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Cronaca
Avvocato Rometta: "Siamo in fase di indagine"
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di Angelo Barraco
 
PRATO “Chi sa parli e che ci dia il modo anche a noi di vivere come forse lui sta facendo. Oramai siamo senza speranze,  se forse all' inizio si fossero degnati di cercarlo adesso non saremmo qui” è questo il messaggio che lancia Fiorella al marito Sergio Russo, scomparso misteriosamente sabato 11 aprile del 2015 dalla propria casa. Un appello rivolto “a chi forse lo ha aiutato in questa cosa senza pensare che a casa ci sono due figli che aspettano sempre notizie del padre. Se magari lui sta bene, che faccia stare bene anche i nostri  figli dandogli la possibilità di stare sereni “. La famiglia vive da anni in un limbo di dubbi e incertezze all’interno del quale le risposte in merito all’improvvisa scomparsa dell’uomo non sono direttamente proporzionate agli innumerevoli interrogativi che ogni giorno attanagliano la mente di chi ha visto interrompersi improvvisamente il corso di un modus vivendi apparentemente tranquillo.  Una scomparsa che in un primo momento poteva essere giustificato, agli occhi dei familiari, come un allontanamento volontario ma che ben presto si è tramutato in un vero e proprio mistero che ancora oggi non fa trapelare barlumi di certezze e risposte. Per gli inquirenti si tratta di allontanamento volontario e non vi sono elementi che conducono ad altre possibili piste investigative.
 
La scomparsa di Sergio Russo è stata affrontata  dalla trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?” che ha intervistato gli amici dell’uomo che hanno parlato del forte legame che aveva con i figli e che non li avrebbe mai abbandonati, motivo per cui i soggetti intervistati hanno avanzato eventuali ipotesi drastiche in merito alla scomparsa. La madre dell’uomo sostiene invece che la scomparsa sia stata premeditata. Emerge inoltre che nell’ultimo periodo la coppia stava vivendo un momento sereno e i rapporti erano notevolmente migliorati tanto che Sergio, il giorno prima di scomparire, aveva prenotato l’albergo per andare al giuramento del figlio più grande. L’ultima segnalazione di Sergio Russo risale a settembre del 2015, attraverso un messaggio anonimo su facebook.
 
L’avvistamento riguarda una persona molto somigliante a Sergio Russo avvistata in una comunità di meditazione e registrato con il nome di Romeo. Il dettaglio che ha colpito Fiorella riguarda il fatto che il marito utilizzava per l’email lo pseudonimo Romeo Sierra, ma le telefonate effettuate presso alcune comunità hanno dato esito negativo, l’attenzione alle comunità era dovuta al fatto che l’uomo, in passato, era stato in Scientalogy. Sergio era entusiasta per il giuramento del figlio e il giorno prima di sparire ha effettuato un bonifico per l’albergo dove avrebbero dovuto trascorrere quei momenti insieme. Il giorno della scomparsa ha avuto inoltre un colloquio di lavoro e nel primo pomeriggio è sceso nel suo laboratorio dove stava costruendo un drone. La moglie si è accorta che il marito non era in casa alle 15.30, ha provato a chiamarlo al cellulare ma risultava staccato. Gli inquirenti hanno localizzato il suo telefono ad Agliana.
 
Fiorella è sostenuta dall’Associazione Penelope Toscana con gli Avvocati Nicodemo Gentile e Daica Rometta, noi abbiamo parlato con l’Avvocato Rometta che ci ha riferito che “E’ tutto in fase di indagine. Noi abbiamo depositato diversi mesi fa l’ultima memoria, c’è da approfondire la pista della Romania relativa a dei passaggi su facebook che sono stati attenzionati dal Pubblico Ministero, è stata richiesta anche una rogatoria internazionale però è tutto ancora in fase d’indagine”. Dov’è l’imprenditore Sergio Russo? Si tratta di una scomparsa volontaria o c’è dell’altro? Ricordiamo che l’uomo aveva 51 anni al momento della scomparsa e quell’11 aprile del 2015 indossava un giubbotto rosso mattone senza maniche, pantaloni tipo militare, una t-shirt grigia e delle scarpe sportiva.  
L'iniziativa
Sarà piantata nel giardino Alexander Langer venerdì 24 marzo alla presenza del botanico giapponese Ebinuma, ideatore del progetto Kaki Tree Project
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TRENTO - Arriva anche a Trento una delle piante figlie del caco sopravvissuto al bombardamento atomico di Nagasaki. Sarà piantata nel giardino Alexander Langer venerdì 24 marzo alla presenza del botanico giapponese Ebinuma, ideatore del progetto Kaki Tree Project, e di numerosi bambini delle scuole materne ed elementari dell’Oltrefersina. Giovedì 23 marzo alle 20.30, presso sala Falconetto di palazzo Geremia, tavola rotonda su “Coltivare un tempo di pace” in collaborazione con il Forum Trentino per la pace e i diritti umani, l’associazione Pro.di.Gio e l'associazione italo-giapponese Yomoyamabanashi. Tra gli ospiti il dottor Ebinuma, il fisico Mirco Elena e Lisa Clark dei Beati Costruttori di Pace.


Il 9 agosto 1945 la bomba atomica “Fat Man” venne sganciata da un bombardiere americano sulla città di Nagasaki. Le intense radiazioni e la forza d’urto dell’esplosione sprigionate uccisero circa 80 mila persone, riducendo in cenere la città. Miracolosamente un albero di cachi sopravvisse alla devastazione. Nel 1994 l'arboricoltore Masayuki Ebinuma iniziò a curare il fragile albero di cachi e riuscì a farlo riprendere fino al punto da ottenere delle pianticelle di “seconda generazione dell’albero di cachi sopravvissuto al bombardamento atomico”. Quindi, Ebinuma cominciò a distribuire quelle pianticelle ai bambini che si recavano in visita a Nagasaki, come simbolo di pace.
L’artista contemporaneo Tatsuo Miyajima nel 1996 concepì un progetto artistico detto “Kaki Tree Project– La rinascita del tempo” e nell’anno seguente, una pianticella di “seconda generazione” fu piantata presso l’'ex Scuola Elementare Ryuhoku, andando a costituire la prima piantatura del Progetto. Da quel momento il progetto si è diffuso ovunque e oggi le piccole piante di caco, figlie dell’albero di Nagasaki, possono raccontare la loro storia e parlare di pace e della forza della vita ai bambini di tutto il mondo.
Uno dei cachi arriva ora nella città di Trento grazie all'associazione Finisterrae Teatri - Pituit studio d’arti, che, dopo aver presentato uno specifico progetto di promozione della pace tra le nuove generazioni e un impegno a seguire con cura la crescita dell’albero, è riuscita ad ottenere il consenso dallo staff giapponese per la piantumazione della pianta presso il parco comunale Alexander Langer (dedicato ad uno dei più grandi protagonisti della cultura della pace del nostro tempo).

L’associazione culturale Finisterrae Teatri è una compagnia teatrale professionale impegnata, fin dalla sua nascita, nell’ormai lontano 1995, in progetti che coniugano arte e impegno sociale. Il nome stesso sta a indicare un luogo al confine, o meglio ciò che avviene ai margini, una sorta di feconda instabilità. Da un paio d’anni, dopo ver preso casa presso Pituit studio d’arti in via Aosta, proprio nei pressi del parco del Salé, ora dedicato ad Alexander Langer, ha iniziato un progetto di attivazione dei processi partecipativi sul territorio per riqualificare il parco e renderlo luogo di relazioni significative e di incontro.
Il progetto ha coinvolto centinaia di persone, istituzioni e numerosissime associazioni che hanno partecipato attivamente alle varie attività proposte. Dal 2017 Finisterrae Teatri e associazione Prodigio onlus hanno stretto un patto di collaborazione con I Beni Comuni del Comune di Trento per la valorizzazione del parco attraverso la creazione di alcuni luoghi di incontro e relazione, in particolare sotto gli archi del viadotto della ferrovia della Valsugana che delimita il parco. Lì hanno trovato sede il BiblioArc – spazio di Bookcrossing, l’Arco Giochi e il TeatrArc, piccolo “teatrino sotto il ponte” per ascoltare una storia, leggere un libro o semplicemente incontrarsi e parlare. Infine “Perle verdi” è un progetto dedicato alla coltivazione di spezie, piante antiche e piante che vengono da lontano. Proprio come il caco di Nagasaki che ora, con l’aiuto di tanti cittadini, bambini e adulti crescerà nel nostro parco a ricordarci che la pace nasce da piccoli gesti, continui e duraturi.

Per l’arrivo del Caco di Nagasaki e per la sua piantumazione sono previsti due momenti informativi e celebrativi aperti a tutta la cittadinanza.

Giovedì 23 marzo 2017, alle ore 20.30, presso palazzo Geremia (sala Falconetto) si terrà l'incontro "Coltivare un tempo di pace": una tavola rotonda per raccontare la storia del Caco di Nagasaki e riflettere sulla diffusione del nucleare al giorno d'oggi e sulla promozione della pace. La serata è organizzata in collaborazione con il Forum Trentino per la pace e i diritti umani, l’Associazione Pro.di.Gio e l'Associazione italo-giapponese Yomoyamabanashi. Saranno presenti numerosi ospiti tra cui Masayuki Ebinuma (botanico, ideatore del Kaki Tree Project), Mirco Elena (Unione degli scienziati per il disarmo), Lisa Clark (Beati Costruttori di Pace), Miriam Vanzetta e Giacomo Anderle (Finisterrae Teatri) e l'Assessore alle politiche sociali Mariachiara Franzoia.

Venerdì 24 marzo 2017, alle ore 10.00, presso il parco Alexander Langer si terrà la Cerimonia di piantumazione del Caco di Seconda Generazione di Nagasaki.
È prevista la partecipazione di alcune classi delle scuole elementari e delle scuole materne della Circoscrizione Oltrefersina che daranno il benvenuto al Caco offrendogli alcuni lavori dei bambini: fiori di carta, disegni e canzoni. Verrà raccontata “La storia dell’albero delle sette virtù” e infine i bambini assicureranno il loro impegno affinché l’albero di cachi possa crescere sereno e felice insieme a tutti loro. Ogni bambino potrà affidare un proprio impegno/desiderio per il futuro ad una cassetta che sarà interrata con il Caco.
Avremo l’onore di avere nuovamente con noi il dottor Ebinuma, che interverrà con un breve saluto e le artiste Gabriella Gasperini, Nadezhda Simeonova e i musicisti Martino Brocchieri e Irem Kurt.
Per tutti gli eventi l'ingresso è libero e gratuito


INFORMAZIONI
Pituit studio d’arti, via Aosta, 18 38122 Trento
Per informazioni e comunicazioni: pituit.studio@gmail.com
Segreteria: venerdì dalle ore 9 alle 12 tel. 0461.1595982

Minori nel mirino
Allenatori in manette. Obbligo di firma per un arbitro, che con la scusa di massaggi tonificanti tentava approcci sessual
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TORINO - Chiedeva sesso in cambio di un ruolo da titolare in squadra. Ruota intorno al mondo del calcio giovanile l'operazione della polizia postale di Torino che ha arrestato un allenatore 20enne, ora ai domiciliari. In carcere è invece finito un allenatore 50enne che sfruttava il collega più giovane per collezionare materiale pedopornografico. Obbligo di firma per un arbitro, che con la scusa di massaggi tonificanti tentava approcci sessuali. Pedopornografia e violenza sessuale le accuse a vario titolo nei loro confronti.
L'indagine, coordinata dalla Procura di Torino e durata quasi un anno. A far scattare gli accertamenti è stata la denuncia per violenza sessuale dei genitori di un sedicenne con la passione del pallone.
Una quindicina le vittime che hanno confermato i sospetti della polizia. L'inchiesta è ancora in corso.

Cronaca
Arrestato santone e complici. Forse altre vittime
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TORINO - Una storia davvero inquietante: si spacciavano per 'santoni' e durante le sedute spiritiche, in una mansarda torinese, hanno abusato per mesi di una studentessa, minorenne all'epoca dei fatti. Un sedicente mago di 69 anni e i suoi complici, un uomo di 73 anni e un ragazzo di 19 anni, sono stati arrestati dalla squadra mobile di Torino per stupro di gruppo. Durante le sedute la giovane, che con la sua denuncia ha dato il via alle indagini, è stata narcotizzata e violentata. Le indagini proseguono per stabilire se ci siano altre vittime.

In manette sono finiti il sedicente mago, Paolo Meraglia, insegnante in pensione di 69 anni. L'uomo, attribuendosi poteri in campo 'esoterico', aveva convinto la ragazza di essere vittima di forti 'negatività' e di doversi sottoporre a riti di purificazione. Riti che consistevano in rapporti sessuali, anche di gruppo, consumati sotto l'effetto di sostanze stupefacenti in una mansarda del quartiere torinese di San donato e nella sua abitazione alla periferia sud del capoluogo piemontese.

In manette anche il complice, Biagino Viotti, 74 ani, e il fidanzato 22enne della giovane. Dalle indagini è emerso l'esistenza di un vero e proprio gruppo gerarchicamente organizzato: al suo apice il 'Maestro', l' 'Apostolo', la 'Vestale', i 'Catalizzatori' e le 'Ancelle'. Gli agenti, che non escludono ci siano altre donne vittime del raggiro, stanno valutando anche le posizioni degli altri partecipanti ai riti. Le indagini, coordinate dai pm Marco Sanini e Fabiola D'Errico, sono partite grazie alla denuncia della studentessa, che si è rivolta al Centro Antiviolenza del Comune.

Cronaca
Un 15enne, è stato oggetto di una vera e propria persecuzione - GUARDA IL VIDEO ALL'INTERNO
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VIGEVANO - Una banda, che ha agito da vero “branco”, prendendo di mira i soggetti ritenuti più “deboli” incapaci di difendersi, scegliendoli tra compagni di classe o vicini di casa. In particolare una di queste vittime, uno studente 15enne, è stato oggetto di una vera e propria persecuzione giunta sino vere violenze fisiche ed umiliazioni che venivano riprese con i telefonini per ridicolizzarlo con gli altri ed aumentare il suo stato di prostrazione fino a realizzare una vera e propria sudditanza dello stesso nei confronti del branco.

La vittima è un ragazzo fragile, uno studente al primo anno di un istituto tecnico superiore, che è stato bersagliato da un gruppo di ragazzi con veri atti persecutori, tanto da diventare il loro passatempo preferito e di volerlo cercare anche quando la madre, avvertita da alcuni compagni di scuola su quanto il figlio stava subendo, aveva cercato di allontanarlo da queste false amicizie.


Il “branco” riusciva comunque ad imprigionarlo nella propria “tela”, sfruttando l’ascendente di uno dei componenti su di lui, suo compagno di classe e che il 15enne “bullizzato” oltre a crederlo amico, lo vedeva quale persona da emulare e per questo e per non essere emarginato dal gruppo, aveva anche accettato piccole angherie e prese in giro. Successivamente, però, tali angherie sono diventate insopportabili, tanto che il 15enne in più di una occasione accorgendosi della presenza dei “bulli” aveva cambiato strada o era scappato, ma questi lo erano andati a cercare per costringerlo a veri e propri abusi e per “utilizzarlo” nei loro “giochi” prevaricanti e violenti, anche e solamente per avere qualcosa da poter fotografare con i telefonini e quindi esibire come trofeo ad altri coetanei, per vantarsi e farsi vedere, dal loro punto di vista, “grandi” e “belli”. Gravissima anche la diffusione di tali immagini che, tramite Whatsapp, Twitter, Instagram, Facebook, Telegram, Imessage ed altri, avveniva tra tutti i coinvolti e i compagni di classe degli stessi, che si guardavano bene dall’informare genitori ed insegnanti un po’ per la paura di ritorsioni e un po’ per la mancata comprensione della portata degli atti ripresi.


La gravità delle violenze e della persecuzione nei confronti dello studente 15enne, hanno raggiunto il loro apice nei mesi di dicembre 2016 e gennaio 2017, allorquando i “bulli”, in una circostanza, dopo averlo braccato per strada, mediante la somministrazione coartata di alcolici (se non avesse bevuto lo avrebbero picchiato!), lo ponevano in stato d’ebbrezza e di incapacità d’intendere e volere per poi costringerlo a tollerare di essere condotto in giro per la città, teatro della vicenda, legato ad una catena, prima al collo, poi legata attorno al busto, a mo’ di cane al guinzaglio; ed in un’altra, la più brutale, allorquando in concorso tra loro e con un infra quattordicenne, con violenza consistita nella repentinità del gesto e approfittando delle condizioni di inferiorità fisica della vittima al momento del fatto, denudata, tenuta appesa per le gambe a testa in giù, sospesa sopra un ponte, la costringevano a subire atti sessuali, brutalizzandolo con l’utilizzo di una pigna e fotografando la violenza. La fotografia scattata veniva poi divulgata a terzi tramite applicazioni di messaggistica istantanea.

I Carabinieri di Vigevano, avuta notizia dell’esistenza di queste vicende, sono riusciti prima a convincere alcuni genitori, preoccupati per quanto sarebbe potuto ulteriormente succedere ai loro figli, a presentare alcune denunce, poi in breve tempo hanno individuato il gruppo di ragazzi, che proprio per la gravità dei reati di cui sono indiziati non sono stati denunciati, ma arrestati per concorso in violenza sessuale, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, pornografia minorile, violenza privata aggravata mediante lo stato di incapacità procurato della vittima.

E’ bene evidenziare che i militari, nell’avvio di tale attività d’indagine, sono riusciti a creare le condizioni affinché uno studente, coetaneo della vittima di “bullismo” e testimone dei fatti, si sentisse protetto tanto da consentirgli di acquisire una delle fotografie della violenza sessuale divulgata dal “branco”, ove i componenti dello stesso risultavano ritratti visibilmente compiaciuti della tragica rappresentazione e che successivamente rassicurato dai militari, testimoniava circa le violenze a sua conoscenza subite dal coetaneo e amico.

Il branco è un gruppo di una decina di ragazzi di “buona famiglia”, figli di professionisti, commercianti, impiegati, operai. Cinque in particolari i bruti, tre hanno 15 anni, uno ne ha 16, e c' è anche un tredicenne, per questo non imputabile: sono stati rinchiusi nell'Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano a disposizione del Tribunale per i minorenni del capoluogo lombardo, competente territorialmente.
LE ACCUSE

Le esigenze cautelari sono state considerate indispensabili dal GIP del Tribunale per i minorenni di Milano, per l’elevatissimo rischio di recidiva, desumibile dalle modalità e le circostanze dei fatti, gravissimi non solo oggettivamente, ma anche perché ascrivibili ad istinti di sopraffazione verso un soggetto debole tipici del “bullismo”, che nel caso specifico è apparso declinato all’interno di un gruppo con caratteristiche di stabilità, del quale tutti gli indagati fanno tragicamente parte.

Al termine di complesse e delicate indagini finalizzate a reprimere il fenomeno del “bullismo”, tra i giovani e nei loro ambienti di aggregazione i militari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 4 minori poiché gravemente indiziati per concorso in violenza sessuale, riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù (artt. 110, 609 octies in relazione agli artt. 609 bis, 1° e 2° comma nr.1 e 609 ter, n. 5 sexies c.p.), pornografia minorile (artt.110 e 600 ter, 4° comma c.p.), stato di incapacità procurato mediante violenza e violenza privata (artt.81, 110, 613 e 610 c.p.). In particolare le accuse più gravi sono loro rivolte in ordine agli episodi violenti e vessatori commessi nei confronti dello studente 15enne, approfittando del suo stato di fragilità:

Inoltre a carico del “branco”, coadiuvati a seconda dell’occasione da altri coetanei, non compresi tra i quattro arrestati, sono stati accertati diversi episodi di danneggiamento e vandalismo ai danni di alcuni convogli ferroviari, con rottura di vetri, lancio di sassi, imbrattamento delle carrozze, anche mediante utilizzo di estintori. Nel mese di ottobre 2016, alcuni di essi si rendevano responsabili di un lancio di sassi contro un treno regionale, danneggiandolo e causando un ritardo sulla linea di percorrenza di circa 30 minuti.

Tra i componenti del “branco” a tutti gli effetti anche uno studente di soli 13 anni e pertanto non imputabile, la cui posizione, considerata la pericolosità sociale, è comunque al vaglio per l’eventuale richiesta di una misura di prevenzione.

Per questo motivo altri cinque 5 minori, di età compresa tra i 15 e i 16 anni sono stati deferiti a vario titolo per i reati di danneggiamento aggravato e interruzione di un pubblico servizio. Nel corso delle perquisizioni domiciliari eseguite contestualmente alle misure cautelari, i militari hanno rinvenuto e sequestrato diversi martelletti frangivetro asportati dalle carrozze dei treni assaltati.

A carico di alcuni degli indagati, anche una “spedizione punitiva”, avvenuta nel mese di febbraio 2017, nei confronti di due coetanei ritenuti responsabili di aver denunciato, in precedenza, alcuni comportamenti da “bullo” attuati dal capo “branco”. I due 15enni venivano per questo aggrediti di rientro a casa, percossi, spintonati e fatti segno di pugni. Solo l’intervento di un genitore, casualmente di passaggio in tali circostanze, scongiurava ulteriori conseguenze ai due studenti.
Tra le attività istituzionali dell’Arma dei Carabinieri è da sempre prioritaria la difesa delle categorie “Deboli” e in ragione di ciò sono state stipulate numerose convenzioni con altri enti pubblici quali l’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia. In tale ambito, proprio per un percepito disagio dei minori nell’ambito della Provincia di Pavia, è stato sviluppato uno specifico protocollo con il locale Ufficio Scolastico Provinciale che prevede, tra l’altro, un progetto pilota con Carabinieri e studenti che interagiscono insieme, nelle aule, in un percorso di comprensione ed emersione dei fenomeni del bullismo e che si spera porti a risultati concreti già dalla fine di questo anno scolastico.


 

Cronaca
Lodi: "Io comunque non mi fermo e andrò avanti più deciso e più determinato"
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GALLERY IN FONDO ALL'ARTICOLO



di Andrea Barbi

FERRARA - "Un successo per i cittadini, che sono riusciti, almeno per il momento, a bloccare l’arrivo di altri immigrati nella loro via" queste le parole di Nicola Lodi responsabile della Lega Nord di Ferrara per l'immigrazione dopo aver ricevuto una denuncia da parte dei carabinieri di del capoluogo proprio per quella protesta che secondo i militari, non essendo stata autorizzata, comporterebbe una violazione delle norme sulle riunioni o sugli assembramenti pubblici.


Una decisione, però, che a quanto sembra non spaventa affatto l’agguerrito Lodi: "Sono orgoglioso di questa nuova querela che gli avvocati contesteranno. - dichiara il responsabile della Lega - Io comunque non mi fermo e andrò avanti più deciso e più determinato". Lodi ha poi aggiunto, in riferimento ai suoi detrattori locali: "Il Pd anziché attaccare il sottoscritto e sperare in qualche querela a mio carico pensi di più al suo futuro oramai in declino.”

La vicenda - Tutto è iniziato quando gli abitanti di una piccola frazione di Ferrara dove sono già ospitati 13 richiedenti asilo si sono allarmati alla notizia dell’ arrivo di un nuovo gruppo di 14 immigrati spostati dal centro storico di Ferrara, dove hanno creato problemi per il loro comportamento al vicinato, che sarebbero stati spostati in un casolare disabitato da circa un anno appartenente allo stesso proprietario dell’edificio nel quale ora risiedono, il dott. Fantini. Il Fantini infatti a seguito delle continue lamentele ricevute dai residenti della centralissima via Cavour, a pochi passi dal lussuoso Hotel Astoria, dove possiede diversi immobili nei quali da qualche mese ospita tramite la cooperativa sociale “VIVERE QUI” con sede a Vigarano Mainarda, piccolo comune a pochi chilometri dalla città estense e presieduta dal sig. Thomas Kuma, ha pensato di spostare il problema in periferia, in una zona meno esclusiva e lontana dagli occhi dei facoltosi clienti dell’hotel più esclusivo della città. I problemi deriverebbero dal comportamento dei sub sahariani alloggiati nelle strutture di sua proprietà, tutti giovani uomini provenienti in gran parte dalla Nigeria. Secondo le testimonianze, raccolte fra i residenti della zona storica, i ragazzi si lasciano andare, durante qualsiasi ora del giorno e della notte, a comportamenti maleducati, per usare un eufemismo, come orinare sui muri interni ed esterni dell’edificio che li ospita, sputare continuamente sulle scale interne del condominio e all’esterno sulle automobili parcheggiate, lasciare sui marciapiedi lattine e bottiglie di birra vuote, dopo averle consumate; per non parlare delle urla e degli schiamazzi, spesso dovuti allo stato di ebbrezza di taluni e del via vai di connazionali, non facenti parte della gruppo. Così Fantini in accordo con la suddetta cooperativa ha deciso di spostare i migranti in un’altra struttura di sua proprietà, un casolare sito in via Spinazzino a San Bartolomeo in Bosco. In quella piccola frazione di poche centinaia di abitanti, come sopra anticipato, risiedono già altri richiedenti asilo seguiti dalla medesima cooperativa e alloggiati proprio nella stessa via dell’edificio in questione.

La protesta -
Lo scorso sabato 4 Marzo alcuni residenti di quella via hanno visto un furgone scaricare dei mobili presso il casolare abbandonato e hanno pensato di chiamare subito Naomo Nicola Lodi, il responsabile per l’immigrazione della lega nord di Ferrara, il quale in pochi minuti è arrivato sul posto e coadiuvato da 2 militanti ha montato un piccolo gazebo in un’ area prospiciente la casa di via Spinazzino, ma su suolo pubblico e nel giro di un paio d’ore i residenti della zona (nessuno dei quali iscritto alla Lega Nord) hanno spontaneamente portato cibo bevande e cartelloni improvvisati con vecchie lenzuola sui quali hanno scritto con bombolette spray moniti per manifestare il proprio dissenso. Si è creato così, per volere dei cittadini un sit in, formato da una ventina di persone contro l’ennesima decisione presa dall’alto senza nemmeno ascoltare le esigenze della cittadinanza. Per correttezza le forze dell’ordine nella fattispecie carabinieri e polizia municipale sono stati avvisati dallo stesso Lodi ai quali hanno fatto seguito alcuni giornalisti delle testate locali. La manifestazione si è protratta da mezzogiorno fino alla serata di sabato senza particolari momenti di tensione è ha ottenuto la promessa da parte del padrone di casa, anch’egli arrivato sul posto, di non scaricare i problemi di Ferrara su quel piccolo angolo di campagna emiliana, viste le forti proteste dei residenti, i quali hanno ribadito che la famosa quota stabilita per legge di 3 “profughi” per ogni mille abitanti è già stata ampiamente superata.
 

Il caso
Ha fondato un'associazione e ha aperto un sito internet ma il suo piano è andato in fumo
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BOLOGNA - Ha fondato la “Cobrassociazione”, con tanto di Statuto, sito internet e slogan: “Veniamo a prenderti ovunque tu sia”. Lo scopo è la “promozione del ballo e della cultura in genere”: basta caricare on line la propria carta d'identità, pagare una quota associativa e poi andare a divertirsi senza pensare a come tornare a casa perché il Cobra con il suo pulmino Nissan a nove posti verrà a prenderti a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo. E se hai un'auto e sei disoccupato, l'associazione ti dà pure lavoro. E' il piano studiato e messo in pratica dal tassista abusivo più famoso della città, il Cobra, nome d'arte di un cinquantenne irriducibile, con una vasta collezione di precedenti penali, che da anni trasporta persone a pagamento senza licenza, facendo venire il sangue amaro ai tassisti in regola. Ma il piano è andato in fumo nella notte tra sabato e domenica scorsi, alla fine di quella che per il Cobra è stata una bruttissima serata, culminata con il ritiro e la sospensione della carta di circolazione e il fermo amministrativo del veicolo.

Tutto comincia verso l'una della notte tra sabato 4 e domenica 5 marzo quando una pattuglia di vigili della Polizia Municipale di Bologna nota il pulmino Nissan parcheggiato in via Amendola, all'altezza di via Boldrini. Pulmino già sottoposto a fermo amministrativo (scaduto da soli due giorni) a metà dicembre dell'anno scorso, quando il Cobra era stato pizzicato dai vigili dopo che per un lungo periodo era riuscito a farla franca, obbligando i trasportati a dichiarare che il viaggio era gratuito. I vigili si appostano e vedono il Cobra aprire le portiere e accogliere dieci giovani, poi partire in direzione di via don Minzoni. In via Parmeggiani, all'altezza di via Zanardi, i vigili lo fermano, identificano i giovani a bordo e ascoltano la confusa difesa del Cobra, che sostiene di essere in regola, di aver fondato un'associazione, di avere un sito internet e di trasportare solo chi possiede la tessera associativa. Peccato però che i dieci ragazzi a bordo avessero sì contattato il Cobra attraverso internet, ma non risultassero soci della “Cobrassociazione”. Inoltre il pulmino Nissan, intestato alla moglie del tassista abusivo, è omologato per trasportare 9 persone compreso il conducente, e a bordo quella notte di persone ce n'erano in tutto 11. Insomma, il cinquantenne finisce di nuovo nei guai.

Il tasso di controlli della Polizia Municipale di Bologna ai tassisti abusivi è molto alto: due al mese, in media, vengono sanzionati e scattano i verbali per il fermo del veicolo. Il fenomeno ha dei risvolti che possono diventare anche pericolosi per i passeggeri pertanto l’invito è a non ricorrere al trasporto abusivo: il tassista abusivo non ha infatti i requisiti professionali richiesti e soprattutto i passeggeri non sono assicurati.

Cronaca
I medici ritengono che si sia trattato di un aborto spontaneo
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BIELLA - I soccorsi a una giovane nigeriana, svenuta in strada a Candelo (Biella), hanno portato alla scoperta di un feto nella sua borsa. L'hanno trovato i sanitari mentre cercavano i documenti. La donna, che non parla italiano, è stata trasportata d'urgenza in ospedale dove si trova ricoverata nel reparto di ginecologia.
I medici ritengono che si sia trattato di un aborto spontaneo. Le sue condizioni appaiono in miglioramento e non destano preoccupazione.
E' stato un passante a dare l'allarme. La donna sarebbe irregolare in Italia e non sono stati trovati suoi documenti.
Il sospetto è che possa essere una vittima della tratta delle prostitute che vengono sfruttate da un'organizzazione che le accompagna sulle strade biellesi. La procura ha aperto un fascicolo.

La sentenza
Secondo la Corte, infatti, "l'insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero
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TRENTO - Per la prima volta viene riconosciuta anche in Italia a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati negli Usa grazie a maternità surrogata. La decisione, che nel sito "www.articolo29.it" viene definita "storica", è stata presa dalla Corte d'Appello di Trento che con un'ordinanza ha disposto il riconoscimento di efficacia giuridica "al provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra due minori nati grazie alla gestazione per altri e il loro padre non genetico".

Nell'ordinanza, che porta la data 23 febbraio, si stabilisce un "principio importantissimo", come spiega il direttore del portale di studi giuridici di "Articolo 29", Marco Gattuso, e cioè "l'assoluta indifferenza delle tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all'estero, rispetto al diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, nell'ambito di un progetto di genitorialità condivisa".

Si tratta di "una pronuncia di assoluta rilevanza", aggiunge Gattuso, in quanto "per la prima volta un giudice di merito applica, in una coppia di due padri, i principi enunciati dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 19599/2016, in tema di trascrizione dell'atto di nascita straniero recante l'indicazione di due genitori dello stesso sesso". Secondo la Corte, infatti, "l'insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero: si deve infatti escludere che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato; all'opposto deve essere considerata l'importanza assunta a livello normativo dal concetto di responsabilità genitoriale che si manifesta nella consapevole decisione di allevare ed accudire il nato; la favorevole considerazione da parte dell'ordinamento al progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli anche indipendentemente dal dato genetico, con la regolamentazione dell'istituto dell'adozione; la possibile assenza di relazione biologica con uno dei genitori (nella specie il padre) per i figli nati da tecniche di fecondazione eterologa consentite".

L'ichiesta
In buon numero mamme e papà legittimi sono difficili da individuare in quanto gli embrioni sarebbero frutto di una fecondazione avvenuta in base a una presunta compravendita di ovociti
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MILANO - Sono quasi 500 gli embrioni, un tempo custoditi alla Clinica Matris di Milano di Severino Antinori, che la Procura di Milano dovrà restituire alle coppie che ne hanno diritto dopo che il Riesame ha disposto il dissequestro nell'ambito dell'inchiesta in cui il ginecologo è accusato di aver 'rapinato' ovuli a una infermiera spagnola. In buon numero mamme e papà legittimi sono difficili da individuare in quanto gli embrioni sarebbero frutto di una fecondazione avvenuta non in base alla legge 40 ma tramite una presunta compravendita di ovociti. Sebbene il pm Maura Ripamonti abbia fatto ricorso per Cassazione contro la decisione del Riesame, poiché il dissequestro è immediatamente esecutivo, sta cercando di ricostruire chi siano i legittimi proprietari e di stabilire, non senza difficoltà per via dalle mancanza di una normativa, a chi vadano ridati gli ovuli fecondati nei casi in cui sarebbero frutto di un procedimento ritenuto illecito in quanto gli ovociti sarebbero stati pagati e non donati.

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