piemonte" attraverso "dazioni corruttive". L'ordinanza del gip di Milano Giulio Fanales, è stata emessa su richiesta del pm della Dda Paolo Storari. La presunta associazione per delinquere, composta da 16 persone, avrebbe commesso "una pluralità di delitti di emissione di fatture per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta mediante l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, omessa dichiarazione Iva, omesso versamento IVA, appropriazione indebita, ricettazione, traffico di influenze, intestazione fittizia di beni, corruzione tra privati". In particolare, Luigi Alecci, Giacomo Politi e Emanuele Micelotta, tutti "con il ruolo di capi e promotori", nel 2008 avrebbero costituito "dapprima la Sigi Facilities e poi, nel 2015, la Sigilog, società consortile a cui fanno capo una serie di imprese, che si occupano di logistica e servizi alle imprese, intestate a prestanome al fine di permettere agli indagati una totale mimetizzazione". Queste imprese, poi, come si legge sempre nell'ordinanza, avrebbero versato somme di denaro a Simone Suriano "dipendente Lidl Italia srl, con il ruolo di associato" e finito oggi agli arresti domiciliari. Suriano sarebbe stato "stabilmente a libro paga al fine di far ottenere appalti a favore di imprese facenti parte dei consorzi Sigi Facilitis e Sigilog". La società Lidl Italia, invece, non è indagata. Soldi sarebbero stati versati, poi, anche a Salvatore Orazio Di Mauro, "fino al suo arresto intervenuto in data 10.2.2016". Di Mauro sarebbe un "esponente di spicco della famiglia Laudani, uomo di fiducia di Laudani Sebastiano classe '69, detto Iano il grande". Le imprese della presunta associazione, tra l'altro, avrebbero versato denaro anche a "Enrico Borzì", anche lui presunto esponente dell'associazione. I rapporti tra gli indagati e la famiglia Laudani, si legge negli atti, "risalgono a tempo addietro" e tra le finalità dei versamenti c'era anche quella "di provvedere al sostegno dei detenuti della famiglia mafiosa dei Laudani".

Uniti si vince
Mezzo milione in tutta Italia.Don Ciotti: "Oggi a Locri siamo tutti sbirri"
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LOCRI - In 25mila a Locri e mezzo milione in tutta Italia. Sono i numeri della marcia organizzata da 'Libera' per la Giornata della memoria e del ricordo delle vittime della mafia. "Oggi a Locri siamo tutti sbirri. Ricorderemo tanti nomi di esponenti delle forze dell'ordine che hanno perso la vita e nessuno li può etichettare e insultare". A detto in apertura della manifestazione don Luigi Ciotti dopo le scritte offensive comparse ieri a Locri.

In testa al corteo i familiari delle vittime che reggono due striscioni di Libera con lo slogan della Giornata di quest'anno: "Luoghi di speranza, testimoni di bellezza". Dietro di loro una grande bandiera della pace portata da ragazzi migranti minorenni giunti in Calabria a bordo di barconi nei mesi scorsi. A seguire i gonfaloni, le autorità e migliaia di persone giunte da tutta Italia."Orgogliosa di avere sposato uno sbirro". É la scritta che la vedova del brigadiere Antonino Marino, ucciso a Bovalino il 9 luglio del 1990, ha scritto sulla propria camicia bianca con la quale sta marciando a Locri nel corteo di Libera. "Quando ho visto le scritte di ieri - ha detto - mi sono arrabbiata, mi si è rivoltato lo stomaco. Da qui l'impulso di fare questa maglietta. Sono moglie e mamma di un carabiniere e oggi mi sento la mamma di tutti i carabinieri d'Italia. Gli sbirri sono persone perbene. Rispetto!".

"La prima mafia - ha detto Ciotti - si annida nell'indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla e girarsi dall'altra parte. L'omertà uccide, la verità è la speranza". "Coraggio e umiltà - ha aggiunto - non richiedono 'eroismi' ma generosità e responsabilità. Consapevolezza e responsabilità sono inseparabili. Se oggi i diritti sono così deboli non è solo a causa di chi li attacca, ma anche di chi li difende troppo debolmente o peggio si nasconde dietro di essi per giustificare inadempienze e negligenze". "La legalità - ha detto don Ciotti - non può essere un insieme di principi sacrosanti, ma astratti, ma un ponte tra la responsabilità e la coscienza di essere persona sociale ed il ruolo attivo e positivo che giochiamo nella nostra comunità. Sull'assenza di progetti e proposte concrete e credibili rischiamo di rassegnarci alle mafie come un male inevitabile".

Ieri le scritte contro il prete simbolo della lotta alla mafia ('Don Ciotti sbirro') sui muri del Vescovado che lo ospita in questi giorni. Domenica la visita del presidente Sergio Mattarella.

Magistratura
Il PM: "Reputo doveroso tentare di concludere il mio sforzo"
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di Paolino Canzoneri

 

Il pubblico ministero Nino Di Matteo, con il massimo dei voti, passa alla Superprocura Nazionale Antimafia come vincitore di concorso e presto si trasferirà a Roma. Stessa promozione per i PM Maria Cristina Palaia, Francesco Polino e Barbara Sargenti. Una promozione e un trasferimento che consentirà comunque a Nino Di Matteo di proseguire il processo e dibattimento sulla trattativa Stato-Mafia; egli stesso ha commentato: "Io stesso ho chiesto al procuratore di Palermo e al procuratore nazionale antimafia l'applicazione per potere finire il processo sulla trattativa e anche qualche indagine collegata ala trattativa Stato-mafia, perché reputo questo un dovere. Io sono stato quello, con il dottor Ingroia che ha iniziato le indagini. Con i colleghi Tartaglia, Teresi e Del Bene abbiamo affrontato un percorso difficile, irto di ostacoli anche strumentalmente posti lungo il nostro cammino. Reputo doveroso tentare di concludere il mio sforzo. La mia non è una fuga, ma una scelta per potere continuare a occuparmi di mafia". Di fatto erano cinque i posti disponibili adesso occupati dai vincitori del concorso. Restano esclusi l'ex PM di Caltanissetta Luca Tescaroli che indagò sulla strage di Capaci e su Mafia Capitale; Alfonso Sabella e Teresa Principato che occuperà incarico di "sovrannumero" come procuratore aggiunto di Palermo che le spetta per l'aver superato gli otto anni di permanenza nell'incarico nel capoluogo siciliano.
 
Una disposizione e un quadro deciso dal capo della DNA Franco Lo Voi che insieme al procuratore nazionale antimafia Franco Roberti deciderà sull'applicazione di tale quadro investigativo al processo sulla Trattativa Stato-Mafia la cui conclusione sembra prevista per il 2018. Riguardo il suo impegno nella Capitale che sarà operativo fra circa due mesi, Di Matteo stesso ha chiarito: "Di cosa mi occuperò a Roma lo deciderà il procuratore nazionale antimafia. La mia esperienza è maturata in Sicilia, sulle indagini e sui processi sulle stragi, sulle cosche siciliane e sui rapporti di Cosa nostra con la politica e le istituzioni. Spero che la mia esperienza possa essere utile anche al nuovo ufficio". Sulla promozione il commento di Nino Di Matteo è chiaro: "Veti istituzionali impedirono la mia nomina. La mia scelta non è quella di una resa. Ho fatto la domanda per andare alla Procura nazionale antimafia per cercare di continuare a dare un contributo nella lotta a Cosa nostra. Non è facile dopo 25 anni di impegno, con tutti i miei limiti, molto gravoso e totalizzante nelle DDA di Caltanissetta e Palermo, lasciare la Sicilia. La mia è stata una scelta dovuta alla consapevolezza che per continuare, in questo momento, ad impegnarmi nella lotta alla mafia dovevo cambiare ruolo e ufficio".
 
Due anni orsono la sua candidatura venne bocciata  e ricorse al Tar del Lazio ma lo stesso Di Matteo visse la vicenda come una sorta di "mortificazione ingiusta": "A prescindere dal valore altissimo dei colleghi che mi sono stati preferiti in altre circostanze resto convinto che in passato ci sia stato anche qualche veto, qualche pregiudizio. Probabilmente è accaduto che qualche alto esponente istituzionale abbia posto dei veti o abbia pressato perchè la mia domanda non fosse accolta. Questo è quello che penso: mi auguro che non sia accaduto, ma ho qualche elemento per ritenere che possa essere accaduto". Tracciando un profilo storico di Nino Di Matteo si evidenzia facilmente lo spessore e l'alta professionalità che lo ha sempre contraddistinto sin dai tempi della collaborazione dell'ex collega Antonio Ingroia nelle complesse indagini che portarono al processo per la mancata cattura del boss allora latitante Bernando Provenzano nel lontano 1995; come non ricordare  pochi anni prima quando Di Matteo stesso aveva messo a processo l'ex presidente della Regione Totò Cuffaro per i rapporti con cosa nostra. Nel 2013 il boss Totò Riina fu intercettato mentre parlava dal carcere a Milano-Opera di un possibile attentato a Di Matteo mentre nel 2014 il pentito Vito Galatolo rivelò che l'attentato era stato progettato dal superlatitante Matteo Messina Danaro, rivelazione ritenuta attendibile e che da quel momento pose il pm sotto la massima protezione con scorta e accompagnati da un dispositivo dla nome "bomb jammer" che neutralizza qualsiasi funzionamento di telecomandi nei percorsi blindati del PM.
Allarme criminalità
Il questore di Foggia, Piernicola Silvis, non esclude che vi sia un nesso tra l'episodio degli spari contro i mezzi della polizia della notte scorsa a San Severo e lo sgombero del Gran Ghetto
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SAN SEVERO - Una persona sola alla guida di una vecchia utilitaria, si avvicina ai mezzi della polizia parcheggiati per strada, spara con una pistola e poi accelera e fugge. E' quanto mostrano le immagini di una telecamera di videosorveglianza che hanno ripreso l'attentato compiuto la scorsa notte a San Severo contro mezzi della polizia parcheggiati dinanzi ad un albergo vicino alla stazione centrale.E' stata ritrovata questa mattina, abbandonata nell'abitato di San Severo, l'automobile utilizzata nell'attacco. Si tratta di una utilitaria di vecchio tipo che è risultata essere stata rubata qualche giorno fa.

Diversi colpi di arma da fuoco sono stati sparati la scorsa notte contro automezzi della polizia del Reparto mobile che da alcuni giorni sono in città per un controllo rafforzato del territorio disposto in seguito a numerosi episodi di criminalità verificatisi negli ultimi tempi. I colpi hanno raggiunto e danneggiato in tre punti un furgone che parcheggiato dinanzi ad una albergo dove è ospitato il personale di polizia inviato da altre città e che si trova vicino alla stazione ferroviaria. E' stato il portiere dell'albergo a sentire gli spari e dare l'allarme. Non appena ha appreso la notizia, il sindaco di San Severo, Francesco Miglio, ha subito sentito il questore di Foggia, Piernicola Silvis al quale ha espresso "la più totale e convinta solidarietà dell'Amministrazione Comunale".

 A quanto si è appreso, gli spari hanno raggiunto un furgone in dotazione a personale del Reparto mobile della Polizia che era parcheggiato dinanzi all'albergo dove alloggiano gli agenti che sono stati inviati da Bari. E' stato il portiere dell'albergo a sentire gli spari e dare l'allarme. I proiettili hanno danneggiato la carrozzeria del furgone in tre punti. Si indaga per accertare i motivi del gesto su cui, al momento, la questura non formula ipotesi specifiche.


"E' un attacco alle istituzioni. E' un atto di una gravità inaudita. C'è una parte della popolazione che sfida le istituzioni. E' un fatto gravissimo". Così  il sindaco di San Severo, Francesco Miglio, commenta quanto avvenuto nel comune dauno dove alcuni colpi di pistola sono stati sparati nella notte contro auto della polizia in sosta davanti ad un albergo nei pressi della stazione. Miglio nei giorni scorsi è stato protagonista di uno sciopero della fame iniziato per attirare l'attenzione sull'escalation di criminalità che sta vivendo San Severo: "Assistiamo preoccupati a questa escalation dei fenomeni criminosi nel nostro territorio"  ha detto il primo cittadino il quale ha espresso la sua solidarietà al questore di Foggia, Silvis per "quest'ultimo episodio di inaudita gravità" e che nei giorni, aveva attuato lo sciopero della fame per sollecitare l'intervento del governo dopo una serie di episodi messi in atto dalla criminalità.

Il 28 febbraio scorso Miglio aveva incontrato il ministro dell'Interno Marco Minniti. "Solo martedì scorso siamo stati rassicurati dal ministro dell'Interno a riguardo di azioni che saranno presto intraprese e valutate in un tavolo tecnico - afferma Miglio - e immediato è stato l'invio di uomini e mezzi del Reparto Prevenzione Crimine che in questi giorni hanno presidiato il territorio, ma la risposta della malavita ci ha lasciato basiti". "In pochi giorni - prosegue Miglio - i nostri negozi hanno subito altre rapine, questa volta sono state due macellerie ad essere prese di mira, poi un furto nottetempo in un esercizio commerciale a due passi dal Palazzo Municipale, quindi un auto che, non fermandosi ad un posto di blocco, nel darsi alla fuga ha travolto un ragazzo in bicicletta". "Insomma - aggiunge - San Severo ha paura, San Severo si sente gravemente minacciata e colpita, San Severo ed i suoi cittadini percepiscono che è in atto una vera e propria guerra nei confronti della città, dei suoi abitanti, per la stragrande maggioranza laboriosi ed ossequiosi delle regole del vivere civile, ma soprattutto, dopo questo vile gesto, è in atto una azione pericolosa e strategica contro lo Stato". Quindi "ancora una volta e con forza chiediamo aiuto - prosegue -, chiediamo di non essere lasciati soli, chiediamo che con ogni urgenza vengano avviate azioni incisive ed immediate". "Non ci facciamo intimidire, non ci facciamo prendere dallo scoramento - conclude - non assistiamo passivamente a questi ultimi eventi, chiedo a tutti di non mollare ed affrontare tutti insiemi questa emergenza".

Il questore di Foggia, Piernicola Silvis, non esclude che vi sia un nesso tra l'episodio degli spari contro i mezzi della polizia della notte scorsa a San Severo e lo sgombero del Gran Ghetto che si trovava nel territorio comunale, ma al momento propende per l'ipotesi che si sia trattato di una reazione della criminalità locale al rafforzamento dei controlli disposto negli ultimi giorni per frenare l'escalation criminale. I mezzi presi di mira dall'attentatore erano parcheggiati dinanzi ad un albergo dove è ospitato - precisa il questore - personale della polizia che nei giorni scorsi ha operato anche per i servizi di ordine pubblico durante lo sgombero del ghetto e che ora partecipa ai servizi di controllo della residenze in città dove sono stati trasferiti i migranti del ghetto. Ma è probabile - ha aggiunto Silvis - che chi ha sparato abbia preso di mira i mezzi della polizia come ritorsione perchè l'incremento dei controlli ha infastidito molto la criminalità. Negli ultimi giorni dopo l'incremento di episodi criminali in città, infatti, il sindaco Francesco Miglio aveva fatto uno sciopero della fame per chiedere l'intervento del governo, ed aveva incontrato il ministro dell'Interno Minniti, ottenendo l'invio un primo incremento delle forze dell'ordine impegnate sul territorio.

(FOTO: Gazzetta di San Severo)

Cronaca
Ancora non è stata fissata la data dell’udienza che vedrà protagonista il boss
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di Angelo Barraco

PALERMO – Colpo di scena nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. “Accetto di rispondere alle domande dei pubblici ministeri” Il Boss dei Corleonesi Totò Riina ha fatto sapere tramite il suo avvocato – ad udienza chiusa- che ha intenzione di rispondere alle domande del pm e degli avvocati in merito al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Una notizia inaspettata che arriva come un fulmine a ciel sereno  e che lascia tutti sorpresi poiché il boss ha sempre negato apertamente ogni suo coinvolgimento in Cosa Nostra e l’esistenza stessa dell’organizzazione, tale sua fermezza è stata ben evidenziata nel corso del maxiprocesso, ma questa sua prima e vera volontà di parlare sta  fomentando anche ulteriori attese e curiosit, farà nuove ed eclatanti rivelazioni?
 
Per il capo dei capi è la prima volta che si sottopone a questo esame sul processo Stato-Mafia che cerca di far luce su presunti accordi tra i sanguinari boss che hanno messo in ginocchio la Sicilia degli anni 80 e 90 e le istituzioni. Un presunto patto avvenuto a seguito della sanguinosa stagione stragista in cui si presume che il boss scrisse una serie di richieste che avrebbe fatto pervenire ai vertici delle istituzioni. La testimonianza di Riina però assume una valenza importante e di spessore a seguito delle importantissime intercettazioni carcerarie in cui il boss, durante l’ora d’aria, parla con il boss della Sacra Corona Unita, Alberto Lorusso, nel carcere di Opera  e racconta particolari di quella che è stata l’epoca delle stragi e quelli che furono gli intrecci che si vennero a creare. Rivolge anche minacce al pm Di Matteo nel corso di quelle lunghe conversazioni.
 
Un processo lungo e articolato che vede imputati: Massimo Ciancimino, Giovanni Brusca, ma anche ex politici di spicco come Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino, vi sono inoltre ex ufficiali dei Ros dei Carabinieri. Soltanto Riina ha dato l’ok nel voler proferire parola in aula in merito a queste torbide vicende che ancora oggi attanagliano il nostro paese come una morsa che sembra non volersi allentare.  ad udienza terminata  il Presidente della Corte chiede se qualcuno degli imputati vuole sottoporsi all’esame del pm. Riina  si trovava collegato in aula mediante videoconferenza e dopo aver parlato con il suo legale ha dato il suo consenso. L’accusa farà a Riina domande in merito al tanto discusso papello, al rapporto con le cariche dello Stato, ma anche a quanto ha riferito al suo confidente e compagno di “aria” Lorusso.  Cosa avrà da dire dopo tutti questi anni? Ancora non è stata fissata la data dell’udienza che vedrà protagonista il boss, il 10 febbraio però Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno  accusano di falsa testimonianza, farà dichiarazioni spontanee.  
L'Operazione antimafia
L'uomo era il capo del braccio armato della cosca Santapaola
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CATANIA - E' stato catturato nel Catanese Andrea Nizza, considerato a capo del braccio armato della cosca Santapaola e a capo di uno più vasti traffici di droga. Era inserito nell'elenco dei 100 latitanti più pericolosi d''Italia. Carabinieri del comando provinciale di Catania lo hanno arrestato a Viagrande, assieme a due suoi amici che avevano preso in affitto la casa in cui si nascondeva. Probabilmente alla sua cattura si è giunti anche grazie alle indicazioni del fratello del ricercato, Fabrizio, che è un collaboratore di giustizia.

Andrea Nizza, 30 anni, era ricercato dal 2014. Si era reso irreperibile dopo una condanna a sei anni e otto mesi nel processo scaturito dall'operazione Fiori bianchi. La sua specializzazione era il traffico di droga internazionale, con collegamenti con Albania e Grecia. Il gruppo Nizza gestiva per contro della 'famiglia' Santapaola-Ercolano' il traffico di droga prima nello storico rione San Cristoforo di Catania, per poi trasferirsi in quello popoloso di Librino, realizzando il suo 'centro di spaccio nel famigerato Palazzo di cemento, ed espandendo il suo ramo d'azione.

Operazione Ermes 2
Le imprese poste sotto sequestro erano dirette da alcuni prestanome sorretti dalle famiglie mafiose dell'area di Trapani
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di Paolino Canzoneri


TRAPANI – Alle prime luci dell'alba la Squadra Mobile di Trapani, Palermo, Mazara del Vallo e Castelvetrano hanno messo a segno un importante blitz con 11 misure cautelari e ponendo sotto sequestro tre imprese gestite da persone vicine al clan di Matteo Messina Danaro. L'operazione dal nome "Ermes 2" ha visto il massiccio impiego di una settantina di agenti coadiuvati dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano. Inferto un colpo durissimo al clan del superlatitante grazie alle indagini che hanno fatto luce sugli accordi tesi allo spartimento degli appalti tra il clan di Mazara del Vallo retto da Vito Gondola e il clan di Castelvetrano sotto il controllo di Matteo Messina Danaro. Gli arresti sono stati disposti dal GIP del Tribunale di Palermo a seguito della richiesta accolta della Procura Antimafia che ne ha coordinato l'inchiesta. Le imprese poste sotto sequestro erano dirette da alcuni prestanome sorretti dalle famiglie mafiose dell'area di Trapani. Cosa nostra quindi era in grado di infiltrarsi in progetti di rilievo come la ristrutturazione dell'Ospedale e i lavori del parco eolico di Mazara del Vallo. Questo secondo smacco al clan del superlatitante si va ad aggiungere al precedente altrettanto importante e duro avvenuto a distanza di pochi giorni il 13 dicembre in cui venne arrestato l'imprenditore Rosario Firenze accusato di pilotare appalti pubblici della provincia trapanese. Le misure cautelari disposti in 4 arresti e 7 obblighi di dimora hanno coinvolto: gli imprenditori Carlo e Giuseppe Loretta; Paola Bonomo; Andrea Alessandrino; Angelo Castelli; il giornalista Filippo Siragusa (obbligo di dimora); Epifanio Agate (figlio di Mariano Agate, defunto boss di Mazara); Francesco Mangiarcina, Rachele Francaviglia, Nataliya Ostashko, Nicolò Passalacqua. Notificati avvisi di garanzia per Vita Anna Pellegrino,  Filippo Frazzetta e  Maria Grazia Vassallo. In tarda mattinata si è tenuta la conferenza stampa nella Questura di Trapani per rendere noti dettagli e contenuti dell'indagine.
 
Cronaca
Avvisi di garanzia per un notaio e un ex direttore di banca
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di Paolino Canzoneri


PALERMO – I Finanzieri del nucleo speciale di Polizia valutaria questa mattina hanno sequestrato beni dal valore di oltre 2 milioni di euro appartenenti a due costruttori mafiosi del capoluogo siciliano Francesco e Vincenzo Graziano, boss del quartiere Acquasanta.
 
L'ordine è partito dal GIP Fabrizio La Cascia a seguito di indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Al reciclaggio e trasferimento fraudolento dei beni  sembra abbiano collaborato dei complici fra cui l'avvocato Nicolò Riccobene, il direttore di una agenzia dell'ex Banca di Roma Massimo Sarzana e il notaio Gaetano Giampino. Disposta dal Giudice per le indagini preliminari il divieto di dimora nella provincia palermitana per i due costruttori mentre per il notaio sono scattati gli arresti domiciliari con l'accusa di associazione mafiosa con la conseguente interdizione e il divieto di esercizio della professione. Per l'avvocato Riccobene oramai 72enne il GIP ha disposto la sospensione temporanea dall'albo professionale con l'accusa di favoreggiamento.

Ad inchiodare l'avvocato Riccobene, abbastanza noto a Palermo, alcune intercettazioni che avrebbero rivelato la sua collaborazione quale "messaggero" del boss Graziano e sembra che il suo ruolo si sia spinto pure nel recuperare somme di danaro reciclate per conto del clan. Dalle indagini sembra emergere che i due fratelli Graziano abbiano immesso nel circuito legale degli immobili acquistati grazie a solvibilità proveniente dall'associazione mafiosa. Un giro di cessioni di beni attraverso compravendite tra amici, parentela e prestanome con la complicità compiacente del direttore di banca che opportunamente avrebbe concesso i mutui necessari per estinguere i pagamenti. Gli inquirenti hanno potuto cosi esaminare tutto il carteggio relativo ai contratti bancari scoprendo che dal luglio del 2007 fino al marzo del 2008 l'istituto bancario aveva concesso l'erogazione di 14 operazioni finanziarie del valore circa di 250mila euro cadauna consentendo alla famiglia mafiosa dei Graziano di poter disporre di un credito da capogiro di circa 3milioni e 310mila euro giustificato nella documentazione fiscale da redditi inesistenti atti a simulare regolari acquisti di immobili nuovi nell'apparenza ma già a disposizione della famiglia.  
Cronaca
Ventuno arresti per mafia in manette anche un politico
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Redazione


BARI - È stata condotta, nella notte, una vasta operazione antimafia dei Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Bari. Documentato, tra l’altro, il limitato condizionamento delle elezioni regionali del maggio del 2015. Tra le persone coinvolte vi è anche un politico, factotum di un candidato. Oltre 300 i militari impegnati. Decine gli arresti e le perquisizioni domiciliari alla ricerca di armi e droga. Unità cinofile, metal detector, sofisticate strumentazioni e persino un Elicottero sono stati utilizzati dai Carabinieri per chiudere definitivamente il cerchio sull’agguerrito clan ”Di Cosola”. Capi ed affiliati sono stati neutralizzati da una complessa indagine che, coordinata dalla locale Direzione Distrettuale Antimafia, ha chiuso il cerchio attorno ad uno dei più storici e radicati gruppi criminali della città. Le accuse sono di “associazione di tipo mafioso”, “scambio elettorale politico-mafioso” e “coercizione elettorale in concorso”.
Le indagini, condotte attraverso sofisticate intercettazioni ambientali e telefoniche, hanno consentito di documentare come il clan” Di Cosola”, dopo aver vissuto un difficile periodo dovuto a varie collaborazioni con la Giustizia e diversi provvedimenti cautelari che ne hanno minato la potenza militare, si stesse riorganizzando, stipulando alcune “comparanze” con tutti gli altri clan della zona, aventi come minimo comune denominatore l’ostilità verso il clan Strisciuglio.
Grazie a questa strategia il clan Di Cosola stava continuando ad imperversare in alcuni quartieri cittadini ed in molti Comuni della Provincia, tanto da essere riuscito parzialmente a condizionare le elezioni regionali del maggio del 2015, sostenendo la campagna elettorale, nella sua area d’influenza, di un candidato iscritto nella lista Popolari.
Tra gli arrestati vi è infatti anche un politico, factotum del candidato, che, dopo aver partecipato a diverse riunioni con gli appartenenti al sodalizio, aveva concordato la corresponsione di 50 euro a voto. 

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