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La sentenza
Confermata invece la condanna a 9 anni e 4 mesi per il presunto basista Andrea Magnani
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A.B. 

 

MILANO - La Corte d'appello di Milano ha condannato Martina Levato a 20 anni applicando la continuazione tra la condanna definitiva a 12 anni per l'aggressione con l'acido a Pietro Barbini e quella di primo grado a 16 anni per gli altri blitz. La pena di 20 anni, dunque, comprende tutti gli episodi contestati alla ex bocconiana e la Corte ha ridotto il cumulo di pene complessivo che era di 28 anni. Confermata invece la condanna a 9 anni e 4 mesi per il presunto basista Andrea Magnani.

Martina Levato, Alexander Boettcher e Andrea Magnani costituivano una vera e propria associazione a delinquere e sono responsabili dell’aggressione di due ragazzi. Il 28 dicembre scorso hanno aggredito con l’acido Pietro Barbini, causando ad esso lesioni gravissime. Martina Levato invece è accusata di aver tentato l’evirazione di uno studente della Cattolica con cui avrebbe avuto una breve relazione. Il fatto risale al 19 maggio scorso. Durante il processo contro l’aggressione ai danni di Pietro Barbini, Andrea Magnani ha detto che il regista dell’aggressione sarebbe stato Alexander Boettcher, “mentre io sapevo che dovevamo fargli uno scherzo goliardico e mi sono accorto di tutto solo quando Martina ha lanciato l’acido”. Magnani dice che sapeva che i due volevano fare “uno scherzo goliardico, perché Barbini era di ritorno dagli Stati Uniti” e ha detto che Alexander Boettcher gli aveva affidato un borsone con dei contenitori, ma pensava fossero pieni di acqua. “Non mi ero reso conto, ho anche tentato di suicidarmi dopo quello che era successo ed ora provo rimorso, anche se non ero consapevole”, ha aggiunto Andrea Magnani. Pian piano emergono novità a partire dai loro interrogatori in cui Alexander Boettcher e Martina Levato si sono avvalsi della facoltà di non rispondere davanti al gip, e la stessa cosa ha fatto il loro complice Andrea Magnani. Oltre alla strategia del silenzio, la coppia ha assunto davanti al gip un atteggiamento arrogante. Subentra poi una nuova testimonianza che ha raccontato ai magistrati di essere stata contattata da Alexander che all’apparenza gli sembrava un ragazza bravo ma poi gli mostrava filmati dove si vedevano uomini che uccidevano galline e avevano il volto oscurato. La ragazza ha raccontato che Alexander dettava “vere e proprie regole”, la giovane ha parlato anche delle ferite sulla pelle che Martina subita da Alexander e del fatto che lui potesse agire come voleva e loro no, nei rapporti sessuali a tre. La rinominata “coppia dell’acido” imputati a Milano per aver sfregiato con l’acido, lo scorso 28 dicembre, Pietro Barbini, sono stati condannati a 14 anni di carcere. A deciderlo è stato il giudice della nona sezione penale del Tribunale. E’ stata esclusa l’aggravante della crudeltà ed è stata concessa loro la libertà vigilata per 3 anni. Inoltre è stato previsto un risarcimento danni pari ad un milione di euro. La ragazza in aula si è scusata con Pietro Barbini e ha detto: “Chiedo scusa a Pietro e alla sua famiglia, sono dispiaciuta per quello che ho fatto”.

Cronaca
Lo spaccio di sostanze stupefacenti, attivo nel sud-ovest milanese e in particolare nei campi di Cusago
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MILANO - Dalle prime luci dell’alba, nelle province di Milano, Alessandria, Biella, Pavia, Vercelli, è in corso una vasta operazione condotta dai Carabinieri del Comando Provinciale di Milano, impegnati nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale del capoluogo lombardo, nei confronti di 18 pusher (10 cittadini marocchini e 8 italiani), facenti parte di un sodalizio criminale dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, attivo nel sud-ovest milanese e in particolare nei campi di Cusago (MI).
La tecnica messa a punto permetteva agli spacciatori di agire sfruttando la copertura offerta dalla fitta vegetazione della zona, mentre i canali di irrigazione venivano utilizzati per spostarsi e raggiungere i clienti ai bordi delle S.P. 114 e 162.

Cronaca
Arrestato un 20enne meneghino, già noto alla Giustizia, ritenuto responsabile di rapina, evasione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti
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MILANO - Non si ferma l’attività di contrasto alla criminalità predatoria posta in essere dall’Arma milanese. Nelle ultime ore sono finiti in manette due rapinatori di farmacie, bloccati in flagranza di reato.
I Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Milano hanno tratto in arresto un 20enne meneghino, già noto alla Giustizia, ritenuto responsabile di rapina, evasione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. I militari dell’Arma, durante il normale servizio di pattugliamento del territorio, sono entrati in azione in una farmacia in zona Stadera, al cui interno avevano notato movimenti sospetti. Fermata l’auto di servizio e fatto immediatamente ingresso nell’attività commerciale, gli operanti hanno sorpreso il giovane mentre prelevava il denaro dalla cassa, minacciando ed intimando il silenzio alle 2 dipendenti e ai clienti presenti nei locali. I Carabinieri hanno bloccato il malvivente, restituendo il bottino di circa 140 euro e trovandogli nelle tasche 4 gr. di hashish. Dai successivi accertamenti sul conto dell’arrestato è emerso che era evaso dai domiciliari, dove, dal settembre scorso, stava scontando una condanna a 4 anni per analoghi fatti risalenti al 2015.
Nella serata di ieri, inoltre, un rapinatore, armato di forbici e con il volto parzialmente travisato, ha colpito in una farmacia in zona Forze Armate, fuggendo con 200 euro e una confezione di ansiolitici. Le ricerche prontamente diramate dalla Centrale Operativa hanno permesso l’immediato rintraccio, da parte di una gazzella del Nucleo Radiomobile di Milano, del malvivente, un 57enne già noto alla Giustizia, bloccato nella vicina via Rismondo. L’uomo è stato incastrato dagli occhiali da vista con montatura verde che indossava, nonché dal denaro e dai farmaci ritrovati nelle sue tasche. 

Amministrazione pubblica e cittadini
Sei chilometri di pratiche nel giro di due anni e mezzo diventeranno dei file
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Red. Cronaca



BOLOGNA
- Rivoluzione digitale in arrivo per le pratiche edilizie del Comune di Bologna: circa 800.000 documenti tra autorizzazioni, licenze, permessi, depositi, dichiarazioni, che coprono un arco temporale di 66 anni, dal 1949 al 2015, stanno per diventare dei file facilmente consultabili dai professionisti del settore con un clic. Le pratiche, organizzate in 49.000 faldoni, coprono una distanza di 6 chilometri: se si mettessero in fila, tappezzerebbero tre volte i portici che dal Meloncello salgono fino alla Basilica di San Luca. Solo le pratiche più recenti, quelle degli ultimi due anni, sono conservate nella sede del Comune di Bologna, tutte le altre si trovano in un deposito di Ravenna e sono custodite e gestite da una ditta esterna. I materiali conservati sono di vario tipo: elaborati grafici in grande formato; atti e documenti; foto e altri materiali iconografici; veline; lucidi. Anche le modalità di rilegatura o fascicolazione dei documenti all'interno dei faldoni sono le più varie. Inoltre, alcuni materiali si sono a mano a mano deteriorati. L'archivio infatti è soggetto a frequentissima consultazione per la verifica di conformità degli immobili, quindi vengono richieste pratiche ogni volta che si deve progettare un intervento o per esempio in sede di compravendita. Basti pensare che solo l'anno scorso il Comune ha ricevuto 8.500 richieste di accesso agli atti per un totale di circa 30.000 pratiche movimentate: la media è di un'ottantina di pratiche al giorno.

 

Oggi funziona così: dai professionisti (che possono essere per esempio tecnici, notai, agenzie immobiliari, cittadini, altri enti) parte una richiesta telematica che viene inoltrata alla ditta incaricata della custodia delle pratiche. La ditta a quel punto recapita alla copisteria le pratiche in due viaggi settimanali. I tempi di attesa sono di circa un mese. Una volta che sarà concluso il processo di digitalizzazione, chiunque lo richieda potrà consultare i documenti in tempo reale dal computer della propria scrivania. In questo modo, oltre a velocizzare il lavoro dei professionisti e a soddisfare in poco tempo le esigenze dei cittadini, si dirà addio alla movimentazione dei documenti originali con benefici sulla loro conservazione e anche sull'impatto ambientale. In più, sarà una preziosa occasione per riordinare e catalogare i materiali che oggi non riescono a essere consultati perché fuori posto.

La digitalizzazione dell'archivio delle pratiche edilizie e urbanistiche è soltanto la fase più recente e conclusiva del percorso intrapreso nei primi anni 2000, che ha portato il Comune alla completa dematerializzazione del processo edilizio e alla gestione digitale del territorio. Un lungo processo coronato dal bando di gara da 2,6 milioni di euro (somma derivante dal reimpiego dei proventi delle sanzioni edilizie) per la dematerializzazione dell'archivio. Il capitolato è stato redatto dall'amministrazione comunale con il supporto della Soprintendenza ai beni archivistici per le specifiche tecniche dei locali e per le figure professionali coinvolte. Il contratto è stato sottoscritto nel settembre del 2016 e ha una durata prevista di 30 mesi per eseguire la digitalizzazione completa dell'archivio, che dunque si concluderà nei primi mesi del 2019, ma sarà progressivamente reso disponibile agli utenti mano a mano che la digitalizzazione procede. In queste settimane si sta concludendo la verifica della fase di startup nella quale è stata effettuata la formazione degli operatori e sono stati realizzati i primi prototipi di scansione di materiali complessi. L'operazione ha un altro aspetto di delicatezza: dal momento infatti che si tratta di un archivio corrente, in tutta la fase della lavorazione viene garantito l'accesso ai documenti e quelli che vengono richiesti in consultazione “saltano la fila” e vengono digitalizzati subito e forniti al richiedente già in formato digitale. Il controllo del Comune sulla correttezza dell'archiviazione è costante: un operatore dell'amministrazione, alla prima richiesta di una pratica digitale, effettua un controllo aprendo e visionando gli elaborati e, se il semaforo è verde, il file viene reso disponibile all'utente in tempo reale. Tutti i file saranno conservati definitivamente nel PARER, il Polo archivistico regionale, con le garanzie di corretta conservazione digitale.

Cronaca
Intervista all'Avvocato Donzella che sostiene la Parte Civile con Penelope
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di Angelo Barraco
 
 
TORINO – Confermata in Appello la condanna a trent’anni di carcere per Michele Buoninconti, Vigile del Fuoco di Costigliole d’Asti accusato dell’omicidio della moglie Elena Ceste. Una condanna che comprova ulteriormente quanto già enunciato in primo grado dai Giudici e che oggi la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha enunciato alla luce degli elementi che rendono il piano accusatorio indubbio. E’ stato disposto dalla Corte inoltre il sequestro conservativo del patrimonio di Michele Buoninconti e si tratta di conti correnti e un terzo della casa. L’ex Vigile del Fuoco di Costigliole d’Asti ha scelto il rito abbreviato e in primo grado, ricordiamo, il Giudice Roberto Amerio ha accolto la tesi dell’accusa che chiese il massimo della pena. E’ stato inoltre assegnato un risarcimento di 300mila euro per ciascuno dei quattro figli, 180mila euro per i genitori e per la sorella e un risarcimento di 50mila euro per suo cognato. I legali di Buoninconti si sono espressi così: “Su quanto è accaduto si possono fare solo delle ipotesi. Non è possibile dire come, quando, dove e in che modo Elena Ceste è stata uccisa. E non si può nemmeno dire se sia stato un delitto premeditato, volontario, di impeto o di altro. A nostro avviso non si è trattato nemmeno di un omicidio", forse la scelta di un rito ordinario avrebbe permesso ulteriori accertamenti sulla posizione di Buoninconti  e relative responsabilità al momento del delitto, come e dove è stata uccisa Elena e avrebbe  portato alla luce elementi decisamente più nitidi e meno nebulosi in merito agli avvenimenti di quella notte. Motta di Costigliole D’Asti è un paesino di pochi abitanti dove si conoscono tutti, erano le 8.15 del 24 gennaio 2014 ed Elena Ceste, mamma premurosa e dedita alla casa e alla famiglia, non si sente bene e chiede al marito di accompagnare i figli a scuola. Sono le 8.35 e Michele Buoninconti, dopo aver lasciato i bambini a scuola, racconta a troupe televisive e inquirenti di aver trovato, vicino al cancello, i vestiti di Elena e gli occhiali dalla quale la donna non poteva farne a meno per necessità perché miope, sul tavolo inoltre vi era la fede nuziale. Dov’è Elena? Si domanda Michele, da qui inizia il fitto mistero che in 20 minuti ha tenuto con il fiato sul collo un’Italia che ha sperato fino all’ultimo momento di poter rivedere quella mamma  con i suoi figli. Quei vestiti a terra, vicino al cancello e l’idea di poter vedere la moglie nuda camminare per strada rappresenta per Michele un motivo di vergogna e allora si mette alla ricerca lungo le strade di Costiglione d’Asti ma con esisto negativo. Decide allora di riferire tutto agli inquirenti e aggiunge inoltre che la sera prima della scomparsa era agitata e alla domanda del marito in merito alla causa di tale atteggiamento, rispose che aveva combinato un guaio e di essere sulla bocca di tutti stupendosi di come il marito non ne fosse a conoscenza. Le speranze nel ritrovarla viva e relativi avvistamenti si sono rivelati vani il 18 ottobre successivo venne rinvenuto il corpo di Elena Ceste nel Rio Mersa, a Costigliole d’Asti, un luogo poco distante dalla loro abitazione. Durante il processo di secondo grado è stata ripercorsa in Aula tutta la vicenda passo dopo passo e secondo i Giudici, Buoninconti non sopportava che la moglie cercasse di evadere dalla solita routine quotidiana venendo meno al suo ruolo di “madre e moglie sottomessa che le aveva imposto”. 
 
Noi de L’Osservatore D’Italia abbiamo parlato con l’Avvocato Benedetta Donzella, che ha sostenuto la Parte Civile come Penelope Italia. 
 
- E’ stata confermata in Appello la condanna per Buoninconti…
E’ stata confermata la condanna a trent’anni di reclusione così come disposto in primo grado…
 
- E’ una sentenza che vi aspettavate?
Si, non lo dico con spirito di presunzione ma lo dico alla luce degli elementi che il Pubblico Ministero ha raccolto. Siamo di fronte veramente ad un patrimonio probatorio inattaccabile, granitico e non lo dico neanche con enfasi perché si tratta comunque si un processo indiziario ma indizi così gravi, così numerosi, così qualitativamente elevati  da poter far decidere sia in prima istanza e in appello che l’accusa di omicidio e l’occultamento di cadavere da parte del Buoninconti era più che fondata. 
 
- Quali sono gli elementi che hanno spinto i giudici a confermare la condanna?
Io credo che la motivazione contenuta nella sentenza di primo grado sia veramente un faro. Un Giudice che ha motivato la valorizzazione della prova logica e della prova scientifica in maniera così minuziosa e così chiara da lasciare poco spazio ai dubbi. Nulla è stato tralasciato. 

- Tralasciando l'aspetto giuridico, cosa colpisce di questa storia e cosa rimane?
Elena Ceste era una mamma di quattro figli, era una donna che viveva per la famiglia, sicuramente c’è stato un momento di criticità nel rapporto coniugale tant’è che è vero che Elena Ceste aveva instaurato una sorta di relazione extraconiugale che poi è stata scoperta dal marito, ma lei lo aveva anche confessato. Almeno questo emerge. Questo fatto ha portato il marito che è sempre stato un soggetto che ha deciso tutto ciò che riguarda la famiglia e l’andamento della famiglia, legato anche a convinzioni personali molto conservatrici del ruolo della famiglia e sia del ruolo della donna. Ci hanno fatto riflettere molto alcuni atteggiamenti, per esempio il fatto che lui in estate sospendesse l’assicurazione della macchina della moglie –lei accompagnava i bambini a scuola con la macchina- perché non serve. Lui esercitava questa forma di controllo e non si sono mai registrate delle ribellioni piuttosto che delle prese di posizioni da parte di Elena. Per quanto sia stato sbandierato ai quattro venti che Elena avesse avuto una crisi psicotica, è un’invenzione che ha caratterizzato tutta la linea difensiva del Buoninconti ed è lui che racconta questo episodio di psicosi che dal nostro punto di vista è proprio un alibi per giustificare l’assenza della moglie, il fatto che se ne fosse andata via nel cuore dell’inverno a gennaio, nuda, senza occhiali, senza scarpe, una donna che aveva un’elevata miopia per poi andarsi a rifugiare in un posto assolutamente inaccessibile, pieno di rovi che il Comune non aveva provveduto a pulire per circa 12/13 anni. Questo racconto della fantomatica psicosi di Elena che l’avrebbe condotta a denudarsi e poi andare a morire in 15 centimetri di acqua del Rio Mersa, nasce da qui tutta quella filosofia spicciola che si è consumata sul dramma personale di Elena e che avesse una psicosi. Mai confermata da nessuno, quella consulenza psicologia a posteriori che era stata fatta si basava proprio sul racconto di Buoninconti. L’unica cosa di cui lei aveva paura era quella di essere stata scoperta, di essere sulla bocca di tutti. Il corpo lo abbiamo scoperto per caso, perché il Sindaco di Isola d’Asti aveva deciso di far pulire quel sito perché era infestato da animali.

- Cosa vi aspettate adesso?
Noi ci aspettiamo che la nostra istanza di giustizia sia confermata da qui fino alla definizione perché ricordiamoci, ci sarà sicuramente un terzo grado di giudizio. 

- Secondo lei c’è la remota possibilità che in Cassazione si ribalti tutto?
A me sembra una cosa molto remota e poco verosimile che la Cassazione possa ribaltare tutto. Può darsi che la Cassazione dia delle indicazioni; possa rinviare magari il processo alla sezione di Corte d’Appello per rivedere –facendo un’ipotesi- potrebbe farlo per rivedere qualche punto. Mi sento di dover dire che l’impianto accusatorio granitico dal mio punto di vista esclude questo.  Non dimentichiamo che questa decisione di conferma della sentenza non nasce così; ci sono stati dei Giudici che hanno già valutato l’impianto accusatorio in fase di indagini preliminari. C’è stato innanzitutto il Gip che ha emesso l’ordinanza di custodia cautelare sulla base dei riscontri investigativi, c’è stato il Tribunale del Riesame al quale è andato a ricorrere il Buoninconti che ha confermato la fondatezza di quella misura cautelare, sulla base del riscontro investigativo raccolto; c’è stata la Cassazione che ha confermato la legittimità di quella misura cautelare, c’è stato un Gup nel giudizio di primo grado che ha condannato l’imputato e abbiamo una corta d’Appello che ha confermato la sentenza. Mi sembra che sia un cammino coerente e una decisione che noi riteniamo giusta, doverosa e ci auguriamo che venga confermata anche in Cassazione. 

Il caso
Il sindaco di Argenta. "Espresso in giunta parere negativo, per tutte le considerazioni espresse in narrativa, quale espressione della volontà di un’intera comunità"
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di Andrea Barbi

 
ARGENTA (FE) -  “Vogliamo ribadire con forza la nostra posizione contraria alla prospezione geologica finalizzata all’estrazione di idrocarburi nell’area delle Valli di Comacchio e nel territorio del comune di Argenta”. Così il sindaco di Argenta Antonio Fiorentini, spiega qual è la posizione dell’Amministrazione in merito all’istanza di prospezione geofisica nel permesso “La Stefanina” presentato da Aleanna Resources.
In merito la giunta ha presentato un odg dello stesso segno in cui esprime “parere negativo, per tutte le considerazioni espresse in narrativa, quale espressione della volontà di un’intera comunità, al rilascio del permesso di ricerca in questione. L’esigenza primaria di tutela del territorio e del paesaggio agrario e naturale del Comune di Argenta, non puo in alcun modo conciliarsi con la possibile futura ricerca di idrocarburi a cui è direzionata la prospezione geofisica oggetto della domanda di Via”. Inoltre, “si impegna a conferire mandato al sindaco per l’adozione di ogni atto che si renda necessario per ribadire tale parere” e “dispone di trasmettere copia del presente atto al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare quale autorità competente del procedimento”. Infine, l’odg prevede che “tutte le informazioni e documenti su tale istanza siano rese pubbliche e fruibili alla cittadinanza nel più breve termine attraverso i canali istituzionali”.
Quello dei permessi per la ricerca della presenza di idrocarburi nel sottosuolo dell’Emilia e della Romagna è un argomento che ha creato molte polemiche fin da quando con decreti ministeriali, tra il 2015 e il 2016 il governo ha dato il via libera ad alcune società tra le quali Aleanna Resources e la nostra Eni di procedere. Se si dovesse rilevare una presenza importante di gas naturale in un’area di circa 80 km quadrati tra le province di Ferrara e Ravenna, in questa zona inizierebbero le operazioni di estrazione: grandi trivelle, gasdotti e piazzali verrebbero costruiti qua e là nel comprensorio del parco regionale del delta del Po, che è stata riconosciuta come sito MAB dall’Unesco, che ne decreta la sua importanza paesaggistica e ambientale. Questo angolo d’Italia al confine tra la terra e il mare è infatti unico per la sua flora e la sua fauna. Tantissime specie di volatili nidificano proprio qui, per non parlare dei pesci il cui esemplare più rappresentativo è sicuramente la famosa anguilla di Comacchio. Paludi, sacche e boschi si alternano a campi coltivati. Un equilibrio tra natura e attività umana molto fragile.
Tutto questo è in balia di un’attività come quella estrattiva che oltre a danneggiare il paesaggio con le trivelle implica una grande produzione di rifiuti speciali. Fanghi industriali che devono essere trasportati e smaltiti. A tal proposito abbiamo intervistato Marco Chiarini, assessore alle politiche ambientali del comune di Argenta e responsabile del medesimo incarico presso per “l’Unione dei comuni valli e delizie” che ci ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:
“Per quanto riguarda le attuali operazioni svolte nel nostro territorio con lo scopo di rilevare eventuali giacimenti di gas naturale, posso garantire che non sono operazioni invasive per il nostro territorio e per la popolazione che vi risiede. Non si tratta infatti di trivellazioni, ma segnali elettromagnetici che, tramite apposite sonde montate su camion, vengono mandati nel terreno per poi rilevarne il tempo e l’entità del ritorno. Si parla quindi di un processo che è soltanto all’inizio. Anche se dovessero rilevare la presenza di idrocarburi ci vorranno anni prima che inizino le operazioni di estrazione. Tuttavia, parlando a nome non soltanto del consiglio comunale di Argenta, ma anche per conto dell’Unione dei comuni valli e delizie, siamo assolutamente contrari ad una eventuale installazione di trivelle sul nostro territorio. I motivo di questa contrarietà che rappresenta l’opinione di tutta la cittadinanza risiede in diverse motivazioni. Tanto per iniziare i rischi sono maggiori degli eventuali benefici al quale il nostro territorio verrà  esposto. In termini di opportunita’ lavorative l’attività estrattiva non porterà nessuna nuova occasione lavorativa per i nostri concittadini; le aziende porteranno le loro risorse lavorative da fuori e i camion che trascorreranno il materiale di scarto delle trivellazioni, i fanghi che sono rifiuti speciali da trattare appartengono ad aziende specializzate, essendo un tipo di trasporto che richiede una apposita attrezzatura, che anch’esse utilizzano già una manodopera che non risiede sul territorio. Questo a fronte di un rischio sismico dovuto alle operazioni estrattive per il quale nessuno può garantirci di stare tranquilli. Di fatto se l’attività provoca terremoti lo sapremo solo qualora avverranno terremoti. Inoltre a livello paesaggistico consideriamo un controsenso il fatto che in una zona di circa 80 km quadrati che in gran parte appartiene al parco regionale del delta del Po inserito dall’Unesco tra i siti MAN, ovvero tra i siti di grande interesse naturale e faunistico per l’umanità, il paesaggio venga deturpato dalla costruzione di grandi trivelle. Per non parlare dell’impatto che un elevato traffico di mezzi pesanti può avere su un ecosistema fragile e delicato come il nostro, pieno di paludi e vegetazione che ospita una varietà davvero notevole e unica in Italia di volatili di ogni specie, alcune anche protette dal wwf perché a rischio di estinzione. Tanto che gli appassionati di birdwatching, di fotografia e di pesca considerano i nostri luoghi come meta ideale per passare giorni di vacanza rilassanti coltivando i loro hobby, intervallando queste attività con visite nei tanti siti di interesse storico culturale come le antiche ville dei fichi d’Este, i siti archeologici etruschi e una pausa da dedicare alla buona cucina in uno dei tanti agriturismi che offrono delizie culinarie tipiche, oltre ad attività sportive come equitazione, tennis e nuoto in piscina. Tutte le forze politiche e l’intera popolazione dei territori interessati a questo scempio sono concordi nel pensare che sia meglio sfruttare il nostro territorio dal punto di vista naturale per favorire il turismo votato alla tutela ambientale e storico-culturale. Mantenendo così quel difficile e spesso precario equilibrio tra attività umane e ambiente che con una agricoltura sostenibile siamo riusciti a mantenere. Vogliamo puntare all’energia proveniente da fonti rinnovabili, settore nel quale molti imprenditori locali e privati cittadini hanno investito in questi ultimi anni, costruendo impianti per le biomasse e impianti fotovoltaici, anche grazie a fondi europei. Consideriamo per tanto inaccettabile che il governo abbia accettato di dare i permessi per una attività estrattiva che risulta invasiva, obsoleta e paradossale rispetto agli obiettivi che le amministrazioni locali si sono date.”
Cronaca
Indagini iniziate grazie alle segnalazioni di alcuni agricoltori e un sindaco coinvolto VIDEO ALL'INTERNO
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VIGEVANO - L’operazione “RISO AMARO” è scattata la mattina del 30 gennaio scorso, dopo quasi tre mesi di servizi di osservazione e controllo. Le indagini, coordinate dal Sost. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pavia, Dr. Andrea ZANONCELLI, sono iniziate grazie alle segnalazioni di alcuni agricoltori ed in particolare di un Sindaco di un comune coinvolto, che avevano notato un via vai di persone insolito per quelle zone. I Carabinieri hanno ricostruito il percorso che i tre, con vari domicili tra Milano (zona Giambellino), Corsico e Vigevano, facevano quotidianamente per recarsi “al lavoro” e quando hanno avuto la certezza che il 30 gennaio avevano della droga da piazzare sono intervenuti.

Dalla metà del mese di settembre 2016 la campagna della lomellina è stata letteralmente invasa da spacciatori magrebini provenienti dall’hinterland milanese che hanno creato numerose arre di spaccio nei pressi di alcune risaie. I Carabinieri della Compagnia di Vigevano hanno estirpato in pochi mesi un vastissimo giro di spaccio di eroina e cocaina. Centinaia i clienti, tra cui almeno dieci minorenni già dipendenti da coca ed eroina.

GLI ARRESTI


Il 30 gennaio 2017, i militari di Vigevano, hanno sottoposto a fermo di indiziato di delitto per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio in concorso (art. 73 DPR 309/1990 e artt. 81 e 110 c.p.):
• E.J, detto “ALE IL PALLIDO”, nato in Marocco cl. 1989, residente a Corsico, ma di fatto in Italia senza fissa dimora, disoccupato, pregiudicato;
• A.B., detto “IL PICCOLO” o “BARBA”, nato in Marocco cl. 1988, ivi residente, in Italia senza fissa dimora, disoccupato, pregiudicato.
Appostatisi nei pressi del ponte sul Ticino, quando hanno visto arrivare la Fiat Bravo, nelle disponibilità degli spacciatori, l’hanno bloccata, rintracciando i due mentre stavano raggiungendo il posto di “lavoro” in Lomellina. Monitorati nel corso di un’articolata attività d’indagine, coordinata dal Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Pavia, Dr. Giorgio REPOSO e dal Sost. Proc., Dr. Andrea ZANONCELLI, nei confronti dei predetti sono stati raccolti una pluralità di elementi probatori secondo cui gli stessi, in concorso con altri soggetti in via di identificazione, avevano allestito una ramificata ed organizzata piazza di spaccio in determinate aree campestri coltivate a riso, dei comuni di Vigevano, Parona (PV), Cilavegna (PV), Nicorvo (PV), Castelnovetto (PV) e S. Angelo Lomellina (PV), detenendo e cedendo ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti del tipo “eroina” e “cocaina” a numerosi acquirenti, tra cui alcuni provenienti anche dalle limitrofe province di Novara, Alessandria, Vercelli ed Asti. Nel medesimo contesto investigativo, in arrivo su di un treno proveniente dalla stazione di Milano San Cristoforo, per raggiungere la stazione di Parona (PV), al fine di rifornire di stupefacente due punti di spaccio collocati nelle aree campestri di quel centro, nei pressi del termovalorizzatore, è stato tratto in arresto nella flagranza del reato di detenzione di sostanze stupefacenti:
• M.M., detto “LO SCURO”, nato in Marocco cl.1992, ivi residente, in Italia senza fissa dimora;
poiché sorpreso a detenere due involucri di cellophane contenenti complessivamente gr.62 di cocaina ed altri due involucri di cellophane contenenti complessivamente gr. 150.69 di eroina nascosti all’interno nelle tasche del giubbotto indossato. Le perquisizioni personali dei tre prevenuti permettevano di rinvenire e sequestrare euro 2500 in banconote di vario taglio, ritenute provento dell’attività illecita, un bilancino elettronico di precisione e vario materiale atto al dosaggio, taglio e confezionamento della sostanza stupefacente. Gli arrestati sono stati associati presso la Casa Circondariale di Pavia, dove al termine degli interrogatori di convalida sono stati sottoposti alla custodia cautelare in carcere tutt’ora in atto.

LA MODALITÀ DI SPACCIO

Le indagini hanno dimostrato come il gruppo criminale, appropriatosi di una zona rurale, coltivata a riso, alle porte di Vigevano, l’avevano trasformata in una vera e propria centrale di spaccio di eroina e cocaina con un’utenza impressionante tra giovani e meno, provenienti da tutti i centri della Lomellina ed anche da alcuni centri delle limitrofe province piemontesi. Spaventoso il fenomeno del ritorno prepotente delle dipendenze da eroina, ora non più consumata con le siringhe, ma sniffata, inalata o fumata come già avviene per la cocaina.

Il giro di affari della piazza, si aggirava intorno ai 5000 euro al giorno, con un ricavo netto, per i tre, di circa 1500000 euro al mese. La droga sequestrata all’ingrosso vale circa 10000 euro. Gli introi illeciti del gruppo criminale, sono risultati talmente cospicui, che gli stessi nel corso delle indagini non hanno esitato a detenere armi (pistole, bastoni e coltelli) che utilizzavano per intimidire i clienti evitando ogni discussione sia sulla qualità di stupefacente ceduto che per mantenere il predominio della piazza. Frequenti i litigi tra gli stessi spacciatori, sia per chi doveva ricoprire il ruolo di leader (basato in particolare su chi aveva più clienti affezionati) che per chi doveva procedere materialmente alle consegne di droga (incarico in seno alla banda ritenuto più duro, per le ore trascorse nascosti vicino all’acqua delle risaie). Soggetti determinati e senza scrupoli. Diversi litigi anche con utilizzo di armi bianche, sono avvenuti tra i vari componenti della banda, per mantenere il predominio della piazza di spaccio. In particolare quando due degli arrestati scoprivano che un altro componente della banda aveva rivelato ai dei parenti/concorrenti residenti a Corsico, la portata dei guadagni della piazza Lomellina, questi decidevano di dargli una lezione cercando anche di investirlo mentre usciva dal proprio domicilio di Vigevano.

L’ATTIVITÀ D’INDAGINE

In merito al fatto che alcuni soggetti di nazionalità nordafricana stazionassero nei pressi dell’impianto energetico (termovalorizzatore) di Parona e fossero quotidianamente dediti allo spaccio di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo “cocaina” ed “eroina”, previo appuntamento telefonico, i Carabinieri di Vigevano avevano assunto informazioni già dalla primavera 2016. Malgrado l’effettuazione di numerosi servizi di pattugliamento anche in abiti civili, tesi al riscontro delle notizie acquisite, le prime attività di monitoraggio restituivano esito negativo in quanto l’area risultava accessibile da una sola piccola strada sterrata (via Case sparse per Albonese) che evidentemente consentiva ai presunti autori del reato di allontanarsi alla vista di vetture in avvicinamento alla zona in assenza di appuntamenti telefonici fissati. Solo la predisposizione di controlli di sicurezza fittiziamente casuali consentiva di rinvenire in diverse occasioni clienti in possesso di sostanza stupefacente e dimostrare così che i tre spacciatori distribuivano, come detto, sia cocaina che eroina. Da lì l’avvio degli approfondimenti investigativi che hanno consentito di appurare che l’eroina era ceduta a 20 euro a dose (circa un grammo), mentre la cocaina a 60 euro a dose (circa mezzo grammo).

L’insediamento di tali attività criminose, in alcune arre coltivate a riso della periferia di Vigevano e di altri comuni della Lomellina, ha determinato un forte afflusso di tossicomani provenienti anche dalle vicine province di Novara, Alessandria, Vercelli e Asti. Il modus operandi di questa batteria di magrebini, è quello tipico dello smercio di stupefacenti. La scelta dei luoghi di spaccio veniva agevolata da alcuni loro connazionali e tossicomani che vivono a Vigevano e che conoscevano bene la zona e per cui sono tutt’ora accertamenti in corso. I luoghi venivano scelti in maniera certosina poiché dovevano essere controllabili dagli spacciatori in modo da prevenire i controlli delle forze di Polizia e garantire una fuga immediata. In molti casi gli spacciatori per non lasciare l’auto vicino alla piazza di spaccio scelta si sono fatti portare a lavoro da alcuni tossicodipendenti dei centri della Lomellina che dopo averli prelevati dalla stazione, li accompagnavano sul posto di “lavoro” scelto per quella determinata giornata. Erano cinque le stazioni ferroviarie e precisamente Vigevano, Parona, Mortara, Abbiategrasso ed Albairate dove, senza alcuna ragione logica ed in modo totalmente casuale, gli indagati sceglievano di arrivare da Vigevano, per poi farsi recuperare da diversi soggetti collaboratori/consumatori, di nazionalità italiana e farsi accompagnare nelle risaie di riferimento per lo spaccio al dettaglio delle sostanze stupefacenti. Gli accompagnatori venivano pagati con dosi di sostanze stupefacente.
Gli spacciatori avevano l’abitudine a nascondere lo stupefacente in buoni quantitativi sotterrandolo in modo tale da poter muoversi più tranquillamente ma l’evolversi delle investigazioni ha permesso di capire quando giungevano i rifornimenti e pertanto intercettare la droga come è successo il 30. Gli spacciatori giungevano sui luoghi di spaccio direttamente con telefoni con la rubrica piena dei numeri dei clienti della zona e una volta sul posto li contattavano tramite sms e “cripticamente” gli facevano sapere che avevano droga di ottima qualità. Da questo numero, una volta contattati, fornivano indicazioni per raggiungere i luoghi di spaccio e ricevevano gli ordinativi di “bianca” o la “bella” (cocaina) e “scura” o la “brutta” (eroina).

I Carabinieri della Compagnia di Vigevano, stanno continuando gli accertamenti finalizzati ad identificare i complici del gruppo di spacciatori arrestati nonché ad identificare il maggior numero possibile di clienti che si aggira sull’ordine di qualche centinaio. 

Sedazione profonda
Primo caso di "sedazione profonda" somministrata ad un malato di Sla
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TREVISO - "Voglio dormire fino all'arrivo della morte, senza più soffrire": e cosi' e' stato per Dino Bettamin, 70 anni, macellaio di Montebelluna da cinque malato di Sla che aveva espresso questa volontà ed è stato assecondato con la sedazione palliativa. Rispettando anche il suo rifiuto a qualsiasi trattamento, compresa la nutrizione artificiale.
L'uomo e' morto ieri. Il suo, come riportano i giornali locali, è il primo caso di "sedazione profonda" somministrata ad un malato di Sla. "Era una chiara richiesta di sedazione basata su un chiaro sintomo refrattario, dato da un'angoscia incoercibile anche con farmaci e trattamenti psicologici - spiegano gli infermieri di 'Cura con Cura', la società privata che dal 2015 si occupa dell'assistenza domiciliare del paziente - nonostante tutta l'umanità e la professionalità con cui è stato assistito nelle varie fasi della patologia". Dino sapeva che gli rimanevano pochi giorni di vita. "Mio marito era lucido - racconta la moglie - e ha fatto la sua scelta. Così dopo l'ultima grave crisi respiratoria è iniziato il suo cammino''.

La sera del 5 febbraio la Guardia medica ha aumentato il dosaggio del sedativo che già l'uomo prendeva per flebo e il giorno successivo la dottoressa dell'assistenza domiciliare ha iniziato a somministrare gli altri farmaci del protocollo. "Non ha mai chiesto di spegnere il respiratore, nonostante la legge lo consenta nei casi di sedazione profonda - riferisce l'infermiera - anzi, lo terrorizzava l'ipotesi di morire soffocato. Ha optato per una scelta in linea con la legge, la bioetica e la sua grande fede". Ieri quando la moglie lo ha rassicurato di aver fatto tutto quanto le aveva chiesto, Dino si è lasciato andare.

Cronaca
Il sedicenne, incensurato, si è gettato dal balcone di casa durante i controlli della Guardia di Finanza
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GENOVA - Tragedia nel primo pomeriggio a Lavagna dove un ragazzo di 16 anni si è gettato dal balcone di casa mentre nell'abitazione era in corso una perquisizione della Guardia di Finanza. In quel momento nell'abitazione era presente la madre.
Secondo quanto appreso il sedicenne, incensurato, si è gettato dal balcone di casa dopo avere ammesso alla Guardia di Finanza di possedere 10 grammi di hashish. Il giovane aveva confessato ai militari di possedere lo stupefacente a casa dopo essere stato fermato per un banale controllo di routine all'uscita del liceo.
Soccorso ancora in vita, il ragazzo è morto mentre stava per essere trasferito in elicottero al pronto soccorso del San Martino di Genova. L'episodio ha suscitato sgomento nella cittadina ligure dove la famiglia del ragazzo è molto conosciuta.

Cronaca
La donna era tornata a Torino da poco, dopo avere trascorso un paio di settimane con il figlio a Marsiglia, a casa di una sorella.
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TORINO - Tragedia famigliare a Torino. Una mamma di 34 anni ha accoltellato il figlio di 7 anni, ferendolo in modo grave, e poi si è tolta la vita lanciandosi dal balcone di casa. Il bambino è in sala operatoria, all'ospedale Regina Margherita di Torino. Il piccolo, in prognosi riservata, è arrivato in ospedale con "ferite penetranti all'addome e al torace" e "alcune ferite alle mani", come se avesse tentato di difendersi.

Le sue condizioni sono ritenute gravi, ma non sarebbe in pericolo di vita. La polizia sta ascoltando il padre. Secondo alcuni vicini di casa la coppia, lei albanese e lui italiano, si era lasciata. La donna, che secondo le prime informazioni soffriva anche di problemi di depressione ed era seguita dai servizi sociali, non si rassegnava alla fine del loro amore. Dopo la decisione di lasciarsi tra i due c'erano state numerose denunce di vario genere. L'ultima, sembra per stalking, era stata presentata dalla nuova compagna dell'uomo.

La donna era tornata a Torino da poco, dopo avere trascorso un paio di settimane con il figlio a Marsiglia, a casa di una sorella.

"Qui in zona la conoscevamo tutti, sapevamo che in quella casa c'erano dei problemi...". Parlano così i vicini di casa della donna. "Spesso l'avevamo sentita dire che non ce la faceva più - ricorda ancora una vicina, che non vuole essere citata per nome -. Diceva 'io mio butto, mi butto'. Certo nessuno si aspettava che l'avrebbe fatto davvero...".

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