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Cronaca
I rapinatori armati e con il volto coperto erano penetrati nella notte nei locali dell'ufficio
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LECCE - La direttrice della filiale di Poste Italiane di viale Grassi a Castrì di Lecce ha avuto un malore quando si è trovata di fronte tre rapinatori armati e con il volto coperto, che erano penetrati nella notte nei locali dell'ufficio. I banditi l'hanno però rassicurata, dicendole che non volevano farle del male e che erano interessati solo a impadronirsi quanto prima dei soldi. L'hanno perfino accompagnata in bagno facendole bere un bicchiere d'acqua in modo che potesse riprendersi. Poi, subito dopo essersi assicurati il bottino, circa 60mila euro, sono fuggiti a bordo di una autovettura uscendo dallo stesso foro dal quale erano entrati. La direttrice, assieme a un impiegato, è giunta intorno alle 8 nell'ufficio: i due si apprestavano a compiere le operazioni preliminari prima dell'apertura al pubblico, prevista solitamente per le 8:30. A un certo punto, sono spuntati i tre rapinatori armati con il volto coperto da passamontagna e con i guanti. Il malore della direttrice non li ha scomposti più di tanto: si sono dimostrati freddi e preparati. Sull'episodio indagano i carabinieri della compagnia di Lecce e del Comando provinciale: si conta sull'esame dei filmati dei circuiti di videosorveglianza, anche se non sarà semplice visto che hanno agito a volto coperto.

Cronaca
Le bambine avrebbero riferito inoltre al padre che il nonno sarebbe entrato in bagno mentre facevano la doccia
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di Angelo Barraco
 
 
CASARANO – Le storie d’amore non sempre hanno un lieto fine e non sempre l’arrivo dei figli riesce a sanare le crepe pregresse, che con il passare del tempo diventano vere e proprie voragini che inghiottiscono lentamente la coppia in un baratro di incomprensione senza via d’uscita . Giampietro è sposato con una donna con la quale ha avuto tre figli. La coppia inizialmente risiede in una casa adiacente a quella dei genitori di Giampietro ma successivamente si trasferisce in una nuova abitazione. Il matrimonio sembra però non andare bene poiché sembrano esserci problemi all’interno della coppia, anche se  l’arrivo della terza figlia calma un po’ le acque. La quiete però sembra essere di facciata e la donna –a detta di Gianpietro- ben presto inizia a  manifestare un certo malessere che successivamente sfocia in vero e proprio turpiloquio, anche davanti alle figlie.
 
Il marito rimprovera alla donna inoltre di non adempiere alle faccende domestiche, pretendendo invece che siano le figlie ad occuparsene.  Alle bambine piaceva uscire insieme ai genitori e mangiare fuori, ma la reazione della madre –a detta del marito- non era propriamente positiva e accomodante e non appena arrivati sul posto sembra che la donna si rifiutasse persino di entrare all’interno del locale. Dai racconti resi dal marito emerge che la donna, quando si arrabbiava, diventava piuttosto aggressiva e avrebbe addirittura ferito le figlie con le unghie fino a lasciare dei lividi. Il marito accusa inoltre la moglie di aver trascurato le figlie anche nel vestiario poiché avrebbe fatto indossare loro abiti strappati e scuciti, malgrado ne avessero altri a casa e quando andavano da amici avrebbe fatto indossare loro  maglioncini sporchi e avrebbe imposto di non togliere il giubbotto.
 
Tale trascuratezza estetica avrebbe fatto nascere nelle figlie un profondo senso di vergogna nel relazionarsi con l’esterno tant’è  che –stando ai racconti del padre- una delle figlie si sarebbe rifiutata persino di scendere  al supermercato perché la madre le avrebbe fatto indossare pantaloni troppo corti. Secondo quanto dichiarato da Gianpietro, questo era uno dei motivi principali per cui litigavano spesso e la donna cominciava ad inveire anche contro le bambine, usando toni minacciosi. L’uomo inoltre accusa la donna di tener le bambine chiuse in casa e di non farle uscire, causando loro problemi di moto, la accusa di privarle dei loro giochi e di far sparire quelli che erano i regali della sua famiglia. Giampietro racconta che un’estate si trovava a casa e stava facendo dei lavoretti, la moglie si era alzata alle 10.00 e aveva cominciato a sgridare le figlie con parole piuttosto pesanti, lui, accortosi di ciò sarebbe entrato in casa dicendo alla moglie che non  avrebbe dovuto permettersi di toccare le bambine perché –secondo quanto asserisce Gianpietro- la donna aveva morso la figlia più grande lasciando i segni dei denti, il tutto sarebbe avvenuto soltanto perché la figlia avrebbe sbagliato a dire una parola al telefono con la madre di una compagna di scuola.
 
Anche i suoceri di Giampietro avrebbero influito in questo clima di tensione familiare, cercando di screditare alle bambine la figura padre in modo esplicito attraverso  ingiurie e usando toni minacciosi. Le piccole però raccontano tutto al padre, raccontano che il nonno gridava e batteva le mani sul tavolo dicendo frasi sconnesse e tutto ciò le impauriva. Le bambine avrebbero riferito inoltre al padre che il nonno sarebbe entrato in bagno mentre facevano la doccia, loro avrebbero cercato di farlo uscire mentre lui avrebbe cercato a tutti i costi di asciugarle. Giampietro parla di un clima di tensione e controllo in casa, dove alle bambine veniva proibito di chiamare il padre al cellulare e se il padre le chiamava loro sarebbero state obbligate a fare ascoltare la telefonata anche alla madre e in caso contrario avrebbero subito minacce. Le piccole parlano con il padre e raccontano un disagio familiare e un malessere che le turba e le inquieta, dove la serenità e la tranquillità sembra ben lontana da quelle mura.
 
La moglie permette a Giampietro di uscire con le bambine una volta a settimana per un’ora e tale momento implicherebbe un costante monitoraggio, da parte dei nonni, sugli spostamenti. Gianpietro parla inoltre di testimonianze raccolte dalle figlie in merito a maltrattamenti –che sarebbero avvenuti per mano dei nonni-  nei confronti della  più piccola; avrebbero raccontato infatti che alla piccola veniva dato troppo latte e che se lei non lo avesse bevuto tutto le bloccavano mani e piedi. Gianpietro spiega che la moglie  preferiva lasciare le bimbe sempre a casa dai suoi genitori dopo la scuola, piuttosto che a casa sua malgrado lui finisse prima di lavorare. Un giorno una delle figlie avrebbe raccontato al padre che mentre era seduta al tavolo, il nonno si sarebbe messo al suo fianco e avrebbe infilato la mano all’interno dei pantaloni toccandole il sedere.
 
Nel gennaio del 2009 Giampietro denuncia al Tribunale per i Minorenni di Lecce gravi abusi e molestie sessuali ai danni delle figlie da parte del nonno materno. Questa è la storia di un padre che aveva ricevuto le confidenze delle figlie maggiori e ritenne di dover fare un esposto al Tribunale per i Minori perché non sapeva come arginare una situazione di pericolo. Le parti in causa hanno sempre negato le accuse contestate. In merito alle accuse di natura sessuale c’è da precisare che sono soltanto attenzioni e non sono mai sfociate in vera e propria violenza sessuale. Lui fece un esposto al Tribunale dei Minori e–come ci spiega l’Avvocato- entro tre mesi furono portate via le figlie da entrambi i genitori e inserite in un istituto e si avviò un’indagine di natura civilistica. Le bambine ne hanno risentito tantissimo di questa situazione poiché il Tribunale dei Minori le ha riaffidate alla madre in costanza di indagine penale per violenza nei suoi confronti e nei confronti di suo padre. Le figlie sono state ascoltate in sede di incidente probatorio ben oltre due anni dopo i fatti e non hanno confermato le violenze.
Cronaca
"E' cosciente e sereno", hanno detto i sanitari che lo hanno in cura
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LECCE - Albano Carrisi é ricoverato nell'ospedale Vito Fazzi di Lecce per una leggera ischemia che lo ha colto ieri mentre era in viaggio di ritorno in Puglia dalle Marche. Dopo essersi sentito male, Albano è stato ricoverato nel Policlinico di Bari per primi accertamenti e poi trasferito a Lecce. Il candante è ora ricoverato nella Stroke Unit, l' unità specializzata nella cura dell'ictus, all'interno del reparto di neurologia. "E' cosciente e sereno", hanno detto i sanitari che lo hanno in cura. La compagna Loredana Lecciso è attesa a momenti. Poco prima di Natale il cantante era stato operato proprio per dei problemi cardiaci. Stava provando la scaletta di un concerto all’Auditorium di Roma, a due passi da San Pietro, quando si era sentito male. Corsa in ospedale, allora, e intervento di tre ore. Perfettamente riuscito. Allora si trattò di due attacchi cardiaci. Al Bano era tornato sul palco per l’ultima edizione del festival di Sanremo.

Cronaca
Con l'accusa di omicidio volontario è stato arrestato nella notte dai carabinieri Andrea Taurino, 33 anni
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Redazione

Marina di Casalabate (LE) - Dopo una lite per questioni di precedenza o di viabilità è tornato indietro e ha investito due ciclisti uccidendone uno e ferendone un altro in modo grave. Con l'accusa di omicidio volontario è stato arrestato nella notte dai carabinieri Andrea Taurino, 33 anni, con precedenti, l'automobilista alla guida di una Fiat Cinquecento sulla strada provinciale tra Marina di Casalabate a Squinzano, in provincia di Lecce. I militari del Comando provinciale sono arrivati a lui con una indagine certosina. Dopo aver avuto indicazioni da alcuni testimoni sul tipo di vettura, che però era intestata a un'altra persona, hanno fatto delle ricerche in zona. Sono andati nella casa di campagna dove abita Taurino, ma non lo hanno trovato. Poi hanno scovato l'uomo e l'auto nella zona. A perdere la vita Franco Amati, 71 anni, di Lecce. Ricoverato all'ospedale Vito Fazzi Ugo Romano, 62 anni, anche lui del capoluogo salentino, che ha riportato vari traumi: all'emitorace, al bacino, e alla clavicola, all'orecchio.

Cronaca
Era latitante il 6 novembre a seguito di un’evasione messa in atto all’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce
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di Angelo Barraco
 
Lecce – Dopo un’intensa attività investigativa, è stato catturato l’ergastolano Fabio Perrone, che si era reso latitante il 6 novembre a seguito di un’evasione messa in atto all’Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce. L’uomo era stato condotto dal carcere all’ospedale per una colonscopia  ma l’esame non lo ha mai fatto. Prima che il medico gli mettesse le mani addosso per la visita, l’uomo ha disarmato un agente della penitenziaria della scorta, ha rubato un’auto nel parcheggio ad una donna alla quale ha puntato la pistola alla testa e poi ha fatto perdere le sue tracce. L’uomo stava scontando una condanna all’ergastolo nel carcere “Borgo San Nicola” di Lecce  per l’omicidio del montenegrino Fatmir Makovic e per il tentato omicidio del figlio, avvenuti in data 29 marzo 2014.  Secondo quanto emerso, l’uomo è stato trovato nascosto a casa di parenti a Trepuzzi (Lecce). Perrone è ritenuto vicino alla Sacra Corona Unita e al momento dell’arresto gli agenti lo hanno trovato armato di pistole e Kalashnikov. E’ stato arrestato anche uno dei suoi fiancheggiatori. La fuga messa in atto dall’uomo è da considerare come un gesto non premeditato poiché la visitata era stata prefissata, ma la data della visita era stata comunicata all’uomo soltanto la sera prima. In seguito alla fuga dell’uomo, gli inquirenti non avevano escluso l’ipotesi che fosse andato nei balcani per sfuggire alla giustizia. 
L'operazione
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Redazione

Lecce - La Direzione investigativa antimafia di Lecce (Dia) ha confiscato beni per un valore complessivo di circa 3 mln di euro, riconducibili ad un leccese da tempo domiciliato a Casarano (Le), gia' condannato per associazione a delinquere e traffico di sostanze stupefacenti. Il provvedimento di confisca, divenuto irrevocabile il 25 novembre scorso, segue il decreto di sequestro emesso dal Tribunale di Lecce in accoglimento della proposta di misura di prevenzione patrimoniale avanzata dalla Dia a conclusione di indagini patrimoniali svolte dagli stessi agenti della Dia salentina. L'indagine ha evidenziato una manifesta sproporzione tra gli esigui redditi dichiarati dal nucleo familiare dell'uomo e gli ingenti possedimenti a lui riconducibili. Il patrimonio divenuto di proprieta' dello Stato e' costituito da ventotto immobili, tutti situati nel comune di Casarano. Tra i beni confiscati vi e' un complesso immobiliare interamente recintato con 19 edifici per complessivi 2.000 metri quadrati di copertura, esteso su terreni per una superficie totale di circa 20.000 metri quadrati e protetto da un doppio cancello d' ingresso e telecamere di sorveglianza poste lungo tutto il perimetro. La confisca riguarda anche tre abitazioni private nel centro storico del paese e sei terreni agricoli.

Cronaca
L'auto dei fuggitivi raggiunta poco dopo, sulla SP Torchiarolo-Squinzano
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Red. Cr.

Lecce - I militari della Compagnia di Campi Salentina, in collaborazione col Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri di Lecce e la Compagnia di Brindisi hanno eseguito 4 ordinanze di custodia cautelare in carcere (2 in carcere e 2 ai domiciliari), emesse dal GIP di Lecce, su richiesta della Procura della Repubblica a carico di altrettanti soggetti resisi responsabili di tentato omicidio aggravato, e porto illegale di arma da fuoco. La sera del 13 maggio 2014 i quattro convocarono con una scusa, presso un bar di Squinzano (LE) un pregiudicato di Manduria (TA). Dopo avergli imputato un furto commesso giorni prima, non ottenendo una confessione, lo picchiarono con pugni e calci. Sopraggiunta sul luogo del pestaggio la compagna, incinta al quinto mese di gravidanza, questa consegnò una pistola (poi risultata essere giocattolo) al compagno per mettere in fuga i suoi assalitori. I due riuscirono ad allontanarsi con la loro auto, a bordo della quale vi erano anche i figli minori di 3 e 5 anni della coppia. L'auto dei fuggitivi fu raggiunta poco dopo, sulla SP Torchiarolo-Squinzano, da cinque soggetti a bordo di due autovetture e fatta segno dall'esplosione di quattro colpi di pistola, di cui uno attinse la donna alla spalla sinistra per rimanere poi ritenuto nel petto. La donna fu operata d'urgenza, pur non in pericolo di vita, per non pregiudicare la gravidanza portata a termine felicemente. Le indagini accertavano che gli aggressori esplosero i colpi di pistola, pur nella consapevolezza della presenza dei due bambini all'interno dell'autovettura in fuga e delle particolari condizioni della donna

Cronaca
Indagato anche il commissario straordinario Giuseppe Silletti
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di Domenico Leccese

Lecce - Decreto di sequestro preventivo e d’urgenza per tutti gli ulivi salentini interessati dal piano per l’emergenza Xylella. Questo il dispositivo emesso dal procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta, e dai pm Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci e messo in atto dagli uomini del Corpo forestale dello Stato.

Per la vicenda Xylella risultano indagate dieci persone tra cui anche il commissario straordinario Giuseppe Silletti. I reati ipotizzati a vario titolo dalla procura sono di diffusione di una malattia delle piante; violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale; falso materiale commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici, falso ideologico, getto pericoloso di cose, distruzione o deturpamento di bellezze naturali. Tutti reati che sarebbero stati commessi nel territorio di Lecce e zone limitrofe fin dall'anno 2010 ad oggi. Oltre al commissario Silletti, sono indagati Antonio Guario, già dirigente dell’Osservatorio fitosanitario regionale di Bari; Giuseppe D’Onghia, dirigente del servizio Agricoltura della Regione; Silvio Schito, attuale dirigente dell’Osservatorio fitosanitario; Giuseppe Blasi, capo dipartimento delle Politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale del Servizio fitosanitario centrale; Vito Nicola Savino, docente dell’università di Bari e direttore del centro di ricerca `Basile Caramia´ di Locorotondo (Bari); Franco Nigro, docente di Patologia vegetale all’università di Bari; Donato Boscia, responsabile della sede operativa di Bari dell’Istituto per la Protezione sostenibile delle piante del Cnr; Maria Saponari, ricercatrice dello stesso istituto; Franco Valentini, ricercatore dell’Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano (Bari).
 
Il sequestro  preventivo e d’urgenza messo in atto dal Corpo Forestale dello Stato su dispositivo della procura
Il sequestro è relativo a tutte le piante di ulivo interessate dalle operazioni di rimozione immediata delle piante infette previste in esecuzione del piano Silletti, tutte le piante interessate da rimozione volontaria e tutte le piante già destinatarie di provvedimenti di ingiunzione emessi dall’Osservatorio fitosanitario. Così come si legge nelle 58 pagine del decreto di sequestro preventivo d’urgenza: “dall’attività d’indagine sinora svolta emergono gravi indizi si sussistenza dei delitti sopra ipotizzati secondo quanto documentato nell’informativa del 27 novembre scorso dagli ufficiali di polizia giudiziaria del Corpo Forestale dello Stato che riepiloga e sintetizza quanto sinora accertato sia con riferimento alle emersione e gestione “ufficiale” del fenomeno Xylella nella quale si manifestano non solo criticità ma anche specifiche ipotesi penalmente rilevanti sia con riferimento alle inerzie, negligenze e imperizie configurabili a carico degli organi istituzionalmente preposti alla gestione del fenomeno”.

Gli inquirenti parlano di “perseveranza colposa” nell’adozione da parte dei protagonisti istituzionali e non della vicenda di un piano di interventi univocamente diretto alla drastica e sistematica distruzione del paesaggio salentino benchè annotano gli inquirenti “costituisca ormai un dato inconfutabile che la estirpazione delle piante non è assolutamente idonea nè a contenere la diffusione del disseccamento degli ulivi nè tantomeno a contribuire in alcun modo al potenziamento delle difese immunitarie delle piante non interessate dall’uno o dall’altro fenomeno”. Il sequestro trova fondatezza anche in altre motivazioni: tralasciando in tale contesto gli inquietanti aspetti relativi al progettato stravolgimento della tradizione agroalimentare e della identità territoriale del Salento per effetto del ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva e introduzione di nuove coltivazioni d’olivo (vedasi accordo con la spagnola AGROMILLORA research s.r.l.) approvato nell’ottobre del 2013 su cui le indagini sono ancora in corso va evidenziato il grave rischio di ulteriore aggravamento delle conseguenze dei reati ipotizzati derivante dall’attuazione delle ultime misure dettate dal Commissario Delegato in applicazione del previsto “Piano degli Interventi”.

Dai colloqui informali avuti con alcuni coltivatori la polizia giudiziaria ha appreso che, verso la fine del 2009, in alcuni oliveti nei comuni di Gallipoli, Racale, Alezio, Taviano e Parabita erano stati notati strani fenomeni di essiccamento anomalo di alcune branche di alberi di ulivo secolari, l’evento era stato ritenuto trascurabile e non era stata effettuata alcuna segnalazione alle autorità competenti. A tale proposito gli investigatori hanno sentito uno dei proprietari degli oliveti interessati che, in effetti, ha dichiarato di aver notato i primi sintomi di seccume fra il 2009 e il 2010 e di essersi limitato unicamente ad effettuare la potatura dei rami secchi. Per gli investigatoti “è singolare la coincidenza della comparsa dei primi sintomi di disseccamento con l’avvio delle attività del progetto “Olviva” e con il proliferare di convegni sul tema del disseccamento degli olivi e sulla formazione di personale qualificato per il trattamento della Xylella”. Già nel 2011 era abbondantemente conclamata la presenza del fenomeno del disseccamento rapido degli ulivi e l’Università di Bari ne era stata tempestivamente informata. Nell’ambito dell’inchiesta a maggio furono sequestrati dieci computer di scienziati e ricercatori – del Cnr, dell’Università di Bari, dello Iam e del Centro Caramia di Locorotondo – che avevano studiato la malattia. I provvedimenti odierni di sequestro che arrivano in un momento delicatissimo per l’Italia, alla quale l’Unione Europea sta chiedendo conto di ritardi e omissioni nella lotta al batterio killer. A non convincere la Comunità Europea è il numero basso di eradicazioni effettuate finora (1.600 a fronte delle 3.000 promesse a settembre), a causa di una ferma protesta dei cittadini e anche delle numerose ordinanze con cui il Tar Lazio ha bloccato i tagli di ulivi sani nel raggio di 100 metri da quelli malati.

È l’ultimo episodio dell’epidemia di Xylella, un batterio che ha infettato alcuni ulivi del Salento e contro il quale non esiste alcuna cura? Questa settimana la procura di Lecce ha disposto il sequestro di tutti gli ulivi che erano destinati ad essere abbattuti nel tentativo di contenere la malattia e ha inviato avvisi di garanzia al commissario del governo nominato per gestire l’emergenza e ad altri nove esperti e ricercatori che si sono occupati del caso. Sospetti e indagini nei loro confronti vanno avanti da mesi, da quando lo scorso maggio furono accusati di aver contagiato loro stessi gli ulivi. Il rapporto tra scienza e giustizia in questo paese non è sempre stato dei migliori. Abbiamo visto giudici obbligare le strutture pubbliche a praticare terapie farlocche inventate da scienziati della comunicazione contro malattie neurodegenerative, tribunali del lavoro imporre cure contro il cancro senza alcuna validità scientifica, scienziati processati per non aver previsto i terremoti, magistrati d’assalto cercare correlazioni tra vaccini e autismo sulla base delle farneticazioni di qualche ciarlatano, ma la vicenda Xylella in Puglia forse segna un salto di qualità, in peggio. La procura di Lecce, nell’ambito dell’epidemia degli ulivi causata dal batterio Xylella fastidiosa, ha infatti iscritto nel registro degli indagati 10 persone tra ricercatori, scienziati, funzionari sanitari e commissari per l’emergenza fitosanitaria. Le accuse riguardano i reati di diffusione colposa di malattia delle piante, inquinamento ambientale, falso materiale e ideologico in atti pubblici, getto pericoloso di cose, distruzione o deturpamento di bellezze naturali. In pratica coloro che per ruolo e competenze si occupano della salute e della cura delle piante sono accusati di essere i responsabili dell’epidemia, in un’inchiesta che ha sempre più i contorni di una caccia all’untore di manzoniana memoria. I pm Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci e il procuratore di Lecce Cataldo Motta hanno disposto il sequestro preventivo d’urgenza di tutte le piante d’ulivo interessate dal piano di eradicazione redatto dal commissario Silletti in accordo con l’Unione europea e le principali istituzioni scientifiche per evitare che un patogeno da quarantena e la sua patologia incurabile si diffondano nel resto d’Italia e d’Europa. Sotto sequestro sono finiti anche gli ulivi per cui era stata fatta richiesta di rimozione volontaria, impedendo anche a chi, sulla base delle evidenze scientifiche e delle indicazioni delle istituzioni competenti, vuole rimuovere volontariamente le proprie piante contagiate, al fine di salvare le altre, di farlo. Una follia. Gli inquirenti ritengono che il disseccamento delle piante che da anni sta colpendo gli ulivi salentini non necessariamente dipenda dalla diffusione del batterio Xylella fastidiosa, ipotesi che tra le altre cose fa a cazzotti con l’accusa ai ricercatori di aver diffuso una malattia delle piante. Untori di una malattia innocua, quindi? Oppure sono proprio i giudici che, impedendo la profilassi necessaria per contenere il contagio, ne stanno favorendo la diffusione? Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

La Procura di Lecce demolisce l’intero operato di chi finora ha guidato ricerca e contrasto a xylella e CoDiRO
Le indagini erano partite a seguito di alcuni esposti presentati da alcune associazioni nell’aprile del 2014, con i quali venivano denunciati presunti fatti a rilevanza penale nella gestione della vicenda legata al disseccamento degli ulivi. Oltre al Procuratore Motta hanno partecipato alle indagini i magistrati Roberta Licci ed Elsa Valeria Mignone. Alla conferenza erano presenti tutti e tre i magistrati, accompagnati da due rappresentanti del Corpo forestale dello Stato, braccio operativo della magistratura in questa inchiesta. Motta ha spiegato i dettagli delle indagini, che vedono come indagati dieci protagonisti della lotta alla xylella, come Silletti, Boscia, Schito, Savino, Guario e altri 5. “Abbiamo cominciato quest’indagine – ha esordito Motta – nell’aprile del 2014. Il tempo che è trascorso è stato utilizzato per accertare determinati profili, ma le indagini non sono ancora concluse. Il tempo trascorso dà la dimensione della difficoltà nella quale si sono trovate le persone che vi hanno lavorato e anche della cautela con cui ci siamo mossi. Abbiamo scelto la linea della cautela”Si sta procedendo per i reati di inquinamento ambientale per la compromissione e il deterioramento della biodiversità anche agraria, deturpamento di bellezze naturali, diffusione colposa della malattia del disseccamento rapido dell’ulivo. Almeno per il momento si tratta di sole ipotesi di reato colpose, dovute a colpa generica, imprudenza e imperizia. Spiega Motta che nel condurre le indagini i magistrati si sono avvalsi di alcune consulenze tecniche per affrontare degli aspetti tecnici di particolare complessità. Il decreto di sequestro preventivo d’urgenza firmato dal Procuratore, ora attende la convalida davanti al Gip. L’urgenza è legata al fatto che le estirpazioni delle piante avrebbero dovuto riprendere il 16 dicembre. Il decreto riguarda tutti gli olivi, delle province di Lecce e Brindisi, colpiti dall’ultima ordinanza di abbattimento. Se dovessero giungere ulteriori ordinanze della stessa natura ai danni di altri alberi, allora i magistrati procederanno anche a tutela di quegli alberi, o con decreto d’urgenza se i tempi sono stretti, o con richiesta al Gip negli altri casi. Le motivazioni del decreto si pongono in linea con quanto già sostenuto da diverse parti, da attivisti, ambientalisti, ma anche scienziati italiani e stranieri. Le evidenze, che tuttavia sono ancora allo stadio delle indagini preliminari, dovrebbero aprire gli occhi anche a chi ha bollato le tesi del movimento a difesa degli ulivi come mero complottismo.
 

Cronaca
Gli Agenti del Commissariato di Galatina, raccolte le prove, hanno dato esecuzione ad un ordine di custodia cautelare nei confronti dei due malviventi.
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di Domenico Leccese

Galatina (LE) - Terrorizzavano l'intera provincia di Lecce, rapinando vari supermercati,  Luigi Panico di 37 anni, e Simone Luceri, di 36 anni, entrambi di Galatina (LE).  Gli Agenti del Commissariato di Galatina, raccolte le prove, hanno dato esecuzione ad un ordine di custodia cautelare nei confronti dei due malviventi. Panico e Luceri sono anche accusati di aver colpito almeno altre sette volte.

Luigi Panico e di Simone Luceri sono quindi ritenuti responsabili di diverse rapine a mano armata, effettuate in concorso tra loro e con altri non ancora identificati, ricettazione, danneggiamento a seguito di incendio, porto e detenzione abusiva di armi in luogo pubblico. Erano già stati arrestati per aver partecipato con altri alla rapina del 19 agosto  2015 ai danni all’  Eurospin di Cursi ed erano fortemente sospettati di essere i protagonisti di ulteriori assalti nel corso di quest’anno. Inoltre, secondo gli investigatori del Commissariato di Galatina, che hanno svolto le indagini, i due potrebbero aver partecipato ad altri colpi. Il gruppo agiva sempre o quasi, preferendo il medesimo tipo di attività commerciale, supermercati, ed i veicoli da utilizzare, in particolare i vecchi modelli della Fiat Uno.

L’indagine, sulla scorta dell’analisi delle immagini dei circuiti di video sorveglianza, in seguito a si è sviluppata con perquisizioni personali e domiciliari eseguite nei confronti dei due, durante le quali sono stati rinvenuti oggetti e abbigliamento, indossato durante le varie rapine, che hanno fruttato un bottino totale di circa 12milaeuro.

I due, sono ritenuti dagli investigatori, responsabili delle rapine a mano armata avvenute il  21 marzo 2015 allo Eurospin di Sogliano Cavour, 24 marzo 2015 al Penny di San Cesario di Lecce, ed al vicino distributore Apulia carburanti di San Donato di Lecce. {Dopo questo doppio colpo, l’auto usata fu data alle fiamme la sera stessa}
Gli altri colpi per i quali i due sono indagati riguardano le rapine del 4 aprile 2015 al supermercato MD di Aradeo 16 giugno 2015 al Dok di Sogliano Cavour, attività poi presa di mira nuovamente il 29 giugno 2015 e 23 luglio 2015 al Conad City di Galatina.

Malati oncologici e diritti
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Esulta il Codacons, il giudice Sergio Memmo del Tribunale di Lecce, dopo l’ennesimo appello presentato dalla Regione contro una delle numerose sentenze in cui è stato ordinato il rimborso delle spese sostenute da parte di ammalati di cancro

di Cinzia Marchegiani

Lecce – Una sentenza esemplare quella del Tribunale di Lecce: “Non c’è impedimento organizzativo o problema di bilancio che tenga di fronte alle esigenze di un malato grave, cui la vita sia appesa a un filo”.

Codacons esulta all’ennesima vittoria. Le vittorie del Codacons di Lecce sul fronte della tutela dei malati oncologici, con le condanne ormai in serie alla Regione Puglia, ormai quasi non fanno più storia. “Peccato che, obbligata a pagare le spese per le analisi Pet Tac -chiosa l’associazione dei consumatori al fianco di questa umana battaglia - puntualmente resista e proponga appello. Per la prima volta, però, si entra anche nel merito della questione. E se non è la pietra che pone fine alla querelle, è comunque un punto importante per chi, fino a oggi, ha sostenuto con fermezza i diritti dei malati”.

Una sentenza che entra nel merito. Il giudice Sergio Memmo del Tribunale Civile di Lecce, infatti, dopo l’ennesimo appello presentato dai piani alti via Capruzzi contro una delle numerose sentenze in cui è stato ordinato il rimborso delle spese sostenute da parte di ammalati di cancro, ha fornito una lunga e dettagliata spiegazione.

Il Codacons al fianco dei pazienti salentini. Una sentenza storica. Secondo l’avvocato Massimo Todisco, che per il Codacons ha seguito tutte le cause, entrare nel merito è stato un traguardo importante nella vicenda che si trascina ormai da quattro anni e che vede contrapposti pazienti salentini da un lato e Regione Puglia dall’altro. E’ la prima volta in Italia su ciò accade su specifico argomento, infatti, e si accerta che “il diritto primario alla tutela della salute, quale fondamentale diritto dell’individuo, rientra fra quelli inviolabili della persona ed è oggetto, pertanto d’incondizionata protezione”.

Sentenza che non lascia spazio a dubbi. Il giudice si spinge oltre e prosegue in un’analisi molto dettagliata, che non lascia spazio a dubbi:“Nell'ipotesi che a fondamento della domanda di un assistito del servizio sanitario nazionale, rivolta ad ottenere il rimborso di spese ospedaliere non preventivamente autorizzate dalla Regione, vengano dedotte ragioni di urgenza - che comportano per l'assistito pericoli di vita o di aggravamento della malattia o di non adeguata guarigione, evitabili soltanto con cure tempestive non ottenibili dalla struttura pubblica - manca ogni potere autorizzatorio discrezionale della pubblica amministrazione, non essendo rilevante in contrario l'eventuale discrezionalità tecnica nell'apprezzamento dei motivi di urgenza”.

Il Codacon spiega la straordinaria forza di questa sentenza. Ovvero: “Atteso che oggetto della domanda è il diritto primario e fondamentale alla salute, il cui necessario temperamento con altri interessi, pure costituzionalmente protetti - quali l'esistenza di risorse del servizio sanitario nazionale con le conseguenti legittime limitazioni con leggi, regolamenti ed atti amministrativi generali - non vale a privarlo della consistenza di diritto soggettivo perfetto tutelabile dinanzi al giudice ordinario”.

In assenza di strutture pubbliche in grado di garantire Pet Tac, la Regione Puglia deve erogare il rimborso. Il giudice afferma quindi che “i medesimi principi siano applicabili nel caso in cui l’assistito affetto da patologie oncologiche richieda urgenti prestazioni di natura ambulatoriale che la struttura pubblica non è in condizioni di erogare”. Ciò significa, spiega il Codacons, che in assenza di strutture pubbliche che siano in grado di garantire l’esecuzione dell’esame Pet Tac in tempi brevi nel territorio di competenza dell’Asl di Lecce o in quelle vicine, per il giudice è giusto che la Regione Puglia eroghi il rimborso.... E non vi sono esigenze di contenimento della spesa pubblica che tengano.

La Regione Puglia continua resistere in primo grado nei processi. Il Codacon ora si augura un cambiamento di politica amministrativa della Regione Puglia. Il Codacons scatta una fotografia lucida: “Tuttavia, la Regione continua a resistere in primo grado, nei processi che risultano ancora pendenti, proponendo appelli ed omettendo di ottemperare spontaneamente alle condanne ricevute. Il Codacons di Lecce, ora, con questa sentenza in mano, si augura che i vertici regionali si ravvedano da quello non esita a definire ‘un drammatico errore’”.

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